Marco Sferini
La Francia in marcia contro la sventura della Macronie
A memoria pare la prima volta che, nella vita della Quinta Repubblica francese, un governo cade per la sfiducia dell’Assemblea nazionale. Solitamente gli esecutivi transalpini si dimettevano non appena avevano la percezione di non avere più una maggioranza e i primi ministri si recavano all’Eliseo non tanto per ritentare la fortuna, quanto per rassegnare platealmente le dimissioni nella mani dell’arbitro di turno.
Il semipresidenzialismo dell’Hexagone ha pregi e difetti, al di là di come la si possa ideologicamente pensare in merito alla conformazione istituzionale di uno Stato: tra i pregi vi è quello di significare con chiarezza che, essendo i governi una promanazione della Presidenza della Repubblica, se cadono, in un certo senso, è un segnale di sfiducia, o quanto meno di mancanza sempre più eclatante della stessa, nel capo dello Stato.
Sono già quattro i governi che sono dovuti andare a casa repentinamente: il più durevole è stato quello dell’ex socialista Élisabeth Borne, transitata a La République en marche divenuta poi Renaissance. Sono poi seguiti l’esecutivo del giovanissimo Gabriel Attal, talentuoso fedelissimo della Macronie, anche lui passato da posizioni socialiste e dalla condivisione della linea allora espressa da Ségolène Royal fino al partito centrista inaugurato dall’attuale Presidente della Repubblica francese, quello di Michel Barnier nettamente più conservatore rispetto ai suoi predecessori e, infine, quello di François Bayrou che ha tentato un riequilibrio dei conti pubblici colpendo ancora una volta lo stato sociale e lasciando praticamente intonsi i privilegi dei più ricchi possidenti, imprenditori e finanzieri.
Questa carellata di successioni e di insuccesi ci parla apertamente della linea macroniana. Ci dice che, nonostante sia percepito come un avversario delle destre sovraniste e populiste, neofasciste e autoritarie, Emmanuel Macron è principalmente un nemico dei diritti sociali, del mondo del lavoro e del non lavoro, di tutti coloro che sopravvivono in mezzo ad una riorganizzazione liberista della Francia che, a ben vedere i conti riguardanti il debito pubblico, fa acqua da tutte le parti.
Il quadro della sfiducia espressa dall’Assemblea nazionale è ancora più allarmante per Macron se si osservano da vicino le composizioni numeriche delle parti che si sono espresse: tenuto conto che, in pratica, sono tre i grandi settori parlamentari che giocano questa partita (destra, centro e sinistra) con tutte le sfumature del caso, risulta chiaro che qualunque governo voglia succedere a quello di Bayrou (mandato a casa con 364 voti contrari, 194 fedeli e 15 astenuti) dovrà fare i conti con la tripartizione ricattante di un’aula in cui non esiste una vera maggioranza da almeno quattro anni. I commentatori si interrogano sugli scenari che, oggettivamente, possono essere soltanto tre: un nuovo governo, nuove elezioni politiche oppure, possibilità poco probabile, le dimissioni del Presidente della Repubblica.
Nessuno dei partiti che siedono nell’Assemblea nazionale vuole rimanere col cerino in mano prima di un voto politico: tradotto, significa che chiunque pretende in un certo modo di essere “opposizione” pur essendo stato maggioranza e presentarsi ai francesi come istanza di discontinuità e rinnovamento persino sociale. Bayrou se ne va e lascia la polpetta avvelenata di un debito pubblico che ha raggiunto il 114% del Prodotto Interno Lordo, pari a circa tremilatrecento miliardi di euro. Lo sopravanzano soltanto quello dei paesi europei che sono sempre andati peggio di altri in questi termini… Grecia e Italia.
Giorgia Meloni politicamente potrà anche pensare che questa situazione giovi alla possibile risalita delle destre di Marine Le Pen, ma, molto più pragmaticamente, si esprime Tajani nel dolersi della caduta di Bayrou come segno di instabilità più generale per il capitalismo neoliberista continentale e, quindi, con tutti i possibili riverberi anche nella precarissima condizione dei conti e della politica italiana.
Del resto, se la sinistra si divide, tra socialisti che aspirano alla guida del nuovo governo francese, comunisti che chiedono un primo ministro di sinistra e un governo veramente tale, mentre La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon pensa alle dimissioni dello stesso Macron come viatico per la ripresa in termini più generali, la destra non può dire di non avere problemi dal suo canto.
Marine Le Pen, intrappolata nella condanna per i quattro milioni di euro sottratti all’Europarlamento, è praticamente fuori partita: quattro anni comminati dal Tribunale di Parigi, di cui due da scontare in carcere, oltre ad una multa di centomila euro e, inoltre, cinque anni di interdizione dai pubblici uffici. In caso di dimissioni di Macron, lei non sarebbe né candidabile né tanto meno eleggibile, ma il suo delfino Jordan Bardella sì… Potrebbe vedersela, in quanto ad età, non certo con l’attuale capo dell’Eliseo, semmai con Attal… Ma queste sono tutte supposizioni che lasciano il tempo che trovano.
Quello che risulta ormai certo è l’indebolimento drasticamente verticale delle politiche macroniane che hanno ricalcato pari pari quelle del gotha della euro-finanza e del sistema bancario continentale: far pagare ai più poveri la crisi dell’economia di guerra, il costo del multipolarismo e delle sfide che si aprono tanto oltreoceano verso un trumpismo disprezzato da Macron e verso un polo asiatico emergente che fa affari a tutto spiano con quella Russia putiniana che è fumo negli occhi di Monsieur le Président.
Tra poche ore molti francesi scenderanno in piazza per una manifestazione che fa presagire una ripresa del conflitto sociale contro le politiche di austerità di tutti questi anni. Potrebbe significare, date le proporzioni che si annunciano di massa, la goccia che farà traboccare il vaso presidenziale.
La fine del macronismo potrebbe essere quasi più vicina rispetto a quello che si potrebbe ritenere. Ma servirebbe davvero un grande blocco sociale che fermi l’intera nazione per giorni e giorni per ottener il risultato auspicato da La France Insoumise: la cacciata del Presidente e l’avvio di un percorso di rinnovamento sociale con una sfida aperta al conservatorismo delle destre e dei centristi. Non vi è dubbio che, se questo fosse lo scenario, la reazione non tarderebbe ad arrivare e solo un enorme movimento popolare (di cui i francesi sono capaci costruttori, nel nome dell’unité et indivisbilité de la République) garantirebbe la formazione di una nuova maggioranza progressista.
L’Europa non starà a guardare passivamente, si intrufolerà nella politica francese e condizionerà pesantemente il risultato delle prossime scelte: Macron sarà garante di queste ingerenze che, alla fine della fiera, rappresentano perfettamente la fisiognomica delle sue posizioni in materia di risvolti economici e sociali sulle larghe fasce popolari, sul mondo del lavoro e su quello delle imprese. “On bloque tout!” promette la massima mobilitazione in tutta la Francia, fermando centri produttivi, infrastrutture, scuole, università, uffici pubblici. Una giornata di sciopero intercategoriale è, oltretutto, convocata il 18 settembre prossimo e può dare man forte alla protesta più diffusamente popolare.
La crisi del governo cade proprio in mezzo all’incendio sociale che sta per divampare. Bayrou ammonisce i deputati: «Potete rovesciare e far cadere il governo, ma non controllare la realtà». Premesso che nessuno può farlo, tanto meno lui stesso che non controllava nemmeno una maggioranza entro l’Assemblea nazionale, è evidente che l’ormai ex primo ministro si riferisce al fatto che le dinamiche economico-sociali sono tanto grandi quanto è la presunzione di poterle dirigere con un’azione di governo. Sembrerebbe quasi una analisi marxiana; non fosse altro che a pronunciarla è un indubbio avversario della sinistra e, nello specifico, di quella francese.
Nella punta di presunzione che Bayrou lascia in eredità con una frase destinata a divenire un aforisma che gli sopravviverà, c’è tuttavia un fondo di verità: soprattutto se ci si ostina a non distogliere lo sguardo dalla complicatissima condizione dei rapporti di forza parlamentari. Differente, invece, il punto di vista dal basso, dalla grande massa di cittadine e cittadini che hanno sofferto per decenni politiche di deprivazione delle risorse, riforme pensionistiche ladrocinanti e un largo impiego della precarietà nei contratti e nella (mancante) sicurezza sui posti di lavoro.
Uno scenario che si conosce molto bene anche in Italia, perché tra le pieghe dei diversi programmi dei governi nazionali si trova sempre l’indirizzo più generale della BCE, il Patto di Stabilità e, non da ultima, l’economia di guerra che Macron ha interpretato molto ferocemente, ultimi campione dell’invio di truppe europee in Ucraina: circa trentamila soldati, si vociferava negli ambienti delle cancellerie dei Ventisette. Sono rimasti a tentare questa guerra totale contro la Russia lui e i primi ministri dei tre Paesi Baltici che hanno Mosca alle loro spalle ma che sono ormai territorio della NATO.
Un piano di recupero sociale, spiegano dalle parti del PCF, dovrebbe anzitutto prevedere oltre cinquecento miliardi di spesa pubblica per il lavoro, la scuola e gli investimenti infrastrutturali, spalmati in un quinquennio. Un provvedimento che dovrebbe essere finanziato con prelievi ai ceti più abbienti: quelli che Bayrou non ha voluto minimamente coinvolgere nella redistribuzione della ricchezza per appianare parte dell’esorbitante debito di Parigi. Si apre, quindi, una fase di grande combattività sociale in Francia: qualunque sarà la scelta di Macron, questa non riceverà il beneplacito delle masse di lavoratrici e lavoratori, di studenti e di pensionati che hanno troppo patito in questa lunga traversata nel deserto.
Da un lato si respira un’aria di notevole impegno civile e sociale che può sorreggere un ritorno della sinistra anche al governo della nazione francese. Dall’altro gli inciampi e gli imprevisti possono essere tanti: a soffiare sul fuoco saranno, come sempre, le destre xenofobe, razziste, omofobe e antisociali pronte, però, a mostrarsi garanti di un passaggio di consegne che sia dato da una chiara delega popolare. La Gauche ha un’occasione da non sciupare: l’unità del progressismo reale e concreto nell’unità repubblicana. Qualcosa che in Italia abbiamo solo un vago sentore di cosa possa voler dire e significare…
MARCO SFERINI
9 settembre 2025
foto: screenshot ed elaborazione propria














