La democrazia sarà capace di sopravvivere al virus?

Il sempre più massiccio ricorso all’esercito, per far rispettare il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri sulla prevenzione e contenimento dell’epidemia da Coronavirus, non fa che dimostrare l’alto...

Il sempre più massiccio ricorso all’esercito, per far rispettare il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri sulla prevenzione e contenimento dell’epidemia da Coronavirus, non fa che dimostrare l’alto tasso di immaturità civica di una parte del popolo italiano.  Una parte, si intende. Perché la maggioranza dei cittadini ha aperto occhi ed orecchie, spinta dalla giustificata paura del momento, per seguire delle semplici norme igieniche e comportamenti ormai celebri, definiti di “distanziamento sociale”, al fine di impedire al Covid-19 di infettare un sempre maggior numero di cittadine e cittadini.

A parziale giustificazione di queste negligenze, va detto che in una situazione emergenziale il corto circuito delle informazioni è quasi connaturato alla situazione e diventa tale quando si sovrappongono troppe voci e troppi comunicati. Per questo rimane fondamentale attingere le notizie soltanto dai siti istituzionali e lasciar perdere qualunque altra sequela di opinioni che sono sciorinate da categorie che non rientrano in quell’ambito scientifico che è l’unico capace di darci, a poco a poco, sempre più certezze mentre aumenta la consapevolezza, quindi la conoscenza, di ciò che veramente è il Coronavirus Covid-19.

La presenza dell’esercito nelle vie delle nostre città, quindi la militarizzazione del territorio, è un fenomeno cui non avevo mai assistito se non nelle giornate del G8 di Genova, ormai nel lontano luglio 2001. Le barriere di ferro innalzate sui jersey di cemento a proteggere la “zona rossa” dei potenti, non certo quella dei focolai dell’epidemia che abbiamo iniziato a conoscere nel mese scorso nel lodigiano.

Anche in quel contesto di “eccezionalità“, volutamente gestita con una esasperazione visibile fatta di di restrizioni palpabili, di mura visibili e non semplicemente di posti di blocco sulle vie del capoluogo ligure, la democrazia venne sospesa e tutto l’architrave costituzionale che reggeva (e tutt’ora regge) la Repubblica venne messo alla riserva, posto in una angolo e sostituito con la semplice, pericolosa volontà del singolo funzionario prefettizio o di polizia dipendente dall’altrettanto singola determinazione del Ministro dell’Interno (e del Presidente del Consiglio dei Ministri).

Mutatis mutandis, cambiando l’ordine degli addendi, il risultato rischia di non cambiare se le cifre dovessero tornare ad essere quelle mostrate al G8 di Genova. E’ evidente che nel 2001 da una parte vi era il movimento no-global che protestava contro i potenti della Terra al grido univoco: “Un altro mondo è possibile“. E’ anche evidente chele giornate del G8 si svolsero all’interno della “zona rossa” con riti istituzionali ineccepibili secondo il protocollo mentre fuori venne organizzata una vera e propria mistificazione dei fatti che diede la colpa degli incidenti ai manifestanti facendoli confondere con il “Black block“, fabbricando prove false, come le bottiglie Molotov fatte trovare alla Scuola “Diaz per poter giustificare una repressione brutale, violenta, da vera macelleria messicana che fracassò le ossa a centinaia di ragazzi, che ne portò molti nella caserma di Bolzaneto dove vissero vere e proprie torture.

Tutto questo in sprezzo alla Costituzione della Repubblica, alla Repubblica stessa. Per fortuna, si disse allora e lo si può confermare oggi, i genovesi – che assistirono alla selvaggia violenza scatenata contro i cortei alla Foce e in via Tolemaide, che videro l’omicidio di Carlo Giuliani in piazza Alimonda – si resero conto che la devastazione della loro città non era frutto della furia devastatrice dei ragazzi che protestavano ma era la conseguenza di una catena di ripetizione di provocazioni, diventate poi cariche anticipate da spari ad altezza d’uomo di lacrimogeni e sostanze altamente urticanti.

I genovesi seppero distinguere da che parte stava la democrazia, la libertà di partecipazione, di manifestazione e da quale altra parte stava invece l’intolleranza, la repressione, il disprezzo per la Costituzione lasciataci in eredità dai fondatori della Repubblica in quel dopoguerra dove lo Stato di polizia, la dittatura e lo sterminio delle minoranze e degli oppositori di ogni tipo – soprattutto politici – erano divenuti il volto di una Italia irriconoscibile rispetto a quella del primo Novecento.

La domanda che ci si deve porre oggi, mentre viviamo quello che chiamiamo “un momento emergenziale“, provando così a minimizzare i tempi di durata dell’epidemia, mettendo costantemente in campo un esorcismo laico che ci liberi un poco la mente da pensieri cupi, se saremo in grado di distinguere ancora il come, il dove e il quando dell’assenza della democrazia. Se riconosceremo immediatamente le intromissioni dell’autoritarismo nel terreno democratico, il mancato recupero eventuale delle prerogative del Parlamento rispetto a quelle del governo; la fine della decretazione di urgenza  che deve soggiacere alle norme costituzionali; la necessità della riconversione degli spazi oggi occupati da quel militarismo che “ci tutela” in strade, piazze, vie nuovamente vissute dalla popolazione civile.

Il che significherà la riattivazione a pieno di ogni interconnessione sociale, civile, morale: il ritorno alla Repubblica democratica dopo il momento della Repubblica dell’emergenza.

La richiesta di più ampi poteri, di supercommissari, dell’esercito nelle strade può essere giustificata dalla straordinarietà dell’evento mondiale che viviamo: ma siamo sicuri che sia soltanto determinata dalla, pure evidente, negligenza di molti cittadini verso il rispetto dei decreti di salute pubblica?

Ciò che conta è che l’emergenza di Stato non sopravviva all’emergenza sanitaria. Terminata la seconda viene meno ogni presupposto anche per la prima. Se così non fosse, avremmo un problema ulteriore: oggi molti milioni di italiani si sono allontanati dal concedersi tempo per provare odio quotidiano verso i migranti, i rom e altre minoranze verso cui sono soliti accanirsi per individuare il nemico comune da fronteggiare (quello che viene per loro confezionato dai sovranisti), avendo come nemico comune un vero nemico, il Covid-19.

Oggi non esiste molto spazio per la propaganda xenofoba e razzista. Chi non si uniforma alle paure della nazione non può, del resto, dirsi un vero nazionalista. Quindi le destre tacciono e mostrano la piena collaborazione nei confronti delle misure previste dal governo oppure tentano qualche sortita critica che viene stoppata addirittura dalla Presidenza della Repubblica: proprio nel nome dell’unità nazionale contro il virus.

Finché il nemico sarà la pandemia tutti si sentiranno affratellati per lenire le comprensibili, umane angosce, ansie e fobie che una situazione di cumulato stress produce ogni giorno. Ma quando ci sentiremo nuovamente al sicuro da un minuscolo agente patogeno che sta paralizzando l’economia globale e le nostre vite potranno riprendersi tempi e spazi consueti, avremo acquisito una qualche lezione di civicità in merito? Avremo compreso che non sono i migranti il problema della povertà del Paese, della distruzione del suo sistema sanitario protrattasi per oltre trent’anni a suon di privatizzazioni, di politiche liberiste che hanno finanziato i padroni delle industrie farmaceutiche, delle grandi cliniche a tutto scapito del pubblico?

Avremo compreso che il virus è tremendamente democratico, come ogni fenomeno naturale, e che non conosce frontiera di sorta, sovranismo di alcun colore, capace come è di infettare principi, attori, calciatori di ogni squadra, colore, lingua, cittadini di qualunque ceto sociale da nord a sud, da est ad ovest?

I confini della politica saranno ancora gli stessi? Gli steccati pregiudiziali, la xenofobia, il razzismo, la purezza del contesto familiare tradizionale rispetto a nuove forme di amore condiviso saranno ancora uno dei dischi rotti più suonati dal tradizionalismo tanto cattolico quanto religioso in generale?

Soltanto la durata, la spietatezza del virus e l’impatto socio-economico che avrà in Italia, in Europa e nel mondo, saranno gli elementi finali per poter avanzare delle previsioni in merito. Perché nemmeno quando tutto questo sarà finito sapremo con certezza come saranno cambiate le nostre coscienze e se, soprattutto, saranno cambiate.

Ai genovesi bastarono poche settimane per comprendere come uno Stato di diritto potesse trasformarsi nel giro di poche notti violente in uno Stato privo di diritto, privo di qualunque garanzia, di qualunque libertà reclamata secondo i dettami costituzionali.

Quanto servirà al popolo italiano intero per rendersi conto da che parte già oggi sta la democrazia e da che parte sta la voglia di superpoteri e leggi speciali, di militarismo e controllo ossessivo dei territori? Lo sapremo alla fine dell’emergenza. Se lo Stato d’emergenza (con la esse maiuscola) sopravviverà all’emergenza dello stato attuale, suoni in testa a tutti noi un campanello d’allarme.

MARCO SFERINI

20 marzo 2020

foto: screenshot tv

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