Marco Sferini
La finta scoperta meloniana della prepotenza trumpiana
Poche parole a margine del G7 di Evian per creare un terremoto politico – internazionale: «Mi ha implorato di fare una foto con lei, mi ha fatto pena». Lei è Giorgia Meloni, chi parla è il presidente degli Stati Uniti d’America. Non ci si può nemmeno fare retoricamente la domanda su come mai Giorgia Meloni fino ad oggi non si sia resa conto dell’arroganza, della protervia e della assoluta prepotenza di Donald Trump, perché ne era ben consapevole e non ha mosso un dito che fosse uno per limitarla negli atti pratici che hanno riguardato la politica internazionale in cui si incontravano de visu ai vertici comuni e in cui prospettavano scenari tutt’altro che felici per i popoli interessati dalle guerre e dalle economie influenzate da queste stesse.
Giorgia Meloni, in quanto alleata indefessa del presidentissimo a stelle e strisce, aveva tutti gli elementi di discernimento in merito e oggi suona un po’ come una nemesi della strettissima attualità dei fatti e delle circonvoluzioni dei poteri in campo questo divorzio sancito dalle parole dell’inquilino della Casa Bianca: non mi hai appoggiato nella questione iraniana e io te la faccio pagare. Dovremmo leggere in questo comportamento puerile e megalomane al tempo stesso una sorta di vendetta, tremenda vendetta per cui provare una qualche forma di compassione nei confronti della Presidente del Consiglio?
Dovremmo esprimere solidarietà a chi, come lei e il suo governo sempre in odore di tentato autoritarismo, ha sostenuto quella scempiaggine del “Board of Peace” prospettante la trasformazione della Striscia di Gaza in un paradiso per super-mega-iper-straricchi, senza mai esprimere una condanna severa per il genocidio in corso, per lo sterminio da parte del governo criminale di Netanyahu, Ben-Gvir e Smotrich del popolo palestinese? Dovremmo compiacerci per chi, come Giorgia Meloni, ha sostenuto quindi una operazione letteralmente mortificante il ruolo delle Nazioni Unite nell’espressione multipolare dei conflitti, di quella che papa Francesco definì “la terza guerra mondiale a pezzetti“?
Fino a poco tempo fa la Presidente del Consiglio fingeva, insieme ai suoi vicepresidenti e ai suoi ministri, di non vedere nulla di tutto questo, reputando l’azione dell’amministrazione MAGA come perfettamente coerente con quelli che anche lei, per prima, reputava dei valori assolutamente condivisi e condivisibili. Che Donald Trump avesse in sé uno spirito vendicativo non era mica un mistero: ma fino a che le vendette si sono scaraventate su altri, tutto andava bene madama la marchesa. Oggi che la ruota della Storia ha girato, oggi che tocca a lei, Meloni si irrigidisce e abbandona ogni tono conciliante. L’Italia – proclama enfaticamente a stretto giro di posta – non implora. Mai!
La frase si sarebbe perfettamente adattata ad un vecchio stile ducesco, tanto magari da farla scrivere sulle facciate dei palazzi come una delle tante massime di un Mussolini che “ha sempre ragione“. Soprattutto quando parla rivolgendosi all’Europa e al mondo. Dopo la batosta del referendum che ha bocciato la controriforma sua e di Nordio contro la Magistratura della Repubblica, la dichiarazione rilasciata da Trump al corrispondente della trasmissione “L’aria che tira” de La7 è certamente la bordata più dura ricevuta dal governo Meloni in quest’anno. A tutto ciò si aggiunge il dimagrimento sondaggistico registrato dalla Lega di Salvini a favore del partito di Vannacci.
Considerato che gli Stati Uniti sono sempre un po’ stati il piano su cui contare per assestare politicamente l’Italia nel contesto globale, la frattura creatasi è una lacerazione veramente importante che amplia ancora di più il solco con un’Unione Europea nei confronti della quale l’amministrazione trumpiana ha sempre guardato nei termini di un ridimensionamento dei ruoli, soprattutto in ambito finanziario e militare. La teorizzazione MAGA, soprattutto espressione in questo contesto del binomio presidente-vicepresidente, non ha fatto altro se non impostare la critica nei confronti di un’Europa francamente oggettivamente debole, incapace di una postura neoimperialista.
Per quanto si sia data da fare Ursula von der Leyen nel riarmare il Vecchio continente e nel portarlo sempre più vicino ai conflitti scoppiati, spingendo i governi (peraltro già compiacenti in merito) a politiche sempre più stringenti nei confronti dello stato sociale, dei bisogni delle fasce e categorie più disagiate delle popolazioni nazionali, il quadro complessivo del contesto dell’Unione non è mutato granché e non ha, soprattutto, indotto Trump e Vance a mutare opinione in merito. Il “retrenchement” (“ridimensionamento“) è stato la cifra su cui Washington ha puntato palesando una decisa dicotomia tra aspetto propagandistico e pratica imperialista nei fatti.
Se da un lato, infatti, la Casa Bianca affermava di voler sostenere l’indipendenza dei popoli, la loro libertà nel contesto della condivisione comunitaria dei Ventisette, dall’altro operava per limitarne la strategia che a Bruxelles definivano “difensiva” e che, invece, aveva e ha tutt’ora un carattere offensivo nei confronti del gigante russo fermo sulla linea del fronte meridionale ucraino. Giorgia Meloni non ha mai espresso una critica in merito e ha, prima fra tutti i leader europei, sostenuto Donald Trump in questa politica di espropriazione della sovranità degli Stati. Il sovranismo al contrario, oppure quello che veramente è: soltanto chiacchiere e nulla di più.
Non certo un preservatore dell’interesse pubblico, nazionale e comunitario in un contesto di vicendevolezza e di plurivalenza solidale. Oggi che la maschera trumpiana cade definitivamente anche per il governo italiano, oggi che il presidente-magnate considera l’Italia non più una “amica“, visto il comportamento tenuto nella Terza guerra del Golfo, i titoli dei giornali che sostengono la Presidente del Consiglio cambiano con una rapidità impressionante: pochi giorni fa “Libero” titolava «Giorgia-Donald, di nuovo amore» con tanto di vignetta in prima pagina a figurare lei una poco romantica Giulietta da un balcone tricoloreggiante, lui un novello Romeo proteso nella promessa d’amore eterno.
Poche ore dopo, la stessa testata recitava così: «Donald Trump è un coglione». Insomma, non era vero amore e la vignetta, sagacemente, raffigura Giorgia-Giulietta che rovescia una pentola di olio bollente sul Romeo che si è immusonito. Sarebbe sufficiente questo giro di valzer di titoli per spiegare davvero molto bene la pochezza delle altezze di questi figuri che reggono le sorti di nazioni e di interi continenti. Ma, ahinoi, la questione strettamente caratteriale ed umorale del presidente degli Stati Uniti d’America ha una sua parte ma non è certo quella che conta sul piano meramente politico, militare e strategico. Trump adopera la sua spregiudicatezza per comunicare.
Lo fa talmente bene che gli americani non gli badano più, qualunque cosa dica. Così, sfogliando i quotidiani della grande Repubblica stellata in questi giorni, si ha qualcosa di più della sensazione che le parole del magnate passino in secondo piano rispetto alla reazione invece di Giorgia Meloni. Pronta, certamente, anche perché altrimenti non avrebbe potuto essere vista l’enormità del caso. Aver taciuto anche soltanto qualche minuto in più le sarebbe costato molto caro in termini di credibilità internazionale, di consenso interno, di relazioni urbi et orbi. Così, almeno, si è guadagnata la considerazione di chi le ha riconosciuto di essersi finalmente opposta a Trump. Ma l’avverbio è d’obbligo.
Un suo sinonimo potrebbe essere anche una correlazione temporale: tardivamente. Non è passato poi tanto tempo da quando Giorgia Meloni invocava il Premio Nobel per la pace per un uomo che ordinava azioni belliche una dopo l’altra per mettere sotto il ritrovato tallone di ferro di Washington il cortile di casa e le aree turbolente del Medio Oriente con la prospettiva poi di lanciarsi sull’obiettivo cubano e in un confronto-scontro sempre più imminente con al Cina di Xi Jinping (la questione Taiwan è tutt’altro che archiviata…). Avrebbe dovuto reagire prima Giorgia Meloni, da patriota quale si definisce, per fare in modo che il carattere pacifico e difensivo della nostra Repubblica emergesse nell’aggressione di Israele e degli Stati Uniti nei confronti dell’Iran.
Invece è diventata proverbiale la sua presa di distanza, un neutralismo finto, per garantirsi ancora un rispetto d’Oltreoceano che, invece, al primo incontro faccia a faccia si è tramutato in una apertissima ostilità. Un governo che, di fronte ad una crisi internazionale di questa portata, si trincera dietro il «non condividiamo, non condanniamo» mostra in tutta eclatante evidenza una pavidità sinonimo di subordinazione, acquiescenza e prostrazione verso il potente gigante statunitense e quello non meno potente che tenta l’instaurazione del suo regno in Medio Oriente. Tutto questo era divenuto clamorosamente presagibile quando il ministro Crosetto si trovò bloccato a Dubai proprio mentre i droni gli volavano sulla testa insieme agli aerei israeliani che andavano ad attaccare l’Iran.
Non è quindi chissà quale scoperta la mancanza di indipendenza e di autorevolezza del governo italiano nei confronti di quello americano e, in un certo senso, anche del contesto europeo che pure, in confronto al potere di Washington, è se non poca, certamente molto meno cosa. Allorché Trump dispose l’attacco al Venezuela, deponendo Maduro e facendolo rapire insieme alla moglie, e da parte del governo di Roma non venne fuori nient’altro se non un commento su una sorta di “legittima azione difensiva da parte di Washington“. Quale pericolo corresse lo Zio Sam non è dato saperlo. Ma Meloni e i suoi ministri non hanno battuto ciglio di fronte all’invasione e al golpe messo in piedi da uno Stato sovrano contro un altro Stato sovrano.
Applausi a scena aperta. E così per il prosieguo delle politiche di aggressione contro Gaza, contro la Cisgiordania, contro il Libano, contro l’Iran. La tiritera è sempre stata la stessa: la difesa del modello occidentale, dei valori sacri di una parte libera del pianeta contro un’altra parte invece resa in schiavitù dai regimi tirannici che la opprimono. Che si tratti di dittature laiche o teocratiche è vero. Ma definire i governi di Israele e degli USA democratici è fare torto tanto alla parola governo quanto a quella dell’antica formulazione ellenica del potere popolare e condiviso. Se oggi al mondo vi sono due regimi che ne mettono in serissimi pericolo una stabilità che già non c’è più, questi sono le amministrazioni di Trump e di Netanyahu.
Per tutto questo tempo Giorgia Meloni ha approvato praticamente tutte le azioni dei due capi di governo. Ora, in appena un minuto di video rivendica un orgoglio italiano che, per essere davvero recuperato, avrebbe bisogno di ben altro. Ci siamo comportati fino ad oggi come dei cavalieri serventi, obbedienti fino alla più vergognosa delle riverenze. Troppo facile scoprire l’amor di patria e la coscienza nazionale solo nel momento in cui si è traditi da colui che si ambiva ad avere ancora come il capo da ossequiare per poter rimanere a galla sulla scena europea ed internazionale. Il fallimento di questo governo di destra sta anzitutto nell’aver creduto (pelosamente) in Donald Trump come al modello di riferimento.
Siccome non si può pretendere da Giorgia Meloni la postura istituzionale di un Pedro Sánchez, non fosse altro per ragioni prettamente ideologico-programmatiche, le si può rimproverare di aver messo al servizio del trumpismo il suo progetto di governo, assecondando praticamente tutto quello che la megalomania del presidentissimo esigeva dai suoi alleati. Le si possono muovere tutte le critiche del caso in questo senso. Non si può, però, attribuirle la buona fede di chi ha avuto una illuminazione sulla via di Damasco: Giorgia Meloni sapeva e sa chi è Trump. Molto meglio di tutte e tutti noi.
La complicità, che oggi pare avere termine, rimarrà uno dei tratti distintivi della piaggeria del governo delle destre nei confronti di un’America che si è ritramutata (o che non ha mai veramente smesso di essere) il gendarme del mondo. Con l’aggiunta che la crudele voracità trumpiana tocca delle vette che forse nemmeno i più induriti conservatori di un tempo erano riusciti a toccare.
MARCO SFERINI
20 giugno 2026
foto: elaborazione propria




















