La distanza dal Coronavirus oggi, quella “di classe” domani

Intercapedine. La distanza da un dolore, da una persona che ci ha fatto soffrire, da un luogo che ci mette angoscia, da un contesto che ci rende irrequieti e...

Intercapedine. La distanza da un dolore, da una persona che ci ha fatto soffrire, da un luogo che ci mette angoscia, da un contesto che ci rende irrequieti e ci provoca quell’instabilità emotiva che si chiama “disagio“, che può arrivare ai livelli della vera e propria nevrosi e causare danni psicosomatici al nostro organismo, oltre che alla nostra mente.

Rimpianto. La distanza che è scissione nei confronti dei rapporti più intimi e felici, separazione da luoghi cari in cui ci si sente pienamente a proprio agio e si realizzano i migliori istinti naturali e la vera e propria sostanza di noi stessi: l’istintualità.

Necessaria. La distanza come obbligo, come imposizione delle autorità, che appare neutra: non è bene e non è male, è una misura di salute pubblica, di igiene collettiva che bisogna rispettare per evitare che il contagio da Covid-19 si propaghi e infetti il maggior numero di cittadini.

Tanti tipi di distanza. Molteplici personalità siamo noi stessi. Tante personalità vivono dentro noi che ci adattiamo o meno alle regole, alle emozioni positive o negative che ci permeano ogni giorno.

Tanti modi per rimanere vivi, in un limbo di sopravvivenza che è un lento cullarci della noia che prima non provavamo tutti immersi nella frenesia di una velocità che era quella di un autoscontro quotidiano, dove i corpi si avvicinavano per caso in ogni strada, si sfioravano, si tangevano e andavano a cozzare l’uno contro l’altro a causa della distrazione imposta dal turbinare dei girovaghi cittadini negli intrecci di tante vie urbane, pure di piazza larghe e famose.

Oggi non è consentito distrarsi. Non ce lo possiamo permettere. Per questo, anche ad ogni angolo di marciapiede, quando si accenna a svoltare per passare da una via ad un’altra, è bene rallentare, fermare il passo per un poco ed evitare di sbattere in faccia ad un altro rispetto a noi. E’ bene farlo per evitare di dare la classica facciata che in tempi “normali” (normalmente soggetti a tutte le regole del liberismo) è concessa; ma soprattutto per le ormai note ragioni di salute pubblica.

Allungare il collo come le giraffe e sbirciare chi sta per passare come noi da un lato dell’angolo all’altro può sembrare una operazione di misurazione geometrica dei lati di un palazzo, invece è una nuova abitudine che dobbiamo imparare per non vanificare tanti altri sacrifici di limitazione delle libertà personali e collettive.

In queste settimane ho provato a mettere a confronto vicinanze e distanze nella mia vita: credo che ognuno di noi abbia lanciato lo sguardo della mente oltre le mura di casa (che pure restano un fortino che ci proteggono e separano dal contagio del virus) e abbia fatto una sorta di bilancio del prima e del dopo il cosiddetto “tempo del Coronavirus“.

Sulla mia bilancia vi sono molte più vicinanze rispetto alle distanze: coloro che mi sono sempre stati vicini sono indubbiamente molti di più di quelli che mi hanno evitato o che si sono allontanati. Eppure la distanza può essere qualcosa di differente da una intercapedine che mettiamo tra noi stessi e il dolore; oppure un rimpianto che si crea sempre tra noi e ciò che amavamo e dobbiamo abbandonare; oppure ancora una molto più banale, perché priva di empatia, imposizione legislativa.

La distanza può essere figlia di tante emozioni e anche di molti pregiudizi, nonché di odio e rancore. La distanza la si tiene da chi si reputa inferiore, diverso, indegno di far parte di un certo contesto famigliare, sociale…

La distanza pregiudiziale è più che qualcosa di fisico: è un atteggiamento che nasce da un giudizio preconcetto. E’ una distanza non orizzontale ma verticale. “Io non ti considero, non ti frequento perché tu sei povero, omosessuale, migrante, zingaro“. Queste sono categorie sociali che vengono cucite addosso con la stella di vario colore che porta scritto: “minoranza“. La superiorità della normalità della maggioranza è l’unica evidenza che i “maggioritari” conoscono e riconoscono negli altri. Chi non rientra in quegli incastri precisi, delimitati dal ceto sociale cui si appartiene, dalla considerazione che si ha del diverso rispetto a sé stessi, è automaticamente espulso dal puzzle che deve poter essere bello ordinato secondo la morale comune che si fonda anche sulla legge, ma soprattutto poggia i suoi pesanti piedi sulla presunzione, sulla prevaricazione, sulla distanza. Per l’appunto.

La distanza verticale, creatura del pregiudizio e di una concezione suprematista ariana, di un eterosessualismo come espressione della naturalità dell’unico vero sesso in quanto frutto dell’amore tra un uomo ed una donna (…ex divina lege…), di una difesa sovranista delle frontiere, della Patria con la pi maiuscola, è la peggiore distanza che si possa pensare oggi come retaggio domani di quella che siamo costretti a mettere in pratica per ragioni di salute pubblica.

Dovremo riavvicinarci tutti appena la pandemia sarà finita. Dovremo farlo ricordandoci che l’affratellamento che proviamo nella comune disgrazia che ci rende uniti non è figlio soltanto della paura, ma deve poterlo essere anche del coraggio di un cambiamento radicale della società dell’egoismo, del privilegio e del profitto che ci ha smantellato i presidi fondamentali per la tutela della salute e dell’integrità di tutto. Non solo di coloro che se lo potevano e se lo possono permettere.

Per questo ha fatto bene il governo spagnolo a requisire tutte le strutture sanitarie private: davanti ad una minaccia per il bene comune, per la salute pubblica, non può esistere nessun diritto privato che tuteli privilegio alcuno. Proprio dentro al capitalismo liberista una prova di questo genere può far nascere domani un senso rinnovato di comunità e mostrare che, nel momento del bisogno, i padroni pensano soltanto a salvare i loro averi e non gliene importa niente se gli operai e i lavoratori tutti non hanno le minime garanzie in fatto di protezione dal Coronavirus.

La distanza oggi dobbiamo tenerla tra tutte e tutti noi, almeno un metro. Domani, finita la pandemia, la distanza dovrà essere “di classe” o torneremo a confondere interessi che sono invece diametralmente opposti.

MARCO SFERINI

18 marzo 2020

Foto di Arek Socha da Pixabay

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