DIECI ANNI INSIEME
Dopo i film su Friedkin, Leone, Camilleri, Volonté, oggi nelle sale Ellroy Vs L.A. e in programma un film su Vittorio De Sica
Nel 1903 i fratelli Louis e Auguste Lumière decisero di abbandonare il cinema, dopo averlo di fatto “inventato”, per dedicarsi alla fotografia a colori. Non rivendicarono nemmeno i diritti sulla loro straordinaria invenzione: per loro, il cinema era solo “un’invenzione senza futuro”.
Eppure, a 130 anni dalla prima proiezione pubblica, il grande schermo continua a incantarci, a stupirci, a emozionarci. A farci ridere e piangere, spaventarci e farci riflettere; a spingerci a porci delle domande o, a volte, semplicemente a non pensare a nulla.
Raccontare la storia e le storie del cinema è anche per questo fondamentale, significa custodire una memoria collettiva e allo stesso tempo rinnovarla. Negli ultimi anni c’è un autore e regista che lo sta facendo con curiosità, entusiasmo e inventiva, attraverso documentari costruiti con attenzione minuziosa e profondo rispetto per i suoi protagonisti.
Ha riportato alla luce le voci e le visioni di grandi personalità come William Friedkin, Sergio Leone, Gian Maria Volonté, intrecciando testimonianze, materiali d’archivio e interviste anche a figure del cinema contemporaneo, creando una sorta di mappa ideale, un’eredità culturale che connette generazioni, poetiche e immaginari. Il suo nome è Francesco Zippel e per una volta è lui a essere dall’altra parte.
Quando e come nasce la tua passione per il cinema? In che momento della tua vita ti sei reso conto che il cinema sarebbe diventato la tua vita?
Ho avuto la fortuna di avere un padre, che purtroppo non c’è più da molti anni, estremamente stimolante e grandissimo appassionato di cinema. Avevamo l’abitudine di andare almeno una volta a settimana al cinema insieme. Abbiamo visto tanti film belli, e questa cosa mi ha davvero influenzato.
Da lì però al dire “lo faccio nella vita” c’è un mare molto esteso di possibilità e incognite. Io ci sono arrivato grazie alla curiosità che mi muove.
All’inizio mi capitò di fare delle prime esperienze sui set, sui grandi set internazionali che arrivavano a Roma. Poi il passaggio più concreto, quello che mi ha portato a farlo diventare un lavoro, è stato il periodo in cui ho lavorato, per molti anni, alla Treccani – nello specifico all’enciclopedia del cinema – come redattore. Scrivevo, studiavo, leggevo: mi avvicinavo al cinema da un punto di vista quasi… non dico accademico, ma insomma…
Enciclopedico!
Sì, esatto, enciclopedico. Studiavo e vedevo tante cose, facevo incontri molto interessanti. A un certo punto mi occupai della voce su Pasolini, per cui feci una ricerca d’archivio molto approfondita. Il marito di una collega, che stava lavorando a un documentario per la RAI su Pasolini, venne a sapere del mio lavoro e mi chiamò. Mi disse di collaborare e io accettai, anche perché avevo quell’importate ricerca alle spalle.
Poi successe, come spesso capita, che l’altra persona che avrebbe dovuto seguire il documentario ebbe altri impegni, e così mi trovai a portarlo avanti quasi da solo. Quella fu la mia vera esperienza sul campo, e direi il mio inizio. Per fortuna mi diedero fiducia, mi chiesero altri lavori.
La svolta vera però è arrivata dieci anni fa, quando io e la mia socia Federica Paniccia abbiamo fondato la Quoiat Films. Essere anche produttore dei miei film mi ha permesso di affrontare temi e progetti in modo armonico sia dal punto di vista produttivo che da quello autoriale, seguendo la mia sensibilità.
Il punto di consapevolezza, secondo me, è stato con Friedkin Uncut. Quando è uscito, nel 2018, ho sentito davvero di poter fare le cose “a modo mio”. Da lì in poi la scelta dei temi, dei personaggi e dei progetti si è concatenata naturalmente.
Anche il lavoro sulle biografie è arrivato così… una volta avremmo detto “ipertestuale”. Fai un film dentro cui c’è già una traccia del successivo. Per esempio: lavorando su Sergio Leone, mi sono detto “Possibile che nessuno abbia fatto qualcosa su Volonté?”. Poi ho visto che l’anno dopo sarebbe caduto un anniversario importante, e da lì ho iniziato ad approfondire. È stato tutto un percorso naturale: Leone, Volonté… elementi che si collegavano naturalmente.
Il tuo percorso include la collaborazione con lo stesso William Friedkin e quella con Wes Anderson per Grand Budapest Hotel. Cosa ti hanno lasciato quelle esperienze?
Ho avuto la fortuna e il privilegio di lavorare con due registi straordinari e straordinariamente diversi tra loro, sebbene si stimassero e si volessero sinceramente molto bene. E proprio il fatto che fossero così diversi mi ha insegnato qualcosa di importante, che ho cercato di rendere complementare nel mio lavoro.
Wes Anderson è il maestro assoluto dell’ordine, del rigore, della precisione: lo si vede chiaramente nei suoi film. Sono simmetrici, architetture perfette ancora prima che opere cinematografiche. Questo rigore si riflette anche nel suo modo di lavorare: lavora con poche persone, assegna compiti molto precisi ed è animato da una straordinaria ispirazione visiva e cromatica, sostenuta da una grande cultura. Poter osservare da vicino questo approccio è stato davvero molto bello.
Friedkin, paradossalmente, è l’opposto. Lui è un jazzista: ha un controllo totale sulla materia che affronta, ma nel momento di realizzarla lascia uno spazio assoluto all’improvvisazione. Lavorando insieme a lui al documentario The Devil and Father Amorth, e ascoltando i suoi racconti sui film di finzione, mi sono reso conto che molti dei momenti che ricordiamo dei suoi film nascono proprio da questa improvvisazione.
Un’altra lezione fondamentale che mi ha lasciato – importantissima per me come documentarista – è la sua capacità di entrare in empatia con le persone. Nella vita come nel lavoro, era una delle persone più intelligenti, divertenti mai conosciuti nella mia vita, e allo stesso tempo più capaci di entrare in connessione con chiunque. Non era snob, non era distante: era un uomo che “riempiva la stanza”, e lo faceva con una naturalezza incredibile. Allo stesso tempo aveva quella selettività tipica delle persone intelligenti, che sanno riconoscere al volo chi non merita la loro attenzione. Ma in generale era estremamente accogliente.
Questi due approcci per me sono stati fondamentali: entrambi erano dotati di un rigore assoluto, ma partivano da presupposti completamente diversi. Questo si traduceva in metodi di lavoro molto differenti che però conducevano allo stesso risultato: la creazione di opere uniche e originali.
La disciplina nel lavoro è essenziale, e loro me l’hanno trasmessa in due modi diversi ma perfettamente complementari. E Friedkin, in particolare, mi ha lasciato un’eredità che per me è alla base di tutto: la curiosità. La curiosità verso le persone, verso le storie.
Hai realizzato documentari biografici su grandi cineasti – oltre a Friedkin Uncut – Un diavolo di regista (2018), anche Fantastic Mr. Fellini (2020) – e su figure meno conosciute, come Oscar Micheaux in Micheaux – The Superhero of Black Filmmaking (2021). Come sei arrivato a raccontare proprio la storia di Micheaux?
La storia di Micheaux è un esempio chiaro questa mia inclinazione alla curiosità. Lessi la biografia scritta da quello che oggi è un mio caro amico, Patrick McGilligan, uno dei più grandi autori di biografie cinematografiche. Lo avevo conosciuto anni prima, quando avevamo realizzato insieme due documentari: uno sugli Hollywood Ten, nel periodo del Maccartismo, e uno su Nicholas Ray.
Patrick ha l’abitudine di farmi leggere le bozze dei suoi libri quando sono ormai pronti, e fu così che mi imbattei nella storia di Micheaux. All’inizio pensavo fosse in parte di finzione: mi sembrava incredibile che agli inizi del Novecento qualcuno realizzasse film, in piena segregazione razziale, con quella passione e quella inventiva, rivolgendosi esclusivamente alla comunità afroamericana, l’unica per lui possibile come interlocutrice.
Da lì è nato un progetto che è durato sette anni. Cominciai le ricerche e partii da solo per il South Dakota, per vedere i luoghi di Micheaux e conoscere le persone che ne hanno custodito la memoria. Ci è voluto molto tempo per arrivare alla realizzazione del film, ma ne è valsa la pena: è stato un vero lavoro di riscoperta di una figura fondamentale, non solo per il cinema ma per la società contemporanea. Pur essendo scomparso agli inizi degli anni Cinquanta, Micheaux è un personaggio straordinariamente postmoderno: servirebbero molte più persone con il suo sguardo e il suo coraggio.
Lo hai citato prima: nel 2022 hai scritto e diretto Sergio Leone – L’italiano che inventò l’America, un viaggio nella vita e nell’opera di Leone attraverso suoni, immagini e testimonianze, tra cui quelle di maestri come Tarantino, Spielberg, Scorsese ed Eastwood.
Guarda, è stata una… come dire, una storia particolare. Faccio anche qui una piccola premessa. Io ho iniziato a realizzare i miei primi documentari molti anni fa, quando feci un film su Dino De Laurentiis, che allora era ancora in vita. E in quell’occasione intervistai persone come Furio Scarpelli, Luciano Vincenzoni, Mario Monicelli: figure che facevano parte della “golden age” del personaggio che stavo raccontando. Con il passare del tempo, inevitabilmente, molti di questi testimoni diretti sono venuti a mancare.
Io credo fermamente che le testimonianze dirette siano preziose e vadano sempre cercate, ma penso anche che, per trasmettere davvero la forza di un personaggio e ancorarlo alla realtà di oggi, non si possa dare nulla per scontato.
Quando faccio un documentario su Sergio Leone non penso di farlo vedere solo a chi, come me o come te, è appassionato di cinema e conosce già tutto su Leone – o crede di conoscerlo. Penso anche a chi non ne sa nulla. Il documentario deve essere una scoperta, o una riscoperta, e per esserlo bisogna costruirlo in modo che non richieda un bagaglio di conoscenze pregresse per essere compreso e apprezzato.
È per questo che collegare Sergio Leone a Spielberg, Tarantino, Damien Chazelle, Tsui Hark, Scorsese o Frank Miller – che è uno degli intervistati più efficaci del film – ha un valore preciso. Da una parte mostra quanto i nostri grandi artisti, come Leone, abbiano un impatto ancora oggi, un impatto realmente postmoderno: continuano a vivere non solo nella memoria, ma nelle opere di chi lavora oggi. Come dice Frank Miller alla fine del documentario, puoi ritrovare Sergio Leone persino in Star Wars, oltre che, naturalmente, in tutti i film di Tarantino.
La memoria vive anche attraverso ciò che apprezziamo nel presente, ed è questo che cerco di restituire nei miei lavori.
Poi, naturalmente, gli incontri con questi maestri sono momenti straordinari, emozionanti. Una cosa che accomuna i grandi – e ci metto anche i due autori che citavo prima, che per me sono stati fondamentali – è la disponibilità, l’apertura mentale, la generosità.
Spielberg, per esempio, mi ha confessato di aver rivisto tutti i film di Sergio Leone prima dell’intervista, e che il giorno precedente aveva fatto una Zoom sia con Scorsese sia con Eastwood: voleva parlare con il più grande enciclopedico del cinema, Scorsese, e con la persona che considerava più vicina a Leone, Eastwood, che con lui aveva lavorato e si era formato.
Ecco, queste cose vanno al di là del lavoro in sé e ti insegnano moltissimo: disciplina, umiltà, attenzione verso l’interlocutore. Sono ricchezze che prescindono dal fatto che il film possa poi piacere o meno. Ed è questo, per me, l’aspetto più importante.
Lo scorso anno è uscito Volonté – L’uomo dai mille volti, un documentario che, oltre a raccontare la carriera straordinaria di Gian Maria Volonté, offre anche uno sguardo sulla sua vita personale, la sua passione per il mare, il suo impegno politico e le memorie della figlia Giovanna Gravina Volonté. Cosa rappresenta per te Volonté, sia come uomo che come attore?
Premesso che per me Volonté è davvero l’unico attore italiano che sento appartenere all'”Olimpo” dei grandi interpreti internazionali – parlo della stessa classe di Marlon Brando, Jean Gabin, Paul Newman, Robert De Niro, Laurence Olivier – lui sta lì, in quello spazio, perché possiede tutte le caratteristiche dell’attore superlativo. Ma ridurlo a questo sarebbe poco: Volonté è stato molte altre cose.
La sua coerenza, innanzitutto. Una coerenza straordinaria, che ha guidato sia la sua vita sia il suo percorso artistico. Ha seguito sempre i suoi principi, anche quando questo significava entrare in conflitto con qualcuno o rifiutare ruoli che forse nessun altro – neppure alcuni dei nomi che ho citato – avrebbe avuto il coraggio di rifiutare. E poi la sua filmografia: consapevolmente o meno, in ogni interpretazione ha cercato di raccontare un punto di vista sul mondo in cui viveva, sulle cose giuste e sbagliate della storia, sul nostro Paese.
Mi colpisce anche la sua capacità di incarnare personaggi lontanissimi da lui, sia a livello ideale che politico, senza alcuna paura “di sporcarsi le mani”, proprio perché attraverso quelle figure riusciva a esprimere qualcosa di importante.
Margarethe von Trotta, che ho intervistato, mi ha fatto il complimento più grande che potessi immaginare. Mi ha detto: “Se io dovessi pensare a un attore o un’attrice tedeschi che mi permettano di raccontare così bene, così in profondità, un periodo così ampio della storia della Germania, non saprei chi scegliere. Mentre Volonté è uno specchio della storia del vostro Paese”. E questo, per me, è straordinario.
Volonté è stato unico. Nulla, nella sua vita, è stato casuale. Come dice Angelica Ippolito, la sua compagna, non è casuale nemmeno il momento in cui se n’è andato, dentro un passaggio cruciale della nostra storia. Il suo percorso, anche nelle sue parti dolorose, è il frutto di una coerenza limpida, cristallina, che ha reso la sua vita e la sua arte qualcosa di irripetibile.
Allo stesso tempo, come mostrano molte testimonianze nel film, è stato un esempio e uno stimolo per tantissimi colleghi e continuerà a esserlo. La scuola più efficace, ricca e prolifica che abbiamo oggi – non so in Italia, sicuramente a Roma – è la Scuola d’Arte Cinematografica Gian Maria Volonté. Ed è bellissimo pensare che molti dei nuovi talenti, come Romana Maggiora Vergano, che è un’attrice straordinaria e destinata a fare ancora cose splendide, vengano proprio da lì.
Io credo profondamente che l’anima di Volonté continui ad accompagnare e influenzare nuove esperienze di vita e artistiche. È ancora presente, moltissimo.
Essendo anche autore dei tuoi film, come vedi l’influenza crescente dell’intelligenza artificiale nel cinema?
Guarda, penso che sia uno strumento ineluttabile, qualcosa con cui dovremo sempre più confrontarci. Però, forse per un riflesso condizionato della mia lunga esperienza anche “enciclopedica”, tendo a usarla soprattutto come strumento di collazione, quasi come farebbero i bravi correttori di bozze della Treccani: la utilizzo per mettere insieme informazioni, per accelerare alcune ricerche, per orientarmi più rapidamente quando devo approfondire certi temi.
Detto questo, mi rendo conto che si tratta comunque di un’intelligenza parziale. Anche in qualche divertissement video o grafico che ho provato a fare, ho capito che la macchina ha bisogno di essere guidata profondamente da un’intelligenza umana, creativa, realmente generativa.
Ho già visto alcuni produttori – un po’ avventurosi – presentare “il primo film realizzato con l’AI”. Per carità, verranno sicuramente raffinati, ma oggi c’è una grande differenza tra l’aspetto visivo e lo storytelling. Spesso questi prodotti sembrano quei video dei musei che raccontano la storia dell’età del ferro: fotorealistici, verosimili, utili, ma molto basici.
È impressionante, certo, che tu possa chiedere: “Prendi questa conversazione e trasformala in una sceneggiatura come se fosse un film di Paul Thomas Anderson” e ottenere qualcosa di sorprendente. Ma credo che il vero “next step” dell’intelligenza artificiale sarà nelle mani di chi saprà usarla come un grande motore di ricerca, imprimendole però la propria forza creativa.
L’autonomia completa, quella vera, arriverà forse molto avanti nel tempo. E poi, alla fine, le storie che ci colpiscono davvero sono quelle che vengono dal cuore delle persone. Se un giorno l’AI riuscirà a replicare quel livello di temperatura emotiva di cui è capace un essere umano, allora ne riparleremo. Ma non è semplice: prova a chiedere a un modello di AI di ideare un film come La voce di Hind Rajab. Non è immediato, non è facile.
Quindi penso che l’AI vada gestita e contenuta entro limiti chiari. Ma soprattutto credo che l’uomo resti più intelligente dell’intelligenza artificiale. E anche qui, tornando alla Treccani: le parole hanno un peso, e “artificiale” non è un caso.
Camilleri, cui hai dedicato un documentario in occasione dei cento anni dalla nascita, e James Ellroy non hanno usato l’intelligenza artificiale. A proposito, al Festival di Roma hai presentato Ellroy Vs L.A.. Com’è andata?
È andata benissimo. Ho presentato questo documentario che per me è stato davvero una boccata d’aria fresca. Sono da sempre un grande fan di Ellroy scrittore, ma, come spesso mi accade, ciò che più mi incuriosiva era la persona. Perché qualcuno che non solo inventa certe storie, ma le scrive con quel tono, quella foga, quella potenza, non può che essere un personaggio interessante. Conoscendolo, questa intuizione è stata confermata: è profondamente connesso alla storia della sua città, alla storia di Los Angeles.
A quel punto mi sono detto: forse il modo migliore per raccontarlo è farlo in maniera completamente non canonica. Niente coro di voci a dire quanto sia bravo, famoso o influente, ma soltanto la sua voce messa in dialogo diretto con la città di Los Angeles. Da una parte lui, dall’altra le immagini che sarei andato a girare e, soprattutto, un lavoro di ricerca d’archivio enorme, che è stato bellissimo da realizzare.
Avendo poi a disposizione la sua voce, il suo modo unico di parlare e raccontare, così pieno di musicalità, mi è sembrato naturale costruire questo incontro tra due “monoliti”: James Ellroy e Los Angeles. E accompagnare il tutto con una dimensione musicale che sentivo perfettamente affine alla sua sensibilità: quella dei Calibro 35. Sono cinematici, hanno un’energia quasi tarantiniana in certe sfumature, e si sono rivelati un collante straordinario, creando un contrappunto jazzistico perfetto.
Il film è stato molto ben accolto al Festival di Roma. Ora continuiamo il percorso nei festival e ci prepariamo alla distribuzione.
Progetti futuri?
Sto lavorando a un film di cui sono già piuttosto avanti con le riprese: un documentario un po’ sulla falsariga di quello dedicato a Sergio Leone, anche se concepito in modo diverso, su Vittorio De Sica. È un altro gigante che va riportato al centro della mappa: è sempre nel nostro cuore e nella nostra memoria, ma mai abbastanza. Sto cercando di ragionare sulla sua profonda attualità e, come ho fatto con Leone, lo sto facendo dialogare con figure che, in modi diversi, hanno portato avanti e portano avanti ancora oggi il suo approccio artistico.
Se non sbaglio, anche Spielberg?
Sì, Spielberg è uno degli ultimi. È sempre impegnatissimo, ma spero davvero di riuscire a intervistarlo.
I tuoi documentari monografici sono ormai un marchio di fabbrica, anche Il Mereghetti lo sottolinea. Hai mai pensato di realizzare un film di finzione? C’è un genere o un tema che ti interessa esplorare in futuro?
Sì, era una curiosità che avevo da molto tempo. Mi ero detto che l’avrei fatto solo quando avessi avuto una storia che mi convincesse davvero. E così ho scritto questa storia, che è una commedia molto particolare, e di cui sono molto, molto contento.
Ci sono già alcuni attori italiani, molto affermati, che l’hanno letta e amata. Ora sto cercando di mettere in piedi l’operazione dal punto di vista produttivo e finanziario, perché è sempre più difficile produrre qualsiasi cosa: i film costano di più, hanno strutture produttive più complesse… però sono felice che stia arrivando anche questa possibilità espressiva per me.
Continuerò a essere un sostenitore appassionato del documentario, continuerò a cercare nuove storie e a lavorare sul linguaggio, che, alla fine, è la cosa più bella e più soddisfacente che possiamo fare.
redazionale
Le immagini, tratte dai profili social di Francesco Zippel, sono di proprietà dei legittimi proprietari e sono riportate in questo articolo solo a titolo illustrativo.
















