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Il portico delle idee

La dialettica materialistica: piena consapevolezza del tutto in movimento

Dietro l’affermazione di Marx sull’interpretazione del mondo da parte dei filosofi, intesa come limite stesso di una attitudine del pensiero che ha, in pratica, indagato sé medesimo, che si è autointerpretato, molteplicemente e vicendevolmente criticato o confutato, facendo comunque riferimento all’oggettività dell’esistenza, non vi è un preconcetto altezzoso, un piglio sarcastico, un voler insegnare la vera comprensione del particolare e dell’universale. Molto più semplicemente, il Moro esprime ciò che ha ravvisato nella contraddizione che gli appare piuttosto ovvia tra il pensiero e la messa in pratica dello stesso.

Non tutti, ma molti filosofi, sono anche stati uomini e donne che hanno avuto a che fare con una divulgazione che si è incontrata o scontrata con il potere: alcuni hanno compiaciuto i re, gli imperatori, i sovrani e i presidenti di turno. Altri invece si sono scagliati contro le conformità dei loro tempi e hanno tentato, partendo da speculazioni di carattere generale, di trovare una spiegazione dell’evolversi delle cose; hanno provato, in sostanza, a comprendere non solo come fosse possibile passare dalla materia inorganica a quella organica e capace di essere cosciente di sé stessa e dell’Universo, ma come, da queste trasformazioni, si fosse arrivati ad una società tanto complessa da avere quasi un significato.

Un significato nell’insensatezza (quindi nella mancanza di senso e non nell’assurdità) dell’esistente in sé e per sé. La filosofia pre-marxiana ha seguito un ordine, per così dire, “logico” di sviluppo della Storia umana: ha ritenuto che i fattori materiali avessero la loro importanza nella determinazione delle lotte di potere, ma ha escluso il più delle volte che il rapporto tra tra soggetto e soggetti, tra soggetto e oggetto potesse essere rovesciabile. Ha, quindi, considerato l’essere sociale degli animali umani un prodotto della coscienza, dell’intelletto, della psiche, delle emotività e ha ritenuto che la soluzione dei problemi e delle contraddizioni stesse proprio lì e non nei rapporti di forza tra le classi.

La dialettica materialistica si inserisce dunque in un filone storico del pensiero che ha una sua organicità pur avendo molti punti focali distinti, tanti centri da cui diramano scuole filosofiche che hanno, ciascuno un po’ per conto proprio ma non di meno nell’incontro critico con le altre, contribuito alla modernità di una intuizione che è stata, nella sua verifica propriamente scientifica (della scienza dell’economia marxista, dell’elaborazione tutt’altro che teorica, per l’appunto, del materialismo “scientifico“), tradotta in una analisi compiutamente disarticolatrice del sistema capitalistico moderno. Tutto è regolato da uno sviluppo ineguale della Storia che parte da un piano dialettico naturale.

Un piano dove vi è una oggettività praticamente inattaccabile, inseparabile da sé stessa: per quanto la concezione dialettica si sia fatta strada osservando quella che è definita (e non solo da Marx ed Engels) come una “logica del movimento“, per cui nulla nell’esistente è mai uguale a sé stesso in un tempo pressoché indefinito, ma tutto muta di continuo e quindi niente può dirsi in una posizione di assoluta staticità e imperturbabilità, non la si può ritenere di per sé una legge di sviluppo della sola nostra storia come umanità, come esseri senzienti. Proprio partendo dalla dialettica della natura, oggettiva in quanto comprende anche la nostra esistenza ma potrebbe anche fare a meno di noi e continuare ad esistere e a mutare, si arriva, nell’analisi materialistica, alla più complessa dialettica della conoscenza.

Qui si trova, proprio nel dilemma gnoseologico (del cosa, come, quando e del perché possiamo o dobbiamo conoscere), il cuore del rapporto tra oggetto e soggetto in chiave fortemente dialettica: se ci siamo persuasi, grazie allo studio meticoloso dei rapporti di forza tra le classi nel corso dei millenni, che non è la coscienza umana a determinare il suo essere sociale, bensì l’opposto, se, quindi, abbiamo dato per acquisito il fatto che i filosofi non hanno soltanto il compito di interpretare l’esistente ma di provare a dare il loro contributo per cambiarlo, uscendo dal ristretto recinto della mera speculazione soggettiva, allora l’indagine sulla conoscenza diviene un punto dialettico preminente.

La premessa utile, per evitare di cadere nell’illusione di poter comprendere tutto, è data dalla consapevolezza che una perfetta identità totale tra conoscenza e realtà è impossibile: la seconda antecede alla nostra capacità di indagine e noi siamo, quindi, in una posizione di continuo movimento verso la realtà stessa, di cui siamo parte, di cui siamo anche ampiamente inconsapevoli; proprio perché questo nostro osservarla dall’interno ci rende edotti del fatto che la finitudine che ci riguarda è un limite invalicabile e che, per quanto in noi lo sviluppo organico della materia si sia fatto straordinariamente complesso e articolato, la conoscibilità del tutto è imponderabile. Persino impensabile.

Ma, per quanto finita e limitata possa essere la nostra capacità di apprendere e di categorizzare l’esistente, la dialettica materialistica ha una sua funzione propriamente scientifica: nel riprendere Hegel e nel capovolgerne i presupposti dialettici, Marx ottiene non la soluzione anche spirituale dei dilemmi storici del pensiero umano, ma la chiave di interpretazione di una realtà che, lo si voglia o no, influenza il pensiero e, con esso, stabilisce quindi i confini e i piani della nostra coscienza: dalla materialità delle cose, dalla loro trasformazione mediante l’intervento “storico” dell’essere umano nella dialettica della natura, emerge lo sviluppo di ciò che pensiamo, di volta in volta, di essere.

Ma, più di tutto, viene fuori ciò che materialmente siamo: il che non significa stabilire un contraddittorio aspro e perenne tra realtà dei fatti e irrealtà dei pensieri. Non esiste una dicotomia atavica tra questi due fenomeni naturali e umani al tempo stesso. La questione è risolvibile affidandosi sempre e soltanto al movimento incessante del tutto e di ogni cosa: se l’inorganico e l’organico possono coesistere, questo vuol dire che si trovano quanto meno su un piano paritario dal punto di vista ontologico. Poi, indubbiamente, almeno seguendo le nostre umanissime categorie interpretative, ci chiediamo costantemente, su un piano epistemologico, cosa, quanto, perché e come possiamo conoscere.

Ma queste domande sono possibili – afferma Marx – solamente nel momento in cui ogni essere umano ha oltrepassato la linea della sopravvivenza e, dopo essersi occupato della propria riproduzione e conservazione in vita, giorno dopo giorno, si può permettere di ragionare e anche sragionare sulle finalità dell’esistente, ponendosi domande che trascendono il piccolo, forse anche mediocre, senso comune al di sotto della volta celeste, nel qui ed ora di un sistema delle merci e dei profitti che ha una “logica“. Una logica troppe volte formale che vorrebbe mostrare agli sfruttati di ogni tempo, compreso quello in cui scriviamo queste righe, che è possibile vivere senza che vi siano pericoli di sorta per la propria tenuta economica, quindi per la propria esistenza a tutto tondo.

Il capitalismo moderno, ma non di meno quello delle origini, non nega la dialettica del movimento, ma si affida propagandisticamente ad una logica formale che è propriamente “statica“: vorrebbe apparire e lasciarsi guardare come un sistema che è la chiusura dell’evoluzione storica verso altri sistemi di convivenza e di sviluppo. Vorrebbe essere quel limitare del tempo, quella linea invalicabile oltre cui tutto viene descritto come caotico, apocalittico, insicuro, privo di qualunque certezza. Verrebbe da accusare il capitale di sfacciataggine: ma sarebbe come affidargli una capacità empatica che non possiede. Nel suo insieme però induce a questa percezione.

Perché chi ne è protagonista, il padronato, gli imprenditori, i grandi finanzieri, per mantenere queste posizioni di assoluto privilegio rispetto ai miliardi di esseri umani con posseggono altro se non la loro forza-lavoro (intellettuale o manuale che sia), gioca sulla comunicazione urbi et orbi di una uguaglianza oggettiva, realizzabile e imperturbabile fondata sulla “proprietà“: ciò che è tuo è tuo e non ti verrà mai portato via. A, quindi, è sempre uguale ad A. Ma sappiamo, invece, che nulla è immarcescibile, che niente è per sempre: tanto più noi stessi. La transitorietà fa parte di un movimento della materia che è legge della dialettica della natura: una dialettica che prescinde da noi, per quanto, paradossalmente, ci riguardi.

Ma, allora, la domanda che può sorgere spontanea è: perché tutto è in movimento, perché non vi è una sorta di “certezza” stabile, di staticità tanto della materia inorganica quanto di quella organica? Se esiste una legge in merito, è affidato alla scienza il compito di scoprirla: si può pensare all’ipotesi-Dio, quindi al motore immobile aristotelico. Si può ritenere che un principio fermo esista e che da questo tutto sia emanazione, in quanto creazione e non qualcosa che è sempre esistito e che è oltre ogni concezione di tempo nella sua linea post-ellenica di “prima, durante e dopo“, di “passato, presente e futuro“. Oppure si può fare dare alla conoscibilità una possibilità continua di aprire nuovi varchi nell’incomprensibilità assoluta dell’esistente.

La dialettica studia le leggi del movimento partendo da quelle che possono essere la risposta alla domanda posta poco sopra: perché tutto si muove incessantemente e tutto muta nello spazio e nel tempo? Perché l’immobilità non è propria dell’Universo e, dunque, nemmeno della vita senziente, organica, animale umana e animale non umana. I diversi gradi della conoscenza, dati dallo sviluppo intellettivo, sono una opportunità unica di aumento della criticità, di un moto dialettico che induce al dubbio, alla risoluzione dello stesso, alla formulazione di nuove domande per avere nuovissime risposte. La staticità non è nella natura delle cose. Che esiste un fine dietro tutto ciò o che sia casuale è dibattito di una filosofia che prescinde dalla rivoluzione dialettico-materialistica marxiana.

Non c’è in Marx, come si faceva cenno all’inizio, alcun disprezzo per i filosofi che hanno solamente “interpretato il mondo”. Tutta la vasta opera di ampliamento delle categorie del pensiero, secolo dopo secolo, ha invece indotto ad una riformulazione dei compiti della conoscenza e di un suo essere differente rispetto al passato: utile sotto più punti di vista, passando dalle mera speculazione alla speculazione per il miglioramento delle condizioni di un’esistenza che, se non riesce a trovare un senso nella sua proiezione nell’oscurità dell’Universo, può trovarne almeno uno qui sulla Terra. Le grandi domande restano e non sono soltanto oziosi giochi accademici: i grandi problemi di convivenza umana possono, invece, essere risolti: superare il capitalismo è la premessa perché tutto ciò un giorno conosca la sua prima alba.

MARCO SFERINI

15 marzo 2026

foto: screenshot ed elaborazione propria

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