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La cura

Si stabiliscono convenzioni che ci sono utili per il mantenimento di un determinato equilibrio psicosomatico. Delle autodifese adibite a corazza esteriore, per proteggere, in fin dei conti, tutta una serie di fragilità interiori di cui sovente ci vergogniamo perché il mondo in cui siamo compresi esige prontezza di risposte, di riflessi, di adeguamento agli standard e non ammette, per l’appunto, alcun tentennamento, alcuna indecisione, alcun dubbio. Queste convenzioni si trasformano ben presto anche in solidissimi pregiudizi e pure in colpevolizzazioni che inducono a tracciare dentro sé stessi profondi solchi di sensi di colpa. Tutti da vivere, rivivere, in cui macerarsi mediante una piena adesione al partito delle ansie, delle fobie, delle paure in sé e per sé.

La mente che ragiona, che si affida al sentimento, che riesce a compenetrare tanto il pensiero quanto l’azione, tanto la mente quanto il cuore (tanto per banalizzare un po’ e ridurre a facile metafora i nostri istinti primordiali tradotti negli organi vitali che abbiamo e che non vedremo mai) non è un diretto ed esclusivo sinonimo di perfezione, di imperturbabilità, di comprensione a tutto tondo di ciò che ci accade: non è impermeabilizzante nei confronti di tutto quello che può entrare in contrasto con noi. Non ci preserva, non ci salvaguarda da quella vita dell’incoscio che emerge e che si fa viva mediante i tantissimi disagi che ci attraversano e che si producono in nevrosi e psicosi di ogni tipo.

L’essere intelligenti o dediti allo studio dell’empatia umana e animale, il riuscire a raggiungere l’atarassia mediante una concezione universalistica del proprio IO entro una dimensione che va oltre il semplice soggettivismo, non pone francamente affatto al riparo dalle perturbazioni emotive in cui siamo coinvolti e che sono la continua lotta giornaliera con piccoli pezzi di realtà apparentemente innocui o irrilevanti (e proprio per questo del tutto trascurabili) ma che, invece, solleticano e vellicano le nostre corde interiori e ci mettono di fronte alla ristretta dimensione di una capacità di controllo che pensiamo di avere prima di tutto su noi stessi, oltre che sul resto del mondo. L’autodeterminazione umana sarebbe quindi figlia naturalmente biologica dell’autoconsapevolezza.

Herman Hesse, che è e rimane un intellettuale finissimo, fin dalla primissima giovinezza passa per una serie di momenti depressivi che ne rimarcano tutta la profonda, intima sensibilità nel cercare di stabilire una connessione naturale tra sé stesso e l’oltre da sé, l’esternità. Questo rapporto, che è allo stesso tempo intimo ed estrinseco, si configura come uno dei classici aspetti di una vita dalle mutevoli caratteristiche e, certamente, dai mutevoli caratteri. Fermo nel suo proposito di una comunanza con la natura, con la sua armonia, con l’insieme anche contraddittorio dell’esistente – quest’ultimo elemento dato quasi esclusivamente dal comportamento umano – lo scrittore si interroga più e più volte sul senso delle cose, sul significato della vita.

Tanto della propria quanto di quella della molteplicità in cui gli si esprime tutta intorno, ogni giorno, ogni momento. Vede nella grande evoluzione scientifica dei tempi moderni un che di contrapposto ad una natura che, invece, segue un ritmo differente: nemmeno lento; verrebbe da descriverlo come uno sviluppo fuori dal tempo stesso. Mentre l’essere umano vi si immerge completamente, rimane avvinghiato al mondo del possibile e non concepisce altro che il significato fisico dell’esistenza; ogni affidamento alla metafisica è puramente fideistico, deistico, religioso fino al parossismo della credenza totalizzante. Ne “La cura” (Adelphi, 1978) l’elemento autobiografico è il cardine della narrazione di un travaglio interiore di cui non ci si vergogna affatto.

Sono le confessioni di un grande intellettuale, di un uomo che quindi utilizza la dotazione del pensiero, che confessa prima di tutto a sé stesso di essere vulnerabile, fragile e per questo costituzionalmente incapace – perché impossibilitato dalle condizioni esclusivamente naturali che lo riguardano e riguardano ogni essere umano – nel proteggersi, nello schermare quelli che possono sembrare gli attacchi di una invivibilità della vita stessa. Hesse lo chiama “il nemico dentro me stesso“. Smette, dopo una serie di divertenti racconti alle terme di Baden dove si è recato per curare la sciatalgia che lo affligge, di considerare il vicino di stanza, un olandese, come la sventura delle sventure perché è notturnamente rumoroso o troppo sicuro di sé medesimo nel camminare.

Si guarda dentro e fuori, compensa i piani, ridefinisce gli incertissimi equilibri di uno stare al mondo che è pena, patimento ma anche tensione emotiva che lo rigenera ogni volta che considera il fatto che non può controllare tutto e tutti perché, anzi, nemmeno sé stesso è in grado di controllare. Non si tratta di una accettazione passiva delle impossibilità manifeste entro e al di là dei confini del proprio essere materiale. Non è una resa all’evidenza, ma una differente impostazione nei confronti del disagio crescente che gli si rende oggettivo e che quindi è inaggirabile ma non per questo deve essere un ostacolo nella percezione altrettanto oggettiva del fatto che la ricerca dell’armonia è possibile.

L’olandese di cui sente i rumori e le grida dalla parete accanto alla sua stanza passa così dall’essere il suo nemico, descritto in questa maniera nel mentre lo incrocia tra le vie della cittadina elvetica, all’essere un vissuto che non è eliminabile con l’ipotesi né dell’annientamento di sé stessi né dell’annientamento dell’altro. Troppo facile escludere in questo modo un animo spirituale cui Hesse sente di fare riferimento, di avere, di interrogare continuamente. Così esprime a sé stesso un compito ben preciso: «…il mio compito era chiarissimo: dovevo demolire il mio odio così privo di valore, dovevo amare quell’olandese. Se mi riusciva di amarlo, non c’era più salute né vitalità che gli servisse, allora era mio». Non deve dimostrare nulla a sé medesimo, tanto meno all’olandese. Deve lasciarsi andare non all’invivibilità della vita, ma alla sua estrema complicatezza.

Sono, paradossalmente, proprio le misere piccolezze di ogni giorno, proprio nel momento in cui, tornati svegli dal sonno ristoratore, si rientra nella vivibilità della vita, a dare un necessariamente orribile senso alla quotidianità e a far sembrare dirimente ciò che invece non lo è perché tutto intorno rimane comunque un vuoto cosmico che ancestralmente ci pervade e ci riguarda. Lo percepiamo, spesso, quando ci proiettiamo nell’Universo e abbiamo la certezza che la mente umana non è in grado di concepirne l’ipotetica infinitudine. La dimensionalità ristretta delle terme di Baden è, quindi, per quanto tormentosa per un malato di sciatalgia e per tante altre persone zoppicanti e ben più claudicanti di Hesse, un contesto certamente più rassicurante.

Un contesto che, tuttavia, si va scontrando con la spiritualità dell’autore che rimane il punto alto della sua caratterialità e della sua potenza artistica. Per quanto Hesse si compiaccia di non essere così derelitto come molti suoi con-termali, non riesce fino in fondo ad esaltare egoisticamente il proprio compiacimento che è la metafora di una decostruzione di un mito dell’occidentalismo come civiltà tra le civiltà, cultura delle culture, erede di un immarcescibile esempio di strutturazione del senso comune che si fa etica sovrastante le tante particolari sensibilità, castrandole e rendendole degli analgesici inefficaci per i molti turbamenti interiori e per le angosce collettive. Nelle due settimane trascorse a Baden, tra immersioni in acque calde e massaggi, Hesse ritrova il confronto tra le contraddizioni.

Riscopre pienamente la fragilità dell’essenza umana ma, al contempo, ha modo di ridare una qualificazione alla capacità pensate dell’autocoscienza, come punto di partenza per una soluzione, anche se temporanea, dei disagi interiori, ponendo il tutto nella sfera dell’immediatezza di una redenzione personale che non ha bisogno di tanti passi per traghettarsi dall’inquietudine alla sanificazione della stessa. La cura del corpo è l’occasione per una cura dell’animo, della psiche, dell’essenza interiore che ci abita in una oscurità in cui la ragione non arriva perché non è destinata a potervi arrivare. Rimane qui molto difficile poter rendere la straordinaria bellezza espositiva di Hesse. Proprio perché concerne il disagio interiore è il frutto di un poetico accarezzamento di sé stesso.

Il fatto che riesca a farlo escludendo qualunque prevenzione e non soggiogandosi alla forca caudina della vergogna, principale elemento costitutivo dello scrittore che la vince ante litteram, dona alle pagine de “La cura” una potenza espressiva che è inebriante. Del resto, è una conferma dello stile di Hesse che è il prodotto della sua relazione con il mondo e con sé medesimo. Il racconto è ben più di un racconto: pare di stargli accanto e di sentirlo colloquiare col lettore del momento. Pare di ascoltare davvero qualcosa di diverso da una confessione: un diario intimo che viene aperto a chiunque senta il bisogno di condividere un’esperienza di vita in tutte le sue più nascoste sfaccettature. La più avvincente enfasi che vi si ritrova sta già nel titolo dell’opera.

È una cura che viene descritta ma anche proposta: un non restringere sé stessi entro l’asfissia di un’intercapedine prefigurata come unica certezza e sicurezza nella vasta perturbabilità del mondo. L’opposto della considerazione del “giudizio” altrui: la scrittura di tutta una serie di fragilità che proprio quelli che si ritengono più indefessamente forti, coriacei, militarmente capaci di tutto, non sarebbero in grado di raccontare. Perché la cura di cui hanno bisogno è anzitutto venire meno al dovere, alle regole, al pragmatico metro di valutazione degli eventi: venire meno al senso comune, al possibile come unico parametro di comprensione della piccola esistenza risolta nell’onore, nella disciplina, nel soffocamento acido di un rigurgito esistenziale.

LA CURA
HERMAN HESSE
ADELPHI, 1978
€ 12,00

MARCO SFERINI

1° luglio 2026

foto: elaborazione propria


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