I trumpiani d’Italia della prima come dell’ultima ora rivendicano la grande saggezza del loro conducator d’oltreoceano: non c’è limite al potere del presidente degli Stati Uniti d’America quando questo si chiama Donald J., quando si compiace della sua immagine su banconote, medaglie; quando si fa affiancare a Kennedy nell’intitolazione del più grande centro culturale di Washington; oppure quando, molto similmente ai vaneggiamenti hitleriani condivisi con Albert Speer su sontuosi modellini della Nuova Berlino, mostra archi di trionfo sempre a lui dedicati. Non c’è dubbio che siamo di fronte ad un narcisista patologico, ad un megalomane all’ennesima potenza. Ma, sebbene si possa essere tentati dal definirlo “pazzo“, ci si dovrebbe ricordare che nemmeno Hitler lo era.
Sebbene difettasse di lucidità negli ultimi mesi della tragedia che si stava abbattendo sul Terzo Reich, anche a causa delle tante medicine e droghe che gli somministrava il suo medico personale Theodor Morell, il Führer aveva contezza di quanto stava accadendo e dei rapporti di forza in campo: la caduta verticale del suo dominio imperiale e del suo potere gli era chiara ma, inconsciamente, non la accettava e tentava, con improbabilissime ridislocazioni delle armate in ciò che rimaneva della Germania a poco a poco liberata dall’Armata Rossa ad est e dagli anglo-franco-americani ad ovest, di “rovesciare la situazione o soccombere“. Come è finita lo sappiamo. Qualcuno potrebbe affermare che ogni paragone con Trump è improprio, fuori luogo per tempi, modi, relazioni internazionali e così via dicendo.
Sicuramente non si può stabilire un parallelo stretto tra i due, ma le somiglianze anche caratteriali sono sorprendenti: l’arroganza, la prepotenza, la violenza delle parole che si esprime ogni giorno nel rifiuto di ogni confronto con chi la pensa differentemente da lui, con chi critica il governo, con chi, del tutto legittimamente, agisce nell’ambito della Costituzione americana per fare da contrappeso ai poteri di un presidente che sembra sempre più un sovrano assoluto, legibus solutus, permettono un paragone tra il megalomane imbianchino divenuto capo incontrastato del Reich tedesco e il magnate che ha conquistato il Partito repubblicano, lo ha piegato al suo volere, ha portato avanti un progetto eversivo che oggi si mostra in tutta la sua evidenza.
Trump non è Hitler e non ne è nemmeno la sua caricaturale riedizione. Nessun demone torna dagli inferi su questa terra, anche se il pianeta somiglia sempre di più ad un inferno per miliardi di persone, per la natura che viene sfruttata e vilipesa senza alcuno scrupolo, per quei popoli che sono messi in mezzo allo scontro degli imperialismi su un campo di battaglia che è fatto di intere regioni divenute invivibili, minate, bombardate, rinchiuse tra alte mura, reticolati. Dall’Ucraina a Gaza, non di meno nell’Africa delle decine di conflitti dimenticati e in altre parti di un mondo in cui la contesa globale sopravanza su tutto e su tutti. Ma Trump, pur non essendo altro se non sé stesso, rappresenta comunque un caso piuttosto curioso (ed inquietante) di uomo quasi solo al comando.
Certo, la Costituzione statunitense ha pesi e contrappesi per cautelarsi dall’arrivo di un autocrate, di un monarca che voglia stravolgere le fondamenta democratiche e popolari della nazione; eppure oggi l’inquilino della Casa Bianca, dopo aver strutturato intorno a sé una rete di potere ampia e consolidata da tanti fiduciari che non lo contraddicono, anzi lo applaudono sempre sperticandosi le mani, si permette di minacciare qualunque istituzione tenti di controbilanciare le sue mosse e limitare i suoi interventi tanto in politica interna quanto in politica estera. Dopo l’aggressione militare contro il Venezuela e il rapimento del presidente Nicolas Maduro e della moglie, il Senato americano ha, col voto di cinque esponenti repubblicani, approvato una risoluzione che impedisce al presidente di compiere altri azioni militari senza passare dal voto parlamentare.
La reazione di Trump non è stata quella di prendere atto della volontà della massima autorità assembleare legislativa federale e regolarsi di conseguenza: le sue parole si sono indirizzate, sempre in forma di aperta ostile minaccia, contro i cinque deputati che hanno appoggiato l’iniziativa democratica. «Non dovrebbero essere più eletti in nessuna istituzione!», ha sentenziato il presidentissimo e, come corollario, ha annunciato che, qualora l’iter parlamentare andasse avanti, lui è pronto a porre il diritto di veto. Siccome ci si deve attendere purtroppo un sempre maggiore rincaro della dose quando parla Trump, non si sono fatte attendere altre dichiarazioni sul ruolo del diritto internazionale, proprio in riferimento alla situazione venezuelana e, in ultima istanza, anche per quanto concerne la questione groenlandese. L’unico limite al suo potere sarebbe la sua moralità. Niente altro.
Qui siamo in presenza di qualcosa di aggiornato ai tempi ultramoderni rispetto all’«L‘État, c’est moi» attribuita al sovrano assoluto per antonomasia, Luigi XIV di Francia. Sebbene l’affermazione regale sia dubbia, non c’è però alcuna incertezza storica sul fatto che il sovrano assoluto abbia accentrato tutti i poteri dello Stato nella sua persona e abbia condotto la politica d’oltralpe seguendo esclusivamente la sua volontà e niente altro. Non c’è molta diversità rispetto al comportamento di un presidente che disprezza i giudici, che lancia anatemi contro i deputati e i senatori che lo contestano e votano contro i suoi provvedimenti o che assume come unica regola del suo agire la propria etica, il proprio senso, la propria interpretazione delle circostanze e dei fatti. È ancora presto per dire che l’America sia stata indotta, nella sua enorme complessità istituzionale e sociale, a “lavorare incontro a Trump“.
Fu quello che toccò alla Germania hitleriana a partire dall’unificazione delle due figure del cancelliere e del presidente del Reich alla morte del vecchio maresciallo Paul von Hindeburg, rimasto l’unico impedimento costituzionale al totalitarismo hitleriano che aveva già mostrato il suo tremendo volto con l'”Ermächtigungsgesetz” (“Decreto dei pieni poteri“) imposto dal Führer al Reichstag e firmato dal presidente morente tanto quanto la Repubblica di Weimar e il tentativo di instaurare una democrazia liberale in uno Stato che era stato prussianamente abituato al più rigido rigore, all’obbedienza cieca, al non discutere gli ordini, al seguire solo l’arte del comando e della disciplina. Ian Kershaw lo scrive più e più volte nella sua splendida opera biografica su Hitler (edita da Bompiani nel 2019 in due volumi e poi in volume unico e compatto): «La dittatura hitleriana ha la qualità di un paradigma epocale».
L’imprevedibile affermazione dell’NSDAP, con il suo portato di violenza e di repressione, proprio tramite i canali più genuini della democrazia parlamentare e, quindi, della legittimazione popolare tramite il voto, «ha dimostrato con che rapidità una società moderna, avanzata e istruita possa sprofondare nella barbarie, fino a culminare nella guerra ideologica». La dittatura hitleriana ha, in sostanza, «dimostrato ciò di cui siamo capaci» proprio su un piano di antropologia politica. Anche gli Stati Uniti d’America sono una nazione pluricentenaria, con una cultura di non poco conto, prima espressione mondiale del principio democratico applicato in una legge fondamentale che, addirittura, ha ispirato il processo rivoluzionario francese. Eppure, nonostante ciò, stiamo commettendo ancora l’errore di considerare una torsione autoritaria, ad opera di un megalomane come Trump, in questo molto simile ai precedenti novecenteschi, come un incidente di percorso.
Ci ripetiamo che tutto questo avrà fine e che l’America possiede una immunizzazione sicura rispetto alla possibilità di tramutarsi in qualcosa ancora di peggiore dell’impero dominante che ha solcato i decenni del secondo dopoguerra per arrivare fino alla prossimità del nuovo millennio. Si opera, e giustamente, una distinzione tra l’imperialismo di ieri, quello, per intenderci, che ha regnato ambivalentemente nella Guerra fredda tra USA e URSS, e quello di oggi che è figlio di una contesa multipolare e multilaterale: gli attori in gioco sono cresciuti di numero e si è inasprita la capacità potenzialmente distruttiva anche dando solo un rapido sguardo agli arsenali atomici di Washington, Mosca, Pechino, Israele… Se questo è il contesto in cui il trumpismo gioca le sue carte per il progetto MAGA (“Make America Great Again“, che suona un po’ simile al “Mein kampf” sotto parecchi aspetti ideologici), la preoccupazione dovrebbe essere qualcosa di più: un vero e proprio allarme.
Il potente che arriva ad essere tale in un contesto favorevole di condizioni, di eterogenesi dei fini e di complicità pelose da parte dei grandi gruppi economici che lo sostengono, direttamente o meno che sia, costruisce un culto di sé stesso a cui poi è difficile per l’intero apparato istituzionale sfuggire. Mentre l’imbianchino austriaco era un uomo privo di una qualunque rilevante esistenza, di una storia personale segnata da successi e da affermazioni, Trump ha alle sue spalle un retroterra completamente differente. Una differenza con l’ieri, questa, che tuttavia non mette al riparo dal rischio di ritrovarsi nelle condizioni degli anni Venti e Trenta del Novecento in una nazione in cui era impensabile, anche solamente venti anni fa che ci si potesse trovare di fronte ad una presidente che si fa beffe dell’ONU, che tratta gli alleati europei come dei corifei di bassa lega, che ha in disprezzo il diritto internazionale, che fa, in sostanza, ciò che gli pare.
Perché commettiamo sempre lo stesso errore, ossia di pensare che al potere sia arrivato il pazzo di turno e non ci rendiamo conto, invece, che i totalitarismi sono il prodotto della loro epoca e delle condizioni economiche, sociali e culturali che si vengono a creare sulla scorta di enormi crisi strutturali che impoveriscono e danno vita alle premesse per una rabbiosa condiscendenza verso chi offre soluzioni fin troppo facili di uscita dal pauperismo, dal disagio, dalla più generale insoddisfazione del vivere? Se Trump si trova alla Casa Bianca non è soltanto per colpa di un voto politico, ma per responsabilità più ampie e interconnesse fra loro: la fase iperliberista si mostra così in tutta la sua prepotenza. Ha bisogno di autocrati che guidino i grandi poli imperialisti ad occidente come ad oriente. Non è tempo per le democrazie nelle nazioni in cui la crisi diventa un’occasione per primeggiare.
Per quanto Trump agisca apparentemente con decisioni sue, esclusive e “solitarie“, è evidente che c’è una condivisione di intenti nel suo governo, nell’apparato amministrativo e nelle propaggini federali di tutte le istituzioni americane. Parallelamente a questo consolidarsi del potere del presidente, aumenta la sua autorità che, non necessariamente, corrisponde ad una autorevolezza soprattutto in chiave morale. Tutte le minacce che riversa sugli Stati che gli sono avversari e che sono potenziali minacce per la nuova espansione imperiale della grande Repubblica stellata, non fanno altro se non mostrare e dimostrare che l’arroganza del potere ha soppiantato la giustezza del diritto. Con una pericolosissima accelerazione, dopo il suo primo anno di presidenza, Trump ha impresso un nuovo corso alla politica statunitense.
Di questa tragica torsione autoritaria si dovrebbe davvero avere una lucida contezza per fare tutto ciò che possibile per contrastarla ed evitare, oggi agli Stati Uniti, ma non di meno al mondo intero, nuove tragedie di dimensioni davvero enormi. Continuare ad affermare che si tratta soltanto di esagerazioni e di paragoni impropri col recente passato, è cercare rifugio in una buona fede fondata su un pragmatismo francamente inconcepibile. Oppure, nel peggiore dei casi, approvare quanto sta avvenendo, spacciandolo per la migliore evoluzione del mondo moderno…
MARCO SFERINI
9 gennaio 2026
foto: screenshot ed elaborazione propria














