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Luca Paroldo Boni

La Cina ai tempi di Xi Jinping

La Cina non è più solo la grande fabbrica del mondo. Non è più solo la patria della manifattura a basso costo. Pechino e Shanghai sono due città altamente tecnologiche e i giovani che vogliono fare ricerca cominciano a restare nel paese natale invece di andare all’estero.

La Cina ha prodotto l’anno scorso circa la metà di tutti i prodotti chimici mondiali e metà delle navi che l’America non produce quasi più, i due terzi dei veicoli elettrici, i tre quarti delle batterie elettriche e i nove decimi dei pannelli solari e terre rare. E in più sta progredendo velocemente in molti altri settori quali la robotica, la tecnologia nucleare civile di ultima generazione, i droni e così via.

Dal punto di vista scientifico e tecnologico il gap fra Stati Uniti e Cina si sta riducendo in fretta. Inoltre i cinesi stanno avvicinandosi a un arsenale nucleare militare di tutto rispetto che fra dieci o vent’anni potrebbe pareggiare quello russo e quello americano. La Cina è ancora la potenza più inquinante del mondo ma ha investito in energie rinnovabili più di qualunque altro paese a partire da una domanda di salute ambientale che arrivava dai cittadini, uno dei parametri che misurano il consenso popolare.

Allo stesso tempo le fondamenta del meccanismo di sviluppo economico vacillano. Il collasso del mercato immobiliare è un problema enorme e il rapporto debito/PIL è intorno al 300%. L’unico modo di ulteriore sviluppo economico sarebbe quello di aumentare i consumi interni, ma le culture del risparmio non si cambiano dalla mattina alla sera.

I cinesi economizzano in quanto non hanno un vero e proprio stato sociale. Certamente il reddito pro capite cinese è una frazione del nostro per non parlare di quello americano, quindi si ha una disponibilità minore alla spesa, ma c’è un altro fattore per cui il Partito-Stato non ha atteso finora ad incentivare il consumo interno e ha a che fare con la vecchia storia del “no taxation without representation”.

Per fare un vero stato sociale devi far pagare tasse vere ai cittadini, i quali in cambio potrebbero voler contare qualcosa nelle scelte politiche ed economiche. Questo implicherebbe un’apertura del sistema verso forme di rappresentanza democratica e metterebbe in questione il monopolio del potere del Partito. Si tratta di capire fino a che punto il Partito può prendersi questo rischio. È probabile che nei prossimi anni vedremo una qualche forma di apertura controllata del regime perché il primo comandamento è di non finire come l’Unione Sovietica.

Dove c’è un partito unico e non c’è libertà viene da pensare che non ci sia neanche alcun ascolto delle istanze dei cittadini. E invece il Partito Comunista Cinese è molto attento al consenso e di conseguenza alle richieste che arrivano dal basso, e una delle richieste che giungono è quella di salari più alti e di un sistema di educazione più accessibile. Conseguentemente il tasso medio dei salari nel 2022, ultimo dato disponibile, è aumentato del 6,7% con punte del 15,6% e le autorità hanno intrapreso delle riforme volte a ridurre il divario urbano-rurale nel campo dell’educazione credendo nell’istruzione come chiave della crescita economica.

La stessa classe dirigente cinese è in genere notevolmente colta con una preferenza per l’ingegneria nelle sue varie forme e per le scienze in generale. Ci sono ai vertici del partito fisici, ingegneri e altri cultori delle scienze esatte. L’istruzione è il marchio della classe dirigente cinese non da oggi. Il mandarinato cinese si è sempre basato sul merito; ancora oggi devi valere qualcosa per arrivare e non si può sfuggire a esami severi. Questo dà un vantaggio crescente per esempio nei confronti dell’America dove invece assistiamo a un processo di deculturazione.

La Cina non è un paese ancora pienamente unificato ammesso che possa mai diventarlo. E al suo interno ospita differenze che non sono solamente di carattere economico ma anche di matrice storica e culturale.

Dileguata l’illusione di promuovere lo sviluppo delle forze produttive facendo leva sul permanente entusiasmo rivoluzionario di massa (maoismo) e tramontata l’era di Deng Xiaoping, nel 2012 arriva Xi Jinping dopo un’aspra lotta al vertice. Si osserva una svolta in senso nazionalistico cui corrisponde una più stretta chiusura del regime; su tutto l’enfasi sulla continuità dell’identità cinese.

Mao considerava la Cina del 1949, vittoriosa nella guerra rivoluzionaria e contro il Giappone, come una Nuova Cina, con una rottura col passato, tanto che ha distrutto tutto quello che poteva quanto ai monumenti e ai segni di ciò che era stata la Cina antica. Xi Jinping implicitamente lo smentisce: “noi siamo la prosecuzione di quell’impero”, così recupera la liturgia e si assume il compito di guidare questa dinastia rossa in aggiornata armonia. A riprova di ciò, lo studio della storia dei grandi imperi del passato, a cominciare da quello di Roma, è materia obbligatoria nel curriculum di ogni dirigente del partito.

Siamo abituati a considerare i regimi autoritari come consideriamo la Russia, cioè un’oligarchia che si arricchisce moltissimo e non fa progredire la società. Nel corso degli ultimi decenni invece la Cina è riuscita a far fare un prodigioso salto in avanti alle condizioni di vita della sua popolazione. Se la vita dei cittadini della Cina Rossa non fosse migliorata, il Partito non sarebbe più al potere.

La legittimità del potere comunista in Cina non è dovuta ad una speciale simpatia per Marx ed Engels ma per il fatto che questo Partito-Stato ha guidato un miracolo economico di proporzioni gigantesche a partire dagli anni ottanta del secolo scorso, evento unico nella storia universale. Per noi che siamo affezionati alla democrazia e alla libertà come principio fondativo di qualsiasi benessere, questo è un po’ sorprendente.

Il rischio è che alcuni regimi autocratici diventino attrattivi.  È un po’ una caratteristica dei regimi di godere di un’apparente largo consenso per poi schiantarsi all’improvviso. Forse addirittura una tecnica delle dittature. Stiamo parlando di un paese in cui non c’è una libertà politica, dove se sei un oppositore finisci schiacciato dal sistema, dove ci sono minoranze oppresse e perseguitate.

Dei diritti umani in Cina l’Occidente a lungo ha preferito non parlare, soprattutto nel momento in cui ha deciso di intensificare i suoi commerci, ma questo non significa che siano questioni in alcun modo risolte, pensiamo al Tibet, agli Uiguri ed alcuni cristiani. Abbiamo una idea tutta nostra dei diritti della persona, pensiamo siano universali e riconosciuti come tali ma non è così.

Noi mettiamo al centro l’individuo, in Cina invece al centro c’è la famiglia, c’è la comunità, c’è la nazione. Quindi l’individuo conta poco. Basta vedere il tipo di capitalismo che hanno costruito: se un operaio cade da un soppalco, vi sale un altro senza troppe cerimonie. Questo modo di agire non è stato inventato dal Partito Comunista Cinese ma è molto diffuso nel mondo non occidentale, specie in vari paesi asiatici per niente comunisti.

In definitiva c’è un bilanciamento difficile tra quello che si chiama socialismo con caratteristiche cinesi e socialismo inteso come sviluppo della dottrina di Marx. Quel che conta in Cina è se tale vaga ideologia intesa come pedagogia nazionale serve o non serve la grandezza dell’impero cinese e l’unità della nazione. Finora parrebbe di sì.

In ultimo la questione femminile. Ai tempi di Confucio il ruolo della donna era rigidamente sottomesso al padre, al fratello, al marito e al figlio. Con Mao le cose sono cambiate almeno nella forma ma anche in Cina assistiamo a una scarsa presenza delle donne nei ruoli di vertice del Partito, che sono poi quelli che contano.

C’è comunque la consapevolezza da parte delle donne cinesi di essere un fattore importante nella società, ma non tanto in quanto genere, quanto proprio come componente fondamentale della società. Con una iperbole potremmo dire che per Pechino il genere unico è il cinese, mentre l’America Woke ne proclama un numero potenzialmente infinito che Trump vorrebbe riportare a due.

Il secolo delle umiliazioni è finito e il cielo non crollerà. Il Dragone guidato da Xi Jinping fa sapere al mondo che confida nelle proprie forze e nella possibilità di tenere testa a qualunque sfida sia chiamato a rispondere arrivando nuovamente a definire le altre potenze come “tigri di carta”.

LUCA PAROLDO BONI

23 agosto 2025

foto: screenshot ed elaborazione propria


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