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Marco Sferini

La competizione aggressiva dei poteri nelle parole e nei fatti

Le dichiarazioni e le smentite, le prese di posizioni certissime e le retromarce improvvise mascherate da solide certezze su quanto predetto poco prima. La comunicazione politica dei tempi presenti, infarcita di pressapochismo ad alto dosaggio, è affidata ad una impostazione turlupinante che dimostra come il tasso di disprezzo dei grandi leader nei confronti delle masse sia cresciuto notevolmente. Non esiste giorno in cui Donald Trump non si rivolga con toni aggressivi, decisamente muscolari, contro i suoi avversari sia internamente sia esternamente. L’alzamento di questa sicumera trionfalistica è così spropositato da aver generato critiche persino in una parte del suo popolo MAGA.

Perché esiste obiettivamente un limite alla smargiassata, soprattutto se viene detta e praticata in un contesto in cui la cifra di tutte le cose è la guerra e, nello specifico, un conflitto che gli americani non amano, non vogliono e che sta incrinando una bella fetta di fiducia che riponevano nel magnate-presidente salvatore di una patria che fa fatica ad entrare nell’era del multipolarismo globale. Quindi, sebbene storicamente sia noto che la prima vittima delle guerre è proprio la verità, era sembrato, nei decenni passati, che l’avvento dei grandi mezzi di comunicazione, dalla radio prima alla televisione e ad Internet poi, avrebbe colmato questo divario tra propaganda e verità.

Il mostrare in tempo reale l’andamento della politica nazionale e internazionale, con tutti i suoi risvolti più o meno avventuristicamente pericolosi, l’essere sempre in diretta con le notizie date praticamente subito e senza intermediazione alcuna, garantiva la (quasi) certezza che per lo meno l’oggettività delle immagini avrebbe parlato chiaro e persino sbugiardato le traduzioni governative a proprio esclusivo vantaggio nelle grandi platee popolari che, a quel punto, non si sarebbero poi così lasciate irretire dal processo propagandistico. Ci si sbagliava. Perché l’oggettività delle immagini può essere manipolata. Perché anche le scene dei crimini contro l’umanità sono utilizzate seguendo un copione ben preciso.

Lo si è potuto constatare nell’aggressione israeliana a Gaza dopo i fatti del 7 ottobre 2023: allo spietato attacco terroristico di Hamas non è seguita una rappresaglia contro i capi dell’organizzazione jihadista, ma la messa a terra di un piano genocidiario nei confronti del popolo palestinese che riprende il progetto della Grande Israele e che è confermato oggi dall’altra aggressione, quella contro l’Iran, congiuntamente portata avanti con la Repubblica stellata d’oltreoceano. Non c’è oggettività che tenga: il “buon senso comune” può essere diretto a proprio piacimento seguendo il filo di una matassa in cui sono aggrovigliati i più intricati problemi politici, economico-finanziari e militari. Che cos’è dunque che manca alla chiara, speculare evidenza di ciò che accade per poter essere ininterpretabile?

Pare ovvio che una assoluta ininterpretabilità è una chimera, un concetto quasi astratto: ma si può ipotizzare che un combinato disposto tra ostentazione del potere, supportato dalla legittimazione elettorale delle democrazie un tempo liberali e oggi autoritarie, e venir meno della considerazione di questo nei confronti del diritto internazionale, ha consentito una percezione largamente diffusa che oggi si possano risolvere i grandi problemi dell’umanità e dei rapporti tra le nazioni soltanto con la forza. Perché sotto accusa sono state messe le leggi fatte per evitare gli eccessi, per contenere gli sfondamenti del potere medesimo: anzitutto di quello politico, ma non di meno di quello economico.

La fase iperliberista del neoliberismo attuale esige dalle rappresentanze istituzionali un adeguamento ad un caos praticamente globale che è figlio di una completa deregolamentazione di un mercato sfuggito a sé stesso, un sistema strutturale in cui la funzione ordinatrice è saltata perché i centri di sviluppo delle ricchezze, i nuovi poli di attrazione dei capitali si sono moltiplicati ed è andata in crisi l’idea stessa di un unico centro imperiale, di una sola sala di comando. Il concetto stesso di “caos” si è fatto largo tra le analisi degli economisti (anche e soprattutto non marxisti), perché non è stato altrimenti possibile definire ciò che è stato prodotto dalla crisi del biennio 2008-2009, anticipato dalla “grande recessione” americana durata molto oltre le aspettative.

La comunicazione politica si è dovuta adattare ad un sovvertimento pressoché complessivo di una struttura economica che, ormai era chiaro, non avrebbe riguardato soltanto la crisi dei cicli sistemici di accumulazione, ma il capitalismo fino ad allora conosciuto nel suo insieme: con l’avvento del multipolarismo ogni grande potenza passata e ogni potenza emergente ha dovuto fare i conti con una ridefinizione del predominio del mercato e, nello specifico, di questo stesso riferito ad un singolo Stato. Non è certo una novità il fatto che, fino ad allora, dopo il crollo dell’URSS, quel ruolo era stato bene interpretato da Washington che, infatti, aveva tentato di estendere le sue sfere di influenza profittando della stagione terroristica, mostrandosi al contempo come potenza imperiale e come unica democrazia capace di esportarne i valori.

Ecco che, proprio con la ricomparsa delle guerre a tutto spiano, seguite dalle truppe della CNN sui campi di battaglia in Iraq, il linguaggio e il racconto cambia: la propaganda bellica occulta le difficoltà e mostra i successi. Ma c’è tuttavia una informazione critica che supplisce a queste mancanze e permette ad un movimento della pace di organizzarsi attorno a poche parole ma molto esplicite: il no al terrorismo di ogni matrice, il no ad ogni intervento militare che non è liberatorio per i popoli, che è un’occasione di successo politico, economico e militare solo per li porta avanti. Per quanto i governi si sforzino per fare apparire tutto questo un normale, l’elemento critico contende lo scenario dell’oggettività a tutti i costi che sarebbe detenuta dagli esecutivi e dai loro partiti di riferimento.

Le opposizioni e le minoranze si sono fatte sentire nei tempi delle Guerre del Golfo, nonché in quelli di molti altri conflitti che hanno solcato la fine del Novecento e si sono riprodotti nei primi quindici anni del nuovo millennio, e hanno saldato attorno ad una nuova declinazione moderna del pacifismo e del disarmo intere, grandi comunità che hanno preso coscienza dei pericoli per un futuro immerso nella contesa mondiale multipolare. Il fatto che il capitalismo neoliberista non abbia accettato una serie di regolamentazioni tese a limitarne gli eccessi e a formulare un andamento meno sregolato dell’economia reale (tanto per il mondo del lavoro quanto per quello delle imprese), ci dice che si è verificata in questo frangente una grande sottovalutazione del problema della povertà.

Ha prevalso, in molti ambienti, l’idea, supportata da strateghi della capacità anarchica del mercato di autoregolamentarsi in qualche modo e maniera, che il pauperismo di nuovissima generazione non fosse un fenomeno di massa ma una questione relativamente individuale. Per questo anche le destre che un tempo erano più marcatamente devote ad una sorta di socialismo nazionalizzato, critiche nei confronti del neocapitalismo, si sono convertite, per meri calcoli opportunistici, ad una traduzione pratica della povertà come questione risolvibile con la flessibilità, con la concessione non più di diritti socialmente universali per garantire a tutte e tutti un giusto salario ed evitare lo stritolamento negli ingranaggi dell’ipersfruttamento, ma con la competizione spregiudicata tra lavoratori.

Il tutto in un contesto di deregolamentazione richiesta ai governi per avere maggiori poteri di ricatto nei confronti di tutto un mondo di precari che è cresciuto a dismisura e ha implementato le fila di un disagio diffuso su cui ha fatto leva anche un analfabetismo di ritorno non proprio di massa, ma di sicuro non meno trascurabile per questo. Trascurare l’istruzione per poter sfamare sé stessi e la propria famiglia è un fenomeno di ritorno che in molti paesi non appartenenti al sacro moderno e capitalistico Occidente è tragicamente ricomparso. La liberalizzazione del commercio internazionale, secondo i liberisti, avrebbe dovuto condurre ad un mondo di pace e di prosperità per chiunque. Invece è andata esattamente all’opposto.

La politica che si è nutrita di queste torsioni antisociali non poteva che essere quella a vocazione autoritaria, a cui ha aperto praterie di agibilità una parte del mondo progressista che non è voluto essere da meno in quanto a compiacenza nei confronti del capitale per poter governare, per gestire processi di potere che hanno sopravanzato le vere ragioni del socialismo democratico e, per quanto concerne Gli Stati Uniti d’America, dei democratici stessi. La parola alla politica, quindi, è stata data dal nuovo riassetto capitalistico per convincere i popoli della bontà dell’incertezza del futuro: flessibilità e precarietà non sarebbero state nemiche del moderno mondo del lavoro, ma anzi garanti della stabilità che sarebbe certamente arrivata.

Quando ci si domanda come siamo arrivati a questo oggi, a quello in cui un Donald Trump, un Benjamin Netanyahu, un Vladimir Putin, tutto un vasto arcipelago di forze autoritarie e autocratiche dei più differenti colori si impone sulle regole del diritto internazionale, la prima risposta che viene è proprio quella della partita che si gioca sul piano globale e che è una partita per una contesa mondiale in quanto ad espansione neocoloniale in zone in cui, pur esistendo degli Stati sovrani, permangono situazioni di tensione quasi ataviche. Africa, Medio Oriente, America Latina, anzitutto. Le minacce degli imperi sono all’ordine del giorno: Groenlandia, Canada, Venezuela, Cuba, Iran, Palestina, Ucraina. Gli imperialismi si fronteggiano, si combattono, si scrutano, si dispongo su fronti che durano anni e anni o fanno guerre che durano poche decine di giorni.

Trump ha commesso più di un errore con l’aggressione all’Iran per cui Netanyahu ha spinto con grande energica forza. Non è un avversario debole come gli altri. Il consolidamento di una struttura di potere teocratica non è soltanto riconducibile ad una catena di comando sorretta dalla fede religiosa e dalla devozione nazionalista. Chi comanda in Iran ha grandi interessi economici da difendere: prima di tutto per sé stesso, per la propria cerchia di potere, per i riferimenti che ha oltre i confini della vecchia Persia. Ed ecco che la verità di una politica sufficientemente sincera prima con sé stessa è l’ultimo dei problemi di questi potenti schemi di gestione del mondo.

Le nuove tecnologie sono capaci, oltretutto, di mostrare per oggettivo ciò che invece è solo compiuteristicamente inventato. Si può far credere tutto e il suo contrario. Si può rimescolare il mazzo delle carte, ancora una volta, e giocare barando a più non posso. Per questo ogni singola parola va soppesata e, oggi più che mai, l’esercizio del dubbio e della critica sono necessari per non cadere nella trappola del “tutto va bene, madama la marchesa“: soprattutto quando tutto sta andando letteralmente a rotoli.

MARCO SFERINI

14 marzo 2026

foto: screenshot ed elaborazione propria

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