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Marco Sferini

La crisi verticale di una Italia tanto povera quanto impaurita

Giustamente noi ci preoccupiamo della deriva autoritaria che sta prendendo la politica italiana: ne segnaliamo tutti i rischi concreti, a cominciare da quello della controriforma di Meloni e Nordio in materia di rapporti tra governo e magistratura che giocherà la sua partita il 22 e il 23 marzo al referendum. Unitamente a questi più che opportuni ed urgentissimi timori, se ne aggiungono però altri che sono stati, e tutt’oggi sono, il trampolino di lancio per interventi ancora più determinati e determinanti nell’insieme della vita sociale, civile e morale del Paese. Si tratta della condizione economica, quindi di un elemento oggettivamente strutturale su cui poi emergono tutte le variabili sovrastrutturali.

Il contesto in cui la povertà è cresciuta e non accenna a fermarsi in questa sua pericolosissima ascesa è la tipica congiunzione di fattori negativi per un mondo del lavoro in cui non accennano a diminuire i fattori di rischio: anzitutto quelli che riguardano il diretto collegamento tra monte salariale e l’indice di incidenza dell’inflazione; poi anche tutti i risvolti che hanno gli impoverimenti diretti inerenti i settori di tutela sociale, quindi comparti come la scuola e la sanitò pubblica, i costi che concernono gli spostamenti di centinaia di migliaia di pendolari e, quindi, gli investimenti mancati che concernono le infrastrutture di prima importanza.

Mentre Salvini insiste sulla fattibilità del Ponte sullo Stretto di Messina, addirittura come opera qualificante anche riguardo la mobilità in relazioni a tragedie come la frana di Niscemi, l’insieme dei settori pubblici che dovrebbero riguardare le tutele fondamentali per alleggerire il carico della povertà derivato dalla congiuntura strutturale continentale e globale, va in sofferenza acuta. Di questi giorni è l’uscita del rapporto “L’Italia delle povertà“, redatto da Alleanza contro la povertà e dall’Istituto di ricerche educative e formative. Ancora una volta il quadro che ne viene fuori è prostrante: si fa una distinzione tecnica (e pratica, quindi) tra povertà “assoluta” e “relativa“, ma nei fatti, accomunandole, gli italiani e le italiane che si trovano in condizioni di indigenza sono oltre cinque milioni.

Quasi il 10% della popolazione. Ma, scrivono gli estensori del rapporto, esiste tutto un sottosuolo di nuovissimi poveri che sfuggono alla crudezza delle cifre appena citate e che, quindi, vanno ad ingrossarle e a determinare i presupposti per una potenzialità esplosiva del fenomeno pauperistico moderno: la crisi, dunque, è molto di più di quello che appare e di ciò che è concretamente possibile studiare confrontandosi con i problemi che emergono e che, quindi, sono osservabili direttamente da chi intraprende una inchiesta in merito. Gli indicatori utilizzati per determinare il grado di povertà non tengono conto di tutta una serie di variabili singolari che, pure, sono di per sé già indici oggettivi di un diffusissimo disagio economico.

Ad esempio chi salta i pasti per poter pagare le bollette, chi riduce gli spostamenti, chi rimanda esami diagnostici, cure e quanto altro gli potrebbe essere utile per stare fisicamente e mentalmente meglio, per evitare i costi di una sanità che, anche quando viene pagata con il versamento dei tickets, per la sua mancata implementazione di strutture ed organici, per i gravi inadempimenti dei governi in merito, lascia nell’attesa i pazienti per semestri interi, quand’anche non anni, prima di poter fare una TAC, una risonanza magnetica o una MOC. C’è, quindi, una povertà sistemica che include quella di ognuno e dei molti che, con i magri salari e le pensioni attuali, riescono a malapena a sopravvivere. Di poter risparmiare un qualcosa, nemmeno a parlarne.

L’Alleanza contro la povertà lancia un allarme più che sottoscrivibile: benché i numeri non mentano, come già accennato raccontano però una verità parziale e, oltretutto, se le statistiche prodotte vengono utilizzate con malevolenza proprio nei confronti dell’oggettiva situazione di indigenza nazionale, si fa davvero un cattivissimo servizio all’Italia tutta, salvo poi definirsi però “patrioti” ed eccellenti supernazionalisti del momento. Tra i principali fattori di esponenzializzazione del disagio economico vi sono, come è abbastanza intuibile, il costo della vita, il problema sempre più allarmante dell’abitazione e il diritto alle cure. Non un pericoloso report bolscevico, ma i dati dell’Eurostat chiariscono letteralmente che «l’Italia, insieme alla Grecia, è l’unico Paese dell’Unione europea che ha visto diminuire il reddito reale delle famiglie rispetto a 20 anni fa».

Nei tempi medio-lunghi si leggono molto meglio anche le cifre che danno una fotografia immediata del presente ma che, se messe le une accanto alle altre, giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno, consentono di avere un vero e proprio filmato dell’orrore sociale in cui siamo ripiombati dopo decenni di sostanziale tenuta del sistema di uno stato-sociale che garantiva il minimo indispensabile per poter condurre un’esistenza quanto meno dignitosa. Comunque, anche senza aver letto i rapporti delle generose associazioni che si occupano volontariamente di questi importanti temi sociali, ci si può benissimo rendere conto che, ad esempio, il costo della vita è divenuto davvero vicinissimo all’insostenibilità anche per chi non è tra quei cinque e più milioni di italiani al di sotto della soglia di povertà,

Come? Facendo un giro nei supermercati che, in virtù della grandissima distribuzione di cui godono, dovrebbero, quanto meno logicamente, avere prezzi più contenuti rispetto ai negozi di prossimità. Invece no. Anche qui i dati tanto dell’ISTAT quanto di altri enti e ONG del settore, dicono che da almeno cinque anni a questa parte i prezzi dei prodotti alimentari sono cresciuti del 25%. Sebbene certe categorie lavorative abbiamo conosciuto un timido aumento dei salari, il rapporto con il sempre più alto aumento del costo della vita ha addirittura fatto registrare ulteriori perdite del potere di acquisto, vanificando la ratio stessa dell’implementazione del salario: rendere la vita del lavoratore più semplice e meno dipendente dalle costrizioni e da un moderno tirare la cinghia sempre e comunque.

Il cosiddetto “reddito reale” delle famiglie italiane è sceso di quattro punti in percentuale in un lustro (dal 2021 ad oggi, ergo…); questo ad esclusivo riferimento all’acquisto dei beni necessari di consumo. A tutto ciò si sommano le altre due questioni problematicissime: casa e cure. Qui il problema primo è il reperimento di alloggi che abbiano un canone adeguato a quello che è lo standard delle famiglie che vanno ad abitarli. Nelle grandi città, ma non di meno anche in quelle più provinciali, i canoni di affitto superano del 40% un medio reddito familiare. Il che significa, su una base annua, un aumento del 7% circa rispetto a poco tempo fa. Gli studenti fuori sede che convivono in piccoli appartamenti, pagano spesso affitti esorbitanti.

A questo proposito, proprio dai dati ISTAT è emerso che una vita universitaria media ha costi che si aggirano alla cifra limite di ventimila euro annui: “generosità” vuole che queste cifre comprendano affitti da ottocento-novecento euro al mese e relative spese di sostentamento con qualche minima concessione allo svago dei fine settimana. Inoltre, mancano alloggi popolari. L’Associazione per lo Sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno (un ente privato fondato nel lontano 1946), che ogni anno pubblica un rapporto sul divario tra Nord e Sud del Paese, evidenzia come, a fronte di una domanda di oltre seicentocinquatamila nuclei familiari, le case popolari libere ed inutilizzate sarebbero appena centomila. Ma le priorità del governo sembrano essere gli sgomberi dei centri sociali, come Askatasuna, per trasmettere il messaggio che per lo meno sul fronte della sicurezza si possono dormire sonni tranquilli.

Si colga l’ironia dell’ultima frase, perché tutto il resto ci parla di una situazione complessiva veramente drammatica e che, pur percependola, rischiamo di non averla così ben presente come dovremmo; distratti come siamo dalle enormità rappresentate dai conflitti internazionali e da una economia di guerra che, quindi, ha tutti i risvolti nazionali appena qui elencati e sommariamente descritti. Terzo grande dramma nazionale è la sanità pubblica, l’accesso alla prevenzione delle malattie e alle cure delle medesime. Qui insistono sullo stesso punto di crisi tre problemi la cui risoluzione sembra, visti gli stanziamenti poverissimi dedicati dal governo Meloni al comparto sanitario, molto, molto, molto lontana. Si tratta delle liste di attesa, delle difficoltà economiche e dello sfarinamento della rete sanitaria locale.

Per poter fare esami diagnostici anche molto importanti si attendono tempi biblici. I tickets sono onerosi e gli ambulatori e le strutture presenti nei centri più piccoli, nelle zone collinari e di montagna, vengono chiusi, trasferiti altrove, accorpati a strutture per lo più nei capoluoghi di provincia. Non va meglio alle strutture ospedaliere vere e proprie: la regionalizzazione della questione sanitaria ha prodotto tante e tali differenze da indurre chi può permetterselo a varcare i confini e andare a farsi curare dove l’eccellenza è ancora riscontrabile sul campo. Quasi il 10% degli italiani rinuncia alle cure: una cifra che, tradotta in numeri assoluti, vuol dire, anche qui, circa cinque milioni e mezzo di persone. Siamo praticamente sulla stessa soglia della povertà assoluta. Tutto, purtroppo, torna.

Mentre la percentuale del Fondo sanitario nazionale in riferimento al Prodotto Interno Lordo continua a scendere (dal 6,3% del 2022 al 6,1% del 2024), la sanità privata registra una crescente espansione. Ed anche in questo caso, davvero, tutto torno, ma proprio tutto. Le politiche dei governi, compreso quello attuale che ormai è lì da tre anni e mezzo, hanno incentivato il privato rispetto al pubblico e hanno fatto balzare la domanda ad un oltre 137% in un arco temporale che va dal 2016 al 2023. Se parliamo di cifre sonanti, si tratta di un aumento di introiti per i privati da 3,05 a 7,23 miliardi. Un altro mondo rispetto alla sanità pubblica i cui magrissimi bilanci sono la dimostrazione di un deterioramento progressivo, di una carenza di aggiornamenti tecnici, di implementazioni nella ricerca.

Il governo Meloni non può venirci a raccontare che tutto sta andando per il verso giusto: qui va tutto per quello sbagliato, verso un precipizio sociale che, infatti, trascina con sé anche quello civile. La disperazione è il brodo di coltura degli autoritarismi che, infatti, se ne nutrono per poter imporre norme restrittive atte a consentire un controllo sempre maggiore sulle masse popolari che potrebbero divenire un problema nel momento in cui la cinghia non avesse più buchi per essere tirata e non si potesse più stringere la magra vita di qualcosa ancora di più dei quasi sei milioni di italiani in uno stato di povertà assoluta. Questo sarebbe patriottismo? Questo sarebbe voler bene al proprio Paese?

Questa non è la nostra Italia, ma la loro: dei prepotenti e dei ricchissimi. Ma per rifar venire fuori quella vera, quella che ci prova ad essere sociale, uguale e solidale, bisogna costruire una coscienza sociale, civile e morale così ampia da mettere all’angolo una destra delle prevaricazioni, dei privilegi e dell’autoritarismo che non è degna non solo di governare, ma nemmeno di aspirare nuovamente a farlo. La tragedia è tutta, proprio tutta in scena e chi applaude è peggiore di chi la recita.

MARCO SFERINI

6 febbraio 2026

foto: screenshot ed elaborazione propria

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