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La continuità del male
Nel primo capitolo del saggio di Luciano Canfora “Il fascismo non è mai morto” (Dedalo edizioni, 2024) il filologo e storico pugliese evidenzia prontamente che la caratteristica prima del movimento essenzialmente nato con Benito Mussolini è quella di proclamare l’eccezionalità nazionale, l’italianità come una sorta di primato indispensabile all’italiano stesso per definire quindi la superiorità razziale anzitutto dei discendenti dell’antica Roma, inserendo il tutto ovviamente in una teorizzazione ancora più genericamente suprematista che riguarda i bianchi rispetto alle genti di altra pigmentazione della pelle.
Qui si ritrova il principio di una dissertazione molto profonda che percorre il Novecento e, nello specifico, la sua seconda metà: quella in cui si era dato troppo per scontato che, terminata la Seconda guerra mondiale, crollati i regimi totalitari occidentali sotto il peso delle armate sovietiche e di quelle degli alleati anglo-americani, i conti con le dittature fossero, in fin dei conti, stati fatti e che toccasse “semplicemente” ricostruire da dove ci si era lasciati prima che Roma e Berlino cadessero sotto la malefica influenza del fascismo da un lato, del nazismo dall’altro. C’è – afferma Canfora – anche chi si è volutamente impegnato a raccontare questa triste favola, spacciandola per una sorta di oggettività inconfutabile.
A distanza di più ottant’anni dalla fine della tragedia bellica che coinvolse il mondo intero, ci rendiamo conto che i conti con il fascismo italiano e, più latamente, con i fascismi diffusi per il globo non sono affatto chiusi e che costantemente si deve vigilare per preservare quelle democrazie che sono state date troppo presto per acquisite, corroborandole con un sussiego che si è dimostrato essere pura spocchia: politica molte volte, intellettuale altre. Alla base di questa altezzosità del pensiero e della pratica dello stesso sta il tentativo di minimizzare gli eccessi possibili, riducendoli a fenomeni caricaturali, figli di un nostalgismo che ogni tanto si rinverdisce e che, tutt’al più è capace di esprimersi con fraseologie, caratteri di scrittura, slogan e gestualità tanto desueti quanto impresentabili.
Poco tempo dopo la pubblicazione del saggio di Luciano Canfora, a conferma dell’analisi e della tesi espressavi (appunto quella che il fascismo non è mai completamente morto), viene un altro lavoro di ricerca e di attenta osservazione logica e cronologica dell’evo-involuzione della destra italiana nel corso della vita repubblicana. Ce lo offre Tomaso Montanari che ha scritto per Feltrinelli (2026) “La continuità del male” con sottotitolo “Perché la destra italiana è ancora fascista“. Si parte appunto dall’interrogativo che ha tutta la forza invece dell’affermazione: sappiamo, perché ne riconosciamo l’esistenza, in quanto è molto più che semplicemente evidente, che c’è un fascismo strisciante entro il perimetro di una Repubblica, e quindi di una società complessa (proprio perché democratica).
Chi solitamente nega questo fatto, è uno di quei minimizzatori che hanno interesse a far somigliare le nuove pulsioni autoritarie a fattori politici, sociali, civili e morali dettati dalle contingenze dell’attuale fase di crisi. Ma, andando a ritroso nel tempo, non è difficile scontrarsi con lo stesso tipo di caricaturizzazione del problema: i fascisti ci sono anche se, esteticamente, non sono ovviamente più quelli degli anni Venti del Novecento e nemmeno quelli dei torvi anni Quaranta, della foschia sempre più nera e omicidiaria della fase truculenta della rivalsa repubblichina sotto l’egida del Terzo Reich dopo la caduta del regime mussoliniano nella notte del 24-25 luglio 1943. Tanto Canfora quanto Montanari riconoscono una peculiarità del neofascismo che si esprime sotto varie forme, sigle, equipaggiamenti vecchi o nuovissimi: la resilienza.
Questo per sintetizzare al massimo le loro esaustive significazioni nel merito: si tratta fondamentalmente di una tattica che dall’Movimento Sociale in avanti è stata adottata per insinuarsi nelle istituzioni e apparire “rispettabili“. Qualcuno ha anche provato a liberalizzare la destra italiana – come nota Montanari – ma, nella sostanza, nei fatti, il discostamento gli è costato se non caro, quanto meno molto, visto che ha subìto, in una parabola prima ascendente e poi discendente, una vera e propria marginalizzazione dettata anche dall’esaurimento di una spinta propulsiva che si è infranta contro altri populismi sorti per cercare di indirizzare una specie di “rivoluzione nazionale” in altri viatici e con parole d’ordine molto lontane da quelle del gergo missino di un tempo.
Il quesito si arricchisce, così, di nuovi interrogativi e si fa molteplice: ci troviamo costantemente di fronte al neo-fascismo oppure al post-fascismo? O, ancora, siamo invece in una specie di solco della continuità ideologica che muta per ritrovare le strade del potere ed è disposto a qualche compromesso nel nome di un identitarismo che, in fin dei conti, pratica poi mettendo a terra politiche repressive, ostracizzanti, discriminatorie e, nell’insieme, tendenzialmente (l’avverbio è volutamente eufemistico) autoritarie? Il mito dell’uomo (o della donna) forte al potere si è, confessiamocelo, un po’ sempre proposto sulla scena della storia della Repubblica Italiana: l’invocazione andava di pari passo con un altro auspicio che concerneva la richiesta ferma dei “pieni poteri“. Ora per battere il terrorismo, ora per rimettere a posto i dissesti economici e sociali.
Il punto in questione è separare la banalizzazione cercata dai neo-post-fascisti, proprio riguardo ai rigurgiti continui di rigidità muscolare del potere e, quindi, di dimagrimento, consunzione ed inedia della democrazia, da un discorso invece molto serio sulla capacità dei movimenti autoritari di riproporsi in forme, modi, espressioni e simbologie del tutto nuove, pretendendo così, sulla scorta dell’affermazione che l’antifascismo non ha senso perché il fascismo non esiste più, di essere i primi superatori del pericolo autoritario medesimo. La destra italiana non ha mai saputo affrontare il problema della condivisione dei valori costituzionali in tutto e per tutto. Ha caldeggiato quella “riconciliazione” che parlava il linguaggio della “memoria condivisa“, provando a far scivolare addosso a tutte e tutti il revisionismo storico sul Ventennio, sulle sue premesse e sul suo tragico epilogo.
Montanari individua esattamente nelle mancanze della destra attuale tutta una serie di compatibilità con quella impostazione delle origini che si fondava sulla negazione dell’uguaglianza tanto sociale quanto civile. Per non parlare di una concezione internazionalista dell’umanità che Mussolini tralasciò nel giro di un istante quando trasvolò velocemente dalle posizioni neutraliste a quelle interventiste allo scoppio della Prima guerra mondiale, pur dicendosi sempre molto attento alle questioni proletarie, riferendosi così, fin dentro gli anni di consolidamento del regime e quelli più criminali, alle sue prime origini politiche. Nel “sociale” del MSI non vi è mai stato nulla di veramente afferente agli interessi del mondo del lavoro, degli sfruttati, dei salariati e del disagio popolare diffuso.
L’ambiguità è sempre stata una caratteristica del neo-post-fascismo e conferma l’altro carattere fondativo dei movimenti autoritari novecenteschi: la mistificazione, l’alterazione compulsiva di ogni verità oggettiva che viene propagandisticamente tramutata nel suo opposto stabilendo lo scontro orizzontale nella classe sociale piuttosto che quello verticale tra le classi sociali stesse. La disuguaglianza è, in questo contesto, la punta del diamante grezzo di una politica che mette tutta sé stessa nella dimostrazione che esistono criteri di superiorità e di inferiorità dati da ragioni che trascendono le questioni evidentemente sociali. Dalla cultura alla nascita, dal colore della pelle alla lingua parlata, ieri come oggi la fondatezza delle aberrazioni della destra riguarda la stabilita sacralità dell'”identità“.
Ovviamente di quella che rientra nei parametri della conservazione di una determinata specie di individui che rispondo alla purezza razziale. Un qualcosa che neo-post-fascisti di oggi negheranno fino allo sfinimento, cercando di esprimere, molto tecnicisticamente e con una petulante puntigliosità, le questioni quasi ontologicamente oggettive che li portano ad esprimersi, ad esempio, nella negazione del patriarcalismo mediante la negazione del quotidiano fenomeno dell’accanimento degli uomini contro le donne fino ad arrivare al “femminicidio“. Michela Murgia ha scritto e ripetuto: «La parola femminicidio non indica il sesso della persona morta. Indica il motivo per cui è stata uccisa. Una donna uccisa durante una rapina non è un femminicidio». Tocca spiegarlo, così come tocca sempre essere democraticamente vigili.
Montanari non stabilisce delle analogie tra l’ieri e l’oggi, bensì storicizza il problema e lo contestualizza con continui riferimenti bibliografici, note e sottolineature che fanno del suo lavoro una vera e propria ricerca approfondita, affascinante per chiunque abbia a cuore un vero metodo storico anche (e forse soprattutto) nell’analisi del presente, della coevità tra noi stessi e i problemi che dobbiamo affrontare ogni giorno. Il lavoro prodotto smonta quella mitizzazione di una destra che è riuscita ad essere conservatrice senza essere fascista. Salvo pochi esempi, come il Partito Liberale Italiano nella vita della cosiddetta “prima repubblica“, i partiti della destra più estrema e nazionalista sono stati corresponsabili di teorizzazioni e pratiche che hanno tentato di sovvertire il regime democratico nel nome dell’anticomunismo e, ovviamente, nel completo ripudio della Costituzione nata dal Partigianato e della Resistenza.
C’è, quindi, una stretta connessione – alla luce anche delle recenti neoformazioni “futuriste“, ma non di meno per quelle riguardanti l’attuale maggioranza di governo, pure eterogenea nella sua composizione tra centro e destra – tra ideologia autoritaria di ieri e riproposizione nell’oggi tramite un ricorso ad una “italianità” escludente, altro rispetto alla solidarietà sociale, civile ed umana che è invece il fondamento della Carta del 1948. Il lavoro di Montanari è un contributo prezioso per rendersi palesemente conto che il pericolo di una torsione antidemocratica è sempre dietro l’angolo e che non si deve mai dare per scontata l’acquisizione dei diritti tutti. Ad onor del vero, le pagine di questo libro sono un atto di verità, una constatazione de facto, non un paventare ritorni del passato. Semplicemente perché non torna mai ciò che è sempre stato, in molti modi e in molte forme, sempre presente.
In minoranza netta a volte, in maggioranza relativa altre, ma comunque sempre presente perché insito in una caratterialità umana che si esprime anche in questa maniera: facendo delle differenze delle pietre angolari degli stigmi peggiori e ponendo l’esistenza di ognuno in un regime di allarmismo confacente a mostrare e dimostrare che, se ti distrai un secondo, c’è qualcuno che ti vuole rubare qualcosa. Il lavoro, la moglie, il marito, l’amante, la casa, la terra, la religione, la cultura, la storia, l’identità…
LA CONTINUITÀ DEL MALE
TOMASO MONTANARI
FELTRINELLI, 2026
€ 18,00
MARCO SFERINI
17 giugno 2026
foto: particolare della copertina del libro
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