Marco Sferini
La grande paura di Netanyahu: di nuovo i riflettori su Gaza
Giorgia Meloni continua a non comprendere – a detta sua – perché mai questi ostinati attivisti pacifisti della Global Sumud Flotilla debbano fare rotta verso Gaza. Non è vero che non lo capisce. Semplicemente deve difendere l’alleato israeliano o, per meglio dire, l’altro padrone che abbiamo dopo gli Stati Uniti d’America e l’Europa dei trattati internazionali fondati su tutto tranne che sull’umanità e la collaborazione tra i popoli. Sostenere il governo criminale di Netanyahu, Smotrich e Ben-Gvir è un marchio di disonore che rimarrà nella storia del peggiore governo che la Repubblica Italiana abbia avuto dal 1946 a questa parte.
Così come rimarranno tutte le complicità con il trumpismo, con le peggiori forze conservatrici di un’Europa che non ha smesso di virare a destra, ma su cui iniziano a farsi sentire i pesi insostenibili di una economia di guerra che, più sul lungo tempo viene spinta e portata, più impoverisce e crea sconvolgimenti sociali sempre più difficili da gestire. Prova ne è il fatto che, se alla guerra in Ucraina se ne sommano altre, da Gaza – per l’appunto – a quella contro l’Iran, il quadro complessivo assume i connotati dell’urlo di Munch all’ennesima potenza.
La Global Sumud Flotilla ci ha riprovato: è salpata dalle coste di alcuni paesi del Vecchio continente e si è diretta, in acque internazionali, verso la Striscia di Gaza. Inaspettatamente, diversamente dalla volta precedente, la marina dello Stato di Israele non l’ha intercettata a poche miglia dalla costa levantina e quasi in acque territoriali proprie. La prepotenza, l’arbitrio, il disprezzo per il diritto internazionale e per quello anche soltanto marittimo si è prodotta in un’ombra di centinaia di miglia nautiche che si è stagliata a ridosso di Creta, lì dove le barche a vela, prive di qualunque armamento, trasportanti solo medicinali e viveri per i gazawi, sono state letteralmente assaltate.
Chi ha parlato di “pirateria” è stato fin troppo generoso nel definire un vero e proprio atto di terrorismo criminale che ha avuto come risultato il sequestro di 175 attivisti, la loro brutalizzazione sulle navi della marina militare israeliana, il loro parziale rilascio in territorio greco, la distruzione delle imbarcazioni della Flotilla con taglio delle vele, creazione di avarie ai motori, facendo così in modo che quei piccoli velieri della speranza non potessero riprendere il loro tragitto. Quanta paura ha Netanyahu della Flotilla… «Continuerete a vedere Gaza solo su You Tube». È l’anatema con cui il primo ministro si rivolte ai pacifisti.
La risposta della comunità internazionale è venuta, come sempre, dal basso: in Italia le piazze si sono riempite ed ogni occasione utile per comunicare la solidarietà tanto alla Flotilla quanto alla popolazione di Gaza è stata messa in atto anche nelle manifestazioni del Primo maggio. Si tratta, del resto, di una giornata internazionalista contro qualunque sfruttamento, contro qualunque ingiustizia sociale, civile e per il rispetto dunque di tutti i diritti degli umani (e, se è concesso affermarlo, di ogni essere vivente). Il timore di Netanyahu è che i riflettori si riaccendano su Gaza. Lui vive in una prigione che si è creato per difendersi da chi vorrebbe trascinarlo davanti ai tribunali.
Non solo quelli israeliani, dove deve rispondere delle ormai celebri accuse di corruzione, ma principalmente quelli penali internazionali: lui e i suoi sodali, i suoi fanatici ministri supersionisti che, per costruire uno Stato più grande, egemone nell’intero Medio Oriente, stanno sterminando i palestinesi, annettendo sempre più terre cisgiordane, portando la guerra fino a Teheran, coinvolgendo un Trump che è del tutto inadeguato a reggere le contraddizioni di una politica estera che gli si presenta, di giorno in giorno, come la cattiva dea dell’imprevedibilità e minaccia la stabilità del suo regime (perché di governo democratico negli Stati Uniti oggi non si può proprio parlare…).
Si deve tenere conto, oltretutto, in questo veramente molto complesso scenario globale e locale al tempo stesso, che all’interno della società israeliana si compongono e si scompongono alleanze politiche e sociali che vedono nella lotta perenne tra sionisti pragmatici e sionisti religiosi e nazionalistissimi una vera e propria contesa non solo relativa alla tenuta di un governo, ma dello Stato stesso. Acuti osservatori tutt’altro che ascrivibili alla causa palestinese o, più in generale, a quella della pace nel nome di una convivenza tra i due popoli, hanno rilevato come da tempo la questione della conflittualità non stia tanto nella contrapposizione tra Israele ed Hamas, bensì tra le differenti declinazioni del sionismo interno allo Stato ebraico.
Del resto, non solo dopo il 7 ottobre, ma anche prima di quella fatidica, orrorifica data, era abbastanza percepibile l’intenzione di sfruttare tutte le leve possibili per amplificare le contraddizioni in seno all’atomizzata società palestinese e suscitare nuovi odi e risentimenti tra le fazioni, un po’ come ai tempi delle elezioni per la presidenza e per il parlamento dell’Autorità Nazionale. Il timore che la comunità internazionale possa tornare a rinsaldarsi attorno alla Flotilla, emblema, simbolo, chiara immagine della volontà di un mondo che detesta le guerre, gli imperialismi e la regola della forza e della sopraffazione come disciplina che surclassa il diritto, è evidente.
Cosa conveniva al governo di Netanyahu? Farsi martellare per giorni dall’opinione pubblica che avrebbe seguito la nuova rotta tracciata verso Gaza per forzare il blocco israeliano, oppure fermare anzitempo le imbarcazioni, mettendo in pratica quello che era già chiaro a tutti, ossia che Tel Aviv se ne infischia beatamente di leggi, codici e trattati internazionali ed esercita la sua violenza come, dove e quando vuole? La Flotilla è stata assaltata e predata praticamente in territorio europeo, anche se si trovava in acque internazionali. Esattamente a seicento miglia dalla costa di Gaza. Cosa ci si deve attendere di altro da Israele? Che arrivi in prossimità anche delle coste della Sicilia, della Calabria o della Puglia?
Non sorprenderebbe. O forse sì, ma sempre e soltanto per rimarcare ancora che Netanyahu e i suoi sgherri si permettono tutto quello che vogliono perché, intanto, una comunità internazionale che è largamente interessata a tacere e a lasciar fare, rimane alla finestra e assiste al massacro della gente della Striscia, della colonizzazione spinta in Cisgiordania, dello smembramento di un intero territorio e della probabile nuova nakba per i palestinesi, di un nuovo grande moderno, atroce esilio. Nel settembre del 2025, uno dei più efferati e fanatici ministri del governo Netanyahu, Bezalel Smotrich aveva mostrato una mappa, ripresa da Limes nel numero 9 dell’anno appena citato, a pagina 73.
Vi si illustrano i cosiddetti “sei isolotti” in cui sarebbe permesso all’amministrazione palestinese di esercitare ancora un qualche formale controllo e gestione della vita della popolazione: Jenin, Tulkarem e Nablus nel nord della Cisgiordania; Ramallah e Gerico al centro, Hebron nel sud. Il piano prevedeva (e prevede ancora) che l’82% del territorio della West Bank sia annesso da Israele e restino quindi all’ANP solamente sei “bantustan” in cui i palestinesi sarebbero, in pratica, segregati in un regime non molto differente da quello attuale. Il genocidio mai terminato e l’apertura del fronte iraniano servono allo scopo di irregimentare ancora di più l’imperialismo di uno Stato che oggi è, a tutti gli effetti, il nemico numero uno, insieme al trumpismo, per la stabilità globale.
Le difficoltà, nonostante le dichiarazioni entusiastiche di Netanyahu, di Smotrich e di Ben-Gvir, rimangono però sul campo. Non ci si spiega – anche se lo si sa benissimo – come mai Hamas, dopo tre anni e mezzo di conflitto armato, non sia ancora stata debellata. Tsahal è arrivata in vista dell’obiettivo, ma non lo raggiunge mai. La decapitazione dei vertici delle organizzazioni islamiche alleate dell’Iran era la premessa utile per ingigantire la guerra mediorientale, distrarre intanto l’attenzione da Gaza, concentrarla sul nemico rappresentato dagli ayatollah; provare pure a mediatizzarla propagandando una ennesima crociata liberatoria per il popolo iraniano e associarsi agli Stati Uniti per un utile aiuto militare.
I progetti affaristici del “Board” di Trump non sono mica accantonati. La Cisgiordania cancellata e la Striscia di Gaza un resort di super lusso dove fare i più sporchi affari del mondo. Questo progetto, nel suo insieme, è talmente disumano, criminale nel suo essere pulizia etnica, sterminio di massa, violazione di qualunque diritto interno ed internazionale, da riuscire davvero difficile non associarlo alle peggiori tragedie del Novecento. Le storie paiono correre parallele, seppure separate cronologicamente da un qualcosa di più di un centinaio di anni: gli Stati Uniti e la loro espansione verso ovest a discapito dell’esistenza dei nativi americani; Israele e la sua espansione nella Palestina storica. Riserve indiane al di là dell’oceano, isolotti smotrichiani al di qua.
L’esempio dato dalla Global Sumud Flotilla è il cuneo che si inserisce, ogni volta che prende il largo, in quella spregiudicata, arrogante politica dell’angheria (e viceversa) di un governo che, più che essere tale, è una cricca di assassini al soldo di una idea suprematista, di un chiaro piano genocidiario per cui sono sottoposti, dalla Corte Penale Internazionale alla misura dell’arresto per essere giudicati per crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Niente di meno rispetto alle accuse mosse nei confronti degli esponenti dei regimi totalitari novecenteschi o di altri sanguinari tiranni più vicini ai tempi grami che stiamo descrivendo.
Qual’è la tipicità che esprime la Flotilla? Non la sensazione, ma la concretezza del poter fare qualcosa nonostante tutto. Nonostante questi meschini attori della scena politica mediorientale e d’oltreoceano possano apparire come invincibili perché inarrivabili da ognuno di noi, la condivisione di una causa, di una lotta per la liberazione di un intero popolo, determina il presupposto primo per allargare ancora di più l’empatia nei confronti di chi viene ucciso soltanto perché è un ingombro rispetto ai piani di un imperialismo a tutto tondo. La Flotilla questo dimostra: che Netanyahu e Trump non sono così sicuri, così certi, così tranquilli come sembrano. Si possono sconfiggere e portare davanti ai tribunali dell’oggi e a quello della Storia domani.
MARCO SFERINI
2 maggio 2026
foto: screenshot tv ed elaborazione propria



















