Marco Sferini
La conferma di Rutte: l’Italia suddita dell’America imperialista
Voce dal sen fuggita? Se così fosse, tanto meglio. Perché Mark Rutte, segretario generale dell’Alleanza atlantica, si è pronunciato in merito al ruolo dell’Italia (o per meglio dire delle basi NATO presenti sul territorio della Repubblica Italiana) nel recente (tutt’altro che terminato) conflitto – aggressione lanciata dal duo Israele – Stati Uniti d’America contro la Repubblica islamica dell’Iran. Il quadro dunque è questo: una alleanza che si picca di essere “difensiva“, certamente non da oggi è stata lo strumento di Washington per affrontare guerre tanto nel cuore dell’Europa (basti pensare ai Balcani prima e all’Ucraina poi e nel mentre…). Caso mai si fosse anche indossata una qualche ipocrita maschera per affermare il contrario di ciò che l’Alleanza atlantica veramente è, questa maschera è platealmente caduta.
Nemmeno questo scivolamento del volto finto è cosa assolutamente riferibile alla stretta coevità dei fatti. Come non lo sono le tante affermazioni di principio dei governi italiani, in questo frangente quello sovranistissimo di Giorgia Meloni e Guido Crosetto, per cui l’Italia non si piega a queste illogicità di guerra, ha la sua autonomia ed indipendenza e sa farle valere. Tanto che qualcuno, ogni tanto, pensa di poter invocare lo spettro benefico di Sigonella e della presa di posizione di Bettino Craxi nei confronti delle pretese statunitensi, per pararsi dietro un giustificazionismo che, alla prova dei fatti, proprio non regge. Rutte afferma che dalle basi NATO italiane sarebbero partiti più di cinquecento voli militari in sostegno delle operazioni belliche contro l’Iran. Palazzo Chigi ha dunque consentito la violazione dell’articolo 11 della Costituzione della Repubblica eppure il governo precisa: si trattava di operazioni e attività “non cinetiche“.
Ora, siccome la lingua italiana non è una variabile dipendente se non dal tempo che passa e la muta con anche estrema facilità, riesce difficile capire quali siano queste attività per cui non avremmo mosso un dito per sostenere il conflitto in corso. Se si consente l’utilizzo delle basi NATO per operazioni militari di uno Stato contro un altro Stato, si entra inevitabilmente nel perimetro della zona di guerra. Non c’è spiegazione possibile che possa decostruire questo principio evidente. Non saranno volati i nostri caccia dalle sei principali basi americane in Italia, ma certamente il sostegno ai bombardamenti in qualche maniera è stato fornito. Sia in movimento sia staticamente. Solo quindici anni fa, nel 2011, furono concesse la basi dell’Alleanza presenti nello Stivale per i bombardamenti sulla Libia di Gheddafi che solamente sei mesi prima era stato immortalato in quel di Roma per firmare una serie di accordi bilaterali.
Nel momento in cui proprio il ministro Crosetto era rimasto intrappolato nella zona del Golfo mentre scoppiava la guerra, abbiamo avuto un po’ tutti qualcosa di più della semplice percezione del fatto che l’Italia poi tutta questa considerazione a livello internazionale non l’aveva e che, quindi, veniva trattata alla stregua della serva sciocca del momento (di tanti, troppi di questi momenti…). Il tema della sudditanza, compreso nei trattati del 1949, l’anno di nascita del “Patto atlantico“, è una storia di lunghissima portata e durata: oltrepassa la Guerra fredda, arriva fino a noi oggi e ci riguarda nonostante la NATO sia stata data in rigor mortis da Macron non troppo tempo fa; ma, in men che non si dica, sia stata resuscitata con una politica del riarmo a tutto spiano, per fronteggiare la minaccia imperialista russa. Alla luce delle rimostranze trumpiane nei confronti di Giorgia Meloni, questa dichiarazione di Rutte apre altri interrogativi.
Perché il magnate – presidente ha ricusato l’amicizia con la Presidente del Consiglio italiana se, tutto sommato, un sostegno proprio dall’Italia lo ha avuto, in spregio al Parlamento nostro, alla Costituzione nostra e, quindi, in perfetta coerenza con la sudditanza della Roma sovranista nei confronti della Washington altrettanto tale? Ora è proprio il segretario generale della NATO ad aprire un nuovo capitolo di critiche (e più che giuste) nei confronti della maggioranza di governo, del governo stesso e, segnatamente, di Giorgia Meloni. Siamo in presenza di che cosa? Di una mossa di Rutte che avrebbe così sostenuto gli attacchi di Trump alla leader di Fratelli d’Italia? Oppure ci troviamo innanzi ad un eccesso di zelo, ad una voglia di compiacere in tutto e per tutto il presidentissimo a stelle e strisce, trascurando le conseguenze inevitabili sui singoli paesi alleati? Di certo c’è che la verità sta da una parte sola: o il supporto è stato dato o non è stato dato.
Se le parole di Rutte corrispondono al vero, allora il governo italiano ha mentito all’Italia e al Parlamento e ha reso partecipe il Paese di un conflitto i cui drammatici epiloghi non sono ancora definiti e le curi ripercussioni sul terreno ampiamente economico si sono fatti sentire soprattutto con l’aumento del costo delle materie prime nonché dei carburanti. Non c’è alibi possibile, non c’è scusa manzoniana sul coraggio che uno non può darsi se non ce l’ha. Si tratta sempre e soltanto di scelte politiche e ben mirate: a differenza della Spagna, l’Italia ha scelto di concedere l’utilizzo delle basi della NATO per operazioni che saranno anche state del minore impatto possibile nel complesso dell’economia della guerra in atto, ma pur sempre di una condivisione di responsabilità si tratta e, quindi, di una manifesta violazione costituzionale. Crosetto ribadisce: «..sono state autorizzate esclusivamente attività di natura tecnica e logistica, non cinetiche». Ma nemmeno quelle erano da autorizzare se finalizzate allo svolgimento di un conflitto armato.
Precisano da Palazzo Chigi che, dopo queste concessioni, Trump avrebbe chiesto di poter usare la basi in tutto e per tutto. Ed allora qui sarebbe arrivato lo stop e qui si spiegherebbe l’ira funesta del magnate contro Giorgia Meloni e le sue prese di distanza da lei. Se si potessero conoscere quanto meno gli accordi bilaterali, si saprebbe dove sta esattamente la verità: ma di certo c’è che, ancora una volta, l’Italia ha – seppure indirettamente – preso parte ad operazioni di natura militare che riguardavano una guerra in corso, una guerra di aggressione portata da Israele e Stati Uniti contro l’Iran. Per come è sempre stata intesa da chi si è opposto ad ogni conflitto contro altri Stati da parte dell’Italia, una politica di questa natura rientra nella manifesta violazione dei princìpi costituzionali e non può passare sotto silenzio. Il Parlamento ne deve chiedere conto e bene hanno fatto le opposizioni a stilare le interrogazioni del caso.
Ma deve anche prodursi e riprodursi, alimentandosi di continuo, un movimento dal basso che sostenga le ragioni non solo della neutralità italiana rispetto ai conflitti in essere, ma anche quelle del disarmo e della pace da raggiungere mediante una piattaforma di mediazioni diplomatiche che per prima l’Unione Europea deve prendere in considerazione. Si tratta, a ben vedere, di un auspicio che si infrange contro il pesantissimo muro dei grandi interessi di una politica del riarmo che per prima Ursula von der Leyen sostiene a tutto spiano. L’asse tra NATO ed UE è tanto più forte quanto la guerra in Ucraina prosegue, quanto l’instabilità in Medio Oriente dura e muta di continuo creando delle incertezze finanziarie che rendono indubbiamente instabile l’intero Vecchio continente, ma costringono anche i rapporti tra i vari poli a ridefinirsi e quindi consentono alla traballante Unione di reggersi sulle claudicanze altrui. Che cosa si può concretamente fare per invertire la rotta?
Anzitutto mandare a casa questo governo, sostituendolo però con uno che voglia veramente rispettare la Costituzione e, quindi, avviare una politica di disarmo, di dimezzamento delle spese militari, di trasferimento di queste risorse al sociale e che inizi a ragionare sul disimpegno italiano dalle guerre in corso e nei tanti tragici teatri di guerra che si contano tra Asia e Africa. Va ripristinata la logica del ripudio della guerra in tutto e per tutto e non facendo delle eccezioni. Queste ultime sono divenute delle costanti in una serie di opportunità colte per rafforzare tanto i poteri politici quanto quelli economico-militari, dando fondo alle casse dello Stato, prelevando sempre e soltanto dai ceti più deboli, dal mondo del lavoro e della previdenza le risorse necessarie per costruire nuovi armamenti e dotarsi di tecnologie all’avanguardia così come richiesto, in primis, dall’Alleanza atlantica (il 5% del PIL investito appunto in una “economia di guerra“).
Un ulteriore passaggio dovrebbe essere fatto prendendo in considerazione la dismissione di tutte le basi della NATO sul territorio della Repubblica. L’uscita dall’Alleanza atlantica non ci esporrebbe a nessuna minaccia da parte di alcuno Stato. È proprio la fedeltà a questo patto che ci ha causato tanti nemici e ha rappresentato una costante minaccia alla pace. Il tutto potrebbe rientrare in un contesto europeo, nella costruzione di una politica internazionale che non guardi al riarmo, ma alla condivisione delle esperienze nazionali, alla pianificazione di una idea concreta di difesa del Vecchio continente e non più di intercapedine tra due imperi, come necessario presupposto per l’appoggio ad uno o all’altro a seconda delle convenienze tattiche e strategiche. Che la dimensione sovrasti il solo contesto italiano è presto detto: Rutte ha citato i cinquecento voli partiti dall’Italia, facenti parte di cinquemila voli partiti dal territorio dell’Unione Eurpea.
Siamo un continente in guerra e di guerra. Forse il peggiore dei tradimenti di quell’idea di Altiero Spinelli e di altri padri costituenti la nuova Europa che veniva vissuta, nella sua traduzione federale, come un evitamento dei conflitti, come l’esempio da consegnare all’attualità, alla modernità rispetto all’orrore delle guerre, degli stermini e degli olocausti patiti in tante parti del pianeta. In questo contesto, oggettivo, palese, inconfutabile, diventa ancora più penoso e patetico il giustificazionismo del governo. Un tentativo di mostrarsi ancora sovranisti: senza alcuna, vera, concreta sovranità.
MARCO SFERINI
25 giugno 2026
foto: elaborazione propria




















