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Marco Sferini

La coscienza costituzionale, vera maggioranza popolare

Un’eco lontana
A guardare il risultato del voto referendario sulla riforma della giustizia proposta da Nordio e Delmastro per il governo Meloni l’altra sera, a scrutini ormai completati, non poteva non saltare all’occhio una similitudine con quello che molti ritengono un lontano passato e che, invece, è ancora un presente differito, un imperfetto che sta dietro l’angolo come monito per un futuro spesso troppo incerto: il 23 marzo 2026 somiglia tanto al 2 giugno 1946. Due referendum, due competizioni che sembravano doversi risolvere entrambe in un contesto al fulmicotone per un retroterra tutt’altro che sereno.

Allora si usciva dalla Seconda guerra mondiale, da una dittatura ultraventennale, da una guerra partigiana che aveva riscattato la nazione dall’ignominia del fascismo e dall’alleanza con il nazismo hitleriano. Oggi niente di tutto questo, ma un quasi quattro anni di governo degli eredi di quel passato, di coloro che si fanno chiamare “patrioti” e che hanno lavorato incessantemente per smontare la Costituzione repubblicana, democratica, antifascista.

Un esecutivo, quello di Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Antonio Tajani, che è espressione delle forze più conservatrici e retrive del Paese, capaci di rappresentare un asse portante per il ceto medio e per quello iperbenestante soltanto perché non è esistita una alternativa degna di questo nome a fare da contraltare nel nome di un riscatto sociale, di una vera giustizia sociale. Ma, tant’è, nella crisi multilivellare degli ultimi anni la destra estrema si è inserita, ha unito gli interessi della classe imprenditoriale con quelli dell’alta finanza, se ne è dimostrata interprete e ha prosperato in questa direzione di ultraconservazione dei privilegi.

Anche allora, nel giugno del 1946, la scelta tra repubblica e monarchia era un qualcosa di simile: da una parte vi era la conservazione più abietta, addirittura erede della compromissione diretta tra i Savoia e il regime fascista; dall’altra quella possibilità di aprire all’Italia la porta verso una stagione del tutto nuova e non solo parzialmente tale: similmente ai centristi di oggi (però nemmeno minimamente paragonabili all’altezza politica dei dirigenti democristiani di allora), la DC, per espressa dichiarazione di Alcide De Gasperi, lasciò libertà di voto ai propri elettori, non mancando di sottolineare che era preferibile esprimersi per la repubblica.

C’era la consapevolezza della polarizzazione del voto: il Nord ovviamente più propenso al voto repubblicano, il Sud a quello monarchico. Come del resto accadde. La DC pescava un po’ ovunque ed era radicata in tutto il territorio nazionale, salvo essere ovviamente in netta minoranza nelle regioni del centro e in Liguria, che sarebbero divenute delle roccaforti rosse nell’immediata successione delle tornate elettorali del primo decennio di vita dalla nuova Italia democratica. Il voto del 22 e 23 marzo 2026 ha qualche somiglianza con quello che decretò la nascita della Repubblica italiana.

Ed i perché sono abbastanza evidenti: si è trattato anche in questo frangente di un passaggio veramente epocale: non solo si somigliano le percentuali con cui le diverse opzioni in campo si sono differenziate, ma anche i voti in assoluto sono simili per il distacco che li riguarda. Due milioni di consensi in più per il NO rispetto al SÌ (se si considera l’interezza del risultato, sommando Italia ed Estero, la forbice si riduce di pochi centesimali): 14.461.336 di italiani si sono espressi contro la riforma di Nordio e Meloni, mentre 12.448.255 la volevano approvare. Come nel 1946, anche in questa consultazione referendaria è il voto dei grandi centri urbani a fare una certa differenza per la vittoria del fronte che si opponeva all’intervento governativo.

Le zone periferiche e rurali manifestano uno spirito più conservatore, anche se non esiste una vera e propria omogeneità in questo senso. Sorprendono, rispetto al raffronto con il 1946, dati davvero eclatanti che riguardano il Sud: la Campania vede il NO raddoppiare voti e percentuali rispetto al SÌ (1.453.050, pari al 65,22% rispetto ai 774.742 voti raccolti dalla risposta affermativa che si ferma al 34,78%). La Sicilia porta la contrarietà alla riforma al 60,98% con 1.077.512 voti, rispetto al SÌ che si attesta con 689.506 al 39,02%. Non meno peggio fa la Calabria: 403.513 voti per il NO, pari al 57,26%, e la posizione governativa che non supera, con 301.133 ottenuti, il 42,74%.

Basilicata e Puglia premiano il NO rispettivamente con il 60,03% e il 57,14%. In Molise ed Abruzzo il NO vince con il 54,7% dei voti nel primo caso, con il 51,77% nel secondo. In Sardegna le percentuali di sostegno alla posizione contraria alla proposta dell’esecutivo arrivano quasi al 60%. Le percentuali regionali favorevoli al SÌ si registrano soltanto in tre regioni: Lombardia (53,56%), Veneto (58,41%) e Friuli Venezia-Giulia (54,47%). Per il resto d’Italia è, su scala regionale, tutta una vittoria del fronte del NO.

In questo scenario geopolitico del voto, ma solo in questo caso, le differenze con il 2 giugno 1946 sono molto marcate: la netta divisione tra centro-nord e sud di allora oggi non è riscontrabile in un voto piuttosto distribuito in modo omogeneo nel Paese e che, quindi, è qualcosa di molto diverso rispetto al carattere esclusivamente tecnico a cui i loro proponenti volevano ridurlo, minimizzando la portata invece di stravolgimento istituzionale e civile che avrebbe avuto se avesse prevalso la riforma. Ma, più ancora, pur non avendo vissuto ottant’anni fa e aver respirato il pathos del momento, ci si domandava nei giorni antecedenti il voto, quale sarebbe stata la percezione avuta dalla popolazione.

Quale insieme di segnali avrebbe contribuito a formare una valutazione cosciente e coscienziosamente collettiva in merito alla proposta che le veniva servita come un’innovazione del sistema magistratuale, scansando qualunque ipotesi di controllo da parte del governo del potere giudiziario?

Il messaggio che sotto sotto qualcosa non andava, che non si trattava di una semplice riforma tecnica del CSM, della sola separazione delle carriere tra giudici requirenti e giudicanti, sarebbe arrivato nella sua cruda essenzialità? Probabilmente anche nell’estate del 1946 qualcuno si sarà fatto questa domanda: un Paese così diviso a metà, tanto dalla differenza economica tra Nord e Sud quanto dalla sua storia post-risorgimentale fatta di colonizzazione del Mezzogiorno da parte del nordismo sabaudo, avrebbe scelto una moderna forma costituzionale democratica e repubblicana per rinascere ancora una volta?

Il ministro degli Interni Giuseppe Romita, repubblicano, passò quei giorni dal termine degli scrutini alla proclamazione dei risultati da parte della Corte di Cassazione come un traversata in un deserto davvero infernale. Tanto più che allora si parlò di brogli, di milionate di voti per la repubblica tenuti nei cassetti del Ministero, pronti ad essere usati per evitare che la monarchia vincesse. Nulla di più falso. Ma la posta in gioco era altissima e i sostenitori dei Savoia le tentarono tutte per prevalere e conservare ad Umberto II la corona cascata dalla testa di Vittorio Emanuele III.

La “Legge del 6”
Oggi, per quanto emozionalmente si possano stabilire delle similitudini, il contesto è completamente differente, sebbene molte di quelle differenze tra Nord e Sud permangano e si trascinino a causa di una trascuratezza endemica che è figlia di un consociativismo allarmante, che non accenna a diminuire e che subisce il più delle volte degli indegni blandimenti da parte di una politica che ha interesse a non disgiungersi troppo dalle antiche e moderne tracce di malavita che si riscontrano nei meandri di interessi capillari che le grandi organizzazioni criminali gestiscono non solo al Sud ma penetrando ovunque nel territorio nazionale.

Pur tuttavia, il voto del Mezzogiorno d’Italia sorprende piacevolmente, perché c’è in tutta evidenza una voglia di preservazione di conquiste sociali e civili a cui non si intende rinunciare e che sono l’esatto contraltare rispetto alle incrostazioni deleterie e profondamente criminali, disoneste e immorali di una parte del potere politico che si fa tutt’uno con quello della criminalità e del dominio del territorio da parte delle bande e dei clan mafiosi.

Questo è il tratto distintivo del voto referendario che ha visto prevalere il NO con quasi due milioni di voti e con una percentuale nazionale di votanti che ha raggiunto livelli che oggi ci paiono sorprendenti (il 58,93%) a fronte della disaffezione nei confronti di tornate elettorali che non riguardano la salvaguardia della nostra Costituzione, bensì il governo della nazione (che, poi, come si può chiaramente evincere, non vuol dire non operare una scelta anche in questo senso, nella direzione della tutela complessiva della Carta del 1948).

Il voto popolare è, oggettivamente, più chiaramente espresso nella scelta diretta tra due opzioni: una di assenso e una di dissenso che, per lo meno in prima battuta, non riguardano una adesione ad un fronte politico, ad una ideologia, ad una interpretazione particolare della vita del Paese.

Eppure non era e non è stato così in questo voto marzuolo. La questione che prima si richiamava sulla percezione del senso proprio di questa riforma è stata colta dalla maggioranza di un elettorato soprattutto giovane: gli istituti di ricerca ci dicono che sono stati in particolare coloro che hanno un’età tra i 18 e 40 anni ad aver dato una spinta propulsiva alla vittoria del NO. Il 61% di queste generazioni di giovanissimi e di media età ha colto il pericolo della svolta autoritaria, di quel tentativo del governo Meloni di porre un freno all’autonomia della magistratura e ha come intuito che c’era ben altro in gioco rispetto al chiacchiericcio sulla separazione delle funzioni tra magistrati.

Giorgia Meloni ha commesso il suo più grande errore e, con lei, tutto il suo governo: a cominciare dal ministro Nordio che, con tutta una serie di sincere dichiarazioni pubbliche, è davvero stato la migliore resa dell’evidenza richiamata dal fronte del NO. Ossia che la riforma era una controriforma che mirava non a rafforzare la democrazia, la separazione dei poteri, il corso della giustizia e il suo funzionamento: bensì puntava a legittimare il ruolo requirente e giudicante solo in funzione delle attività dell’esecutivo. Lo avremmo visto, senza ombra di dubbio, già oggi se avesse prevalso il SÌ con le leggi di attuazione della riforma che, ne possiamo stare certi, erano già bell’e pronte e non necessitanti di nessun confronto né con le opposizioni né con le associazioni dei giudici.

Qualcuno ha richiamato una legge che nel tempo si è venuta costituendo come una drammatica nemesi, un’altro appuntamento della Storia che, a quanto si vede, non ha scolari: la “Legge del 6“. Nel 2006 Silvio Berlusconi ebbe l’idea di mandare a consultazione referendaria (la seconda, nella storia della Repubblica, di conferma di una legge di revisione costituzionale) una riforma che includeva già l’idea premieristica oggi ripresa da Giorgia Meloni, con un rafforzamento dei poteri del governo e la fine del bicameralismo perfetto. Il 61,29% degli elettori bocciò quello stravolgimento della seconda parte della Costituzione e dell’impianto istituzionale democratico e parlamentare.

Nel 2016 fu la volta di Matteo Renzi e Maria Elena Boschi con, anche in questo caso, la fine dell’equipollenza delle prerogative e delle funzioni delle Camere, riducendo il Senato ad una mera rappresentanza regionale e introducendo così quello che venne allora chiamato il “bicameralismo differenziato“. Anche in quel caso la risposta popolare fu netta: il 59,12% degli elettori la bocciò e al Presidente del Consiglio toccò dimettersi, ammettendo una sconfitta oltre le previsioni più scure e raccapriccianti. Esattamente dieci anni dopo, Giorgia Meloni, ci riprova, sicura di ottenere una vittoria sulla scia di quella delle politiche del 2022, forte di un consenso che i sondaggi le danno tanto come esponente di governo quanto come leader di partito.

Ma sottovaluta il fatto che esiste una maggioranza nemmeno più tanto silenziosa, molto trasversale, per niente irregimentabile nei soli perimetri delle percentuali che i singoli partiti hanno e che ragiona riflettendo sulle conseguenze di atti e soprattutto parole che, per come sono oggettivamente apparsi nel corso di una campagna referendaria davvero insulsa, fatta di attacchi inusitati nei confronti dei magistrati e del diritto in senso lato, ha reso manifeste le vere intenzioni del governo e della maggioranza di destra. Indubbiamente nel NO c’è una stragrande maggioranza di voti progressisti. Ma vi sono anche elettrici ed elettori di centrodestra che hanno scelto di bocciare la riforma Nordio-Meloni. Così come ve ne sono di centro e di sinistra che hanno scelto di premiarla.

La percezione che è stata vissuta dai quindici milioni di italiani che hanno detto di NO nelle urne ha corrisposto alla realtà che non era un semplice racconto mistificatorio del senso vero del mutamento di sette articoli della Costituzione. Il paventamento del risvolto autoritario, governocentrico, alterizzante gli equilibri istituzionali e, quindi, viatico aperto verso i pieni poteri da sempre tanto agognati dalla destra post (e neo)fascista non era una esagerazione propagandistica, ma la cruda e semplice verità: Meloni, Salvini e Tajani hanno dedicato questa riforma a Silvio Berlusconi che per vent’anni ha provato a limitare i poteri dati dalla Costituzione alla magistratura repubblicana.

Se avesse vinto il SÌ, noi oggi assisteremmo ad una dedica di massa al fondatore di Forza Italia, ad una santificazione della sua premeditata riorganizzazione dei poteri dello Stato a tutto vantaggio del solo potere esecutivo. Gli italiani hanno saputo leggere tra le righe e non si sono fatti ingannare dalla rappresentazione della riforma come di una innovazione in sé e per sé. Non sempre il cambiamento è sinonimo di progresso, di aumento ed espansione dei diritti di tutte e tutti. Esistono cambiamenti che moltiplicano le garanzie universalmente parlando e cambiamenti che sono invece clamorosi passi indietro rispetto alle conquiste sociali, civili e culturali di un paese.

Un successo dal basso
Più che giusto che le opposizioni festeggino, che lo facciano le organizzazioni sindacali, che lo facciano i comitati che hanno promosso la lotta per il NO a questa riforma sciagurata che avrebbe sovvertito la Costituzione e la Repubblica. Ma c’è un’altra percezione, propria di queste ore, che incede lentamente e che si mostra però in tutta la sua chiara e cristallina, lapalissiana oggettività: il risultato del voto è il frutto di una cultura di massa che si è andata formando e riformando anche nel corso dell’avvicendarsi delle generazioni.

Da quelle vecchie che hanno passato il testimone a quelle giovani è stata tramandata non solo la memoria delle tragedie dittatoriali e belliche del Novecento, ma soprattutto l’insegnamento a praticare politicamente tutto ciò che fosse possibile per evitarle nuovamente. A cominciare dai rigurgiti di autoritarismo messi in essere da governi che hanno abusato degli strumenti di decretazione d’urgenza e, più in generale, della decretazione stessa che ha finito con il rendere il Parlamento un ratificatore delle misure dell’esecutivo e non più un luogo di discussione aperta per la formazione delle leggi.

Molti milioni di italiani, molte centinaia di migliaia di giovanissimi, pur non avendo vissuto nemmeno la fase degli ultimi decenni del secolo scorso, la fine dell’assetto globale stabilito con la Guerra fredda, la fine della “prima repubblica“; pur non avendo conosciuto i fenomeni dei partiti di massa, della grande interpretazione delle ideologie trasformatrici o conservatrici della società innervate nei partiti politici antifascisti (tutti, di centro, di sinistra e di destra liberale, non certo di quella postfascista meloniana o del populismo leghista e tanto meno del neoliberismo imprenditoriale berlusconiano), hanno raccolto una eredità importante. L’hanno saputo fare con coscienza.

Con un senso civile e civico che, per quello che esprime con questo voto, dice chiaramente che alla Costituzione il popolo tiene veramente e che esiste una maggioranza che non accetta passivamente il cambiamento. Soprattutto quando le viene prospettato come la panacea di tutti i mali, la risoluzione di ogni contrasto interno, il primo passo verso un vivere tutte e tutti in pienissima libertà e giustizia. Chi troppo promette lascia adito al sospetto, se non altro al dubbio e quindi spinge all’approfondimento dei temi trattati e, in particolare, alla prospettazione di ciò che sarà dopo.

Ma una gran parte di questo popolo di giovanissimi e anche di meno, molto meno giovani, ha saputo riconoscere l’inganno anche perché proveniva da una parte ben precisa: quella degli eredi di chi non si è mai riconosciuto nel patto costituzionale repubblicano. Gli eredi del Movimento Sociale Italiano del maresciallo Graziani, di Almirante, di gente che proveniva non certo dalla parte giusta della Storia e che aveva combattuto per mantenere in piedi la dittatura di Mussolini con tutte le sue atrocità e il trascinamento della nazione in un terrore durato vent’anni, in guerra durata cinque. Se la Costituzione è la cesura netta con questo passato, la Costituzione va difesa.

Costi quel che costi. Come affermava Sandro Pertini: «Questa Repubblica non ci è stata servita su un piatto d’argento. Ce la siamo conquistata noi col sacrifico di tanti giovani che hanno sacrificato la loro vita nel cammino della Resistenza! Quanti sono morti lungo questa via di liberazione. Dobbiamo difenderla, costi quel che costi!». Ed è quasi commovente riscontrare che oggi, i giovani eredi nel tempo di quella conquista, abbiano messo tutta la loro empatia sociale, civile e morale per preservare l’autenticità della Repubblica, la sua Carta costituzionale, la sua prima essenza: l’antifascismo, l’antiautoritarismo senza se e senza ma.

L’induzione all’unità delle forze politiche democratiche e progressiste data dal grande risultato del NO nel referendum è una notizia positiva; tuttavia non deve risolversi in una serie di tavoli esclusivamente tecnici e burocratici ma deve aprirsi all’Italia intera, deve mostrare che prima dei calcoli percentuali sulla divisione dei posti in lista e in Parlamento, va messo il bisogno reale della gente che ogni giorno fa fatica a mettere pranzo e cena insieme e che non ha più gli elementari diritti di cura, di salute, di tutela minima che un tempo erano in qualche modo garantiti.

L’alternativa vera al melonismo, a questo governo di eversori e di nipotini del neofascismo, deve essere un patto sociale e civile che proprio nella grande dimostrazione di partecipazione popolare del referendum ha bisogno di radicarsi per erigere le fondamenta di una nuova fase della vita della Repubblica italiana. Non ci dobbiamo dimenticare il contesto internazionale e, quindi, le gravi crisi in cui versano l’Europa e le zone del mondo in cui avvampano i conflitti e le guerre di medio e lungo corso. Non ci dobbiamo scordare che le forze conservatrici proveranno a fare di tutto per frenare il cambiamento progressista.

Ma sarebbe davvero da ottusi settari separare la sinistra di alternativa dal fronte progressista che invece deve vedere la partecipazione di chi oggi pensa alla società come ad un complesso corpo anzitutto sociale e civile e, quindi, anche politico perché declinato nel senso più proprio della partecipazione attiva: giorno dopo giorno e non solo in vista delle tornate elettorali. Proclamare l’alternativa più pura possibile non basta, non serve: soddisfa l’ego di quei pseudo-rivoluzionari che sono incapaci di pensarsi se non pienamente e solo d’accordo con sé stessi. Dobbiamo ascoltare le ragioni degli altri e cercare una sintesi.

Dobbiamo mettere dei punti fermi, certo. Sapendo che non si può trattare su temi come il riarmo, perché una vera alternativa oggi è nell’esatto contrario: nel disarmo. Dobbiamo invertire la rotta sul piano sociale: parlare di riduzione dell’orario di lavoro, di indicizzazione dei salari rispetto al costo della vita, della fine del precariato come modello di espansione economica (se non per le sole dirigenze imprenditoriali, per i loro astronomici profitti). Dobbiamo stare non nel “campo largo“, ma in quello ancora più largo della società civile che però guarda al fronte democratico e progressista come possibile contraltare rispetto a questo governo, a questa maggioranza.

Quel NO segnato da quindici milioni di X è un NO che va contro la riforma Nordio e Meloni, ma che è espressione di un sentire comune che si oppone alle mafie, alla corruzione, alle prevaricazioni, alle ingiustizie tutte: al razzismo, alla xenofobia, alla negazione dei diritti civili ed umani. Quel NO segnato quindici milioni di volte è il progetto politico da cui partire, come lo sono stati i milioni di voti dati al SÌ nei referendum promossi dalla CGIL nel giugno del 2025. Fu la premessa della ricostituzione di un popolo che tornava a sentire le questioni sociali come base costituente di un nuovo patto.

Tutte e tutti dobbiamo dare il nostro contributo alla rifondazione della Repubblica sulla sua Costituzione, mandando a casa il governo Meloni e la sua stantia ideologia conservatrice, populista, retrogada e pervasa dal nostalgismo per l’uomo o la donna sola al comando. Capitalizziamo la grande vittoria del NO: non disperdiamo nemmeno un voto dato come il vero messaggio del popolo ad una politica che deve riqualificarsi ed essere qualcosa più di credibile. Guadagnarsi il rispetto della gente: facendo quello che promette, migliorando la vita di chi ha meno e sta peggio, facendo pagare chi ha di più e ha vissuto fino ad oggi sulle spalle dei milioni e milioni che tirano a campare.

MARCO SFERINI

24 marzo 2026

foto: screenshot ed elaborazione propria

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