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Karl Marx

Questa biografia di “Karl Marx” scritta da Isaiah Berlin (edita da Adelphi nella ristampa del 2024) ha il pregio di essere per davvero ciò che il suo curatore Henry Hardy definisce come «essenzialmente lo stesso libro» di quasi cento anni fa, ossia quando venne redatto per la prima volta. Pochissimi testi, soprattutto quelli che delineano le figure storiche di questo o quel pensatore, di questo o quel personaggio comunque affidato anzitutto al giudizio (e pregiudizio) della Storia, riescono a mantenere una solida coerenza intellettuale, ma pure letteraria, con gli avvenimenti successivi che hanno in sostanza determinato le fortune o le sfortune di chi è stato ritratto.

Non il caso, ovvio, ma la bravura di un ventiquattrenne promettente Berlin, ha posto le premesse perché questo delineare la vita del grande pensatore ed economista tedesco risultasse tutt’ora un testo apparentemente scritto – senza esagerare – quasi l’altro ieri. Ciò è possibile perché l’esistenza di Marx è presa in considerazione senza quelle prevenzioni che altrimenti l’avrebbero parzializzata e condannata ad essere riposta tra le tante biografie che si sono occupate di uno degli uomini che ha cambiato i destini dell’umanità (pur senza volerlo nei tempi e nei modi soprattutto in cui tutto questo è accaduto durante il Novecento…) senza però comprenderne realmente il portato tanto storico quanto scientifico.

Berlin quando scrive di Marx ha appena poco più di vent’anni. È un lettone, nato nell’impero zarista e fuggito con la famiglia a Londra dopo l’avvento del sovietismo. Non ha ancora quella formazione liberale che, più avanti negli anni, gli farà radicalmente scegliere il liberalismo piuttosto che il socialismo come presupposto egualitario per il presente e il futuro dell’umanità. La Home University Library of Moderne Knowledge lo sceglie perché ha del talento e, infatti, lo dimostra subito. Hardy puntualizza però che la sua scrittura non è priva di inciampi, di approssimazioni, di clamorosi errori e anche di ricerche bibliografiche che, fatta la tara rispetto ai poveri mezzi degli anni Trenta del “secolo breve“, risultano spesso incomplete o prive di quel rigore metodologico storico che dovrebbero avere.

Considerato questo aspetto un po’ primordiale del lavoro di Berlin, va detto e ribadito che lo stesso studioso aveva contezza delle sue lacune e che, con le edizioni successive, corresse molta parte di un testo la cui redazione conobbe, su sollecitazione degli editori, molti (forse troppi) tagli di cui per primo a lagnarsi (e più che giustamente) era l’autore medesimo. In una lettera all’amica Cressida Bonham Carter, infatti, scrive: «Devo finire il mio Marx, di cui restano solo 7000 parole da tagliare: un lavoro assolutamente odioso, ogni sera verso qualche goccia di sangue e poi misuro la coppa. I passi più fioriti non ci sono più, rimangono i nudi fatti, ma qui subentra lo spirito di vendetta e li elimino senza pietà».

La scelta dell’incipit dell’opera (ammesso che sia stata una scelta e non, invece, una scrittura istintiva, di getto, che quindi rende ancora più pregevole il tutto) è un qualcosa che non può non colpire chi si appresta a scorrere le pagine riga per riga con occhi e mente: «Nessun pensatore del secolo scorso ha avuto un’influenza così diretta, meditata e profonda sull’umanità quanto quella esercitata da Karl Marx». Non è certamente una sintesi sufficiente per descrivere una intera vita di studio, di analisi e di lotta, ma è un tributo a il Moro che Berlin non cancellerà e nemmeno penserà di ritoccare nelle successive versioni del testo, quando sarà lui il primo ad essere molto lontano più che altro dagli effetti delle tante declinazioni politiche fondate su teoricismi che avevano artefatto non il pensiero di Marx, trasformato in una sorta di dogma, quanto l’impianto di analisi scientifica del capitalismo.

Berlin riscontra una caratteristica fondamentale nella metodologia di studio marxiana: quella che definisce come una “esigenza“, una vivissima espressione dell’afferrare l’universale nel particolare: uno studio quindi che non si accontenta del ristretto contesto in cui gli eventi si vanno evolvendo e in cui le trasformazioni del reale avvengono, ma che da qui parte per trovare tutta una serie di connessioni nazionali, continentali e globali che finiscono con il determinare delle vere e proprie “leggi dello sviluppo“. Non è, vista con l’esperienza di oggi riguardo il grande corpo delle opere marxiane e gli studi che ne sono seguiti (almeno quelli considerati di maggiore rilievo), una scoperta, ma per l’epoca in cui Berlin scrive è certamente una intuizione che gli viene dalla comparazione dei testi e da una attenta ricerca delle affinità anche tra singole frasi oltre che da interi capitoli.

Questa è anche una conseguenza indiretta data dal fatto che Marx non ha mai sintetizzato in una sola opera una sorta di compendio generale delle proprie idee: non ha creato, quindi, un sistema filosofico-scientifico altro rispetto al passato; ma ha, in ogni singolo elaborato, anche e soprattutto insieme a Friedrich Engels, teso ad individuare meticolosamente le dinamiche, quindi le dialettiche, che interessavano ogni aspetto dell’esistenza umana su questo pianeta per comprendere, al di là degli ideologismi, il funzionamento della società e ha, quindi, scansato la mera interpretazione concettuale data da una ispirazione o da una aspirazione puramente razionale o indiscutibilmente metafisica. Del resto – Berlin non manca di evidenziarlo con grande circostanziazione – il Moro è un uomo certamente “pedante” nel suo essere maniacalmente dedito alla lettura e alla conoscenza.

Glielo riconosco anche i suoi più stretti amici, collaboratori e i primi seguaci individuabili oltre questa cerchia. L’incontro con Engels a Parigi, che darà vita ad un sodalizio che durerà fino alla fine dei loro giorni e, per il figlio dell’industriale inglese, persino oltre la morte di Marx grazie al lavoro di ricomposizione degli scritti del secondo e terzo libro de “Il Capitale“, porrà quelle premesse per superare le loro divergenze su pochissimi aspetti dell’interpretazione della realtà sociale, civile e morale dell’epoca: entrambi si renderanno conto, come scrive Berlin, «di avere opinioni analoghe sulle questioni fondamentali». Quali erano queste ultime? Anche le opinioni politiche, ma in particolare il rapporto tra l’economia e le istituzioni, così come tra la prima e la società nel suo insieme, in ogni ambito riguardante la disposizione degli uni nei confronti degli altri. Per dirla in breve: dei proletari riguardo la borghesia.

Berlin usa una giusta prudenza nel trattare la parte più politico-ideologica di Karl Marx: non la mette da parte, non la considera una appendice dell’enorme restante che sono le sue analisi più che meticolose circa il funzionamento del modo di produzione capitalistico. C’è, e lo si percepisce chiaramente pagina dopo pagina, un tentativo (peraltro riuscito) di dare a Marx quel che realmente è di Marx: ossia la capacità di assimilare veramente un mare di conoscenza che si traduce nella comparazione anzitutto di dati, nudi e crudi, di fatti che lasciano poco campo al filosofeggiare classico. Per l’esule di Treviri, che ha passato gran parte della sua esistenza a Londra nelle biblioteche e nello studio di casa propria, «la storia è una interazione tra le esistenze degli uomini che tentano di pervenire all’autodirezione e le conseguenze delle loro attività». Queste ultime, non manca di rilevare Berlin, possono però anche essere non intenzionali.

Nella sua interezza, il libro non trascura nulla e non privilegia alcunché; però è evidente che a Berlin interessa anzitutto il Marx economista, lo studioso che non lascia sospesi nell’aere i suoi ragionamenti e le sue teorie ma che, invece, si batte quotidianamente per riversare il tutto in una oggettiva trascrizione di una realtà che, alla fine, è quell’invisibile lotta fra le classi sociali considerata una conseguenza “naturale“, quasi una predestinazione senza tempo di una umanità destinata a rimanere tale, senza poter avere l’aspirazione di una vita migliore. Marx scopre la “temporaneità” del fenomeno capitalistico e lo inquadra, in quanto fenomeno umano, proprio nei cardini di una provvisorietà che è caratteristica di ogni altra espressione dell’interazione sociale. Particolarmente interessante è, in molte delle pagine di questa affascinante biografia, il parallelismo che viene messo in essere tra Marx ed altri studiosi o uomini politici del suo tempo.

Berlin ne è certo, perché ne ha studiato anche la fisionomia personale, quello che potremmo definire il “carattere” tanto emotivo quanto intellettivo: anche un grande studioso come il Moro poteva non avere una serie di qualità che ne avrebbero fatto il capo di una fazione piuttosto che un grande, popolare letterato o scrittore tanto filosofico quanto scientifico. Marx è, nel suo periodo di vita, rimasto un po’ ai margini rispetto agli eroi risorgimentali di mezza Europa. Diviene noto come esponente di primo piano dell’Internazionale e la sua dialettica diviene efficace quando si relaziona direttamente con il mondo del lavoro, parlando agli operai piuttosto che alla indistinta massa popolare. Non c’è dell’esclusivismo un po’ aprioristico in lui: molto semplicemente è un uomo dalle grandi capacità analitiche che – per come potremmo interpretare oggi tutto questo – non ha altrettante capacità di divulgazione.

Non riesce, in sostanza, a rendere fruibile ciò che scrive, perché, in effetti, le sue sono analisi molto elaborate, lunghe e piene di rimandi e di sottoanalisi che non permettono ad una mente come la sua, capace di tanto, di sintetizzare, di semplificare. Sarà Carlo Cafiero uno dei primi a creare una versione popolare de “Il Capitale” e sarà Marx stesso, nel ringraziarlo per questa opera di intermediazione nella divulgazione, ad affermare di aver finalmente compreso quello che egli stesso aveva scritto nel primo libro di quello che rimane il suo capolavoro. Berlin pone l’accento piuttosto costantemente sulle tracce dell’hegelismo nel Marx ovviamente giovane, ma in particolar modo in quello maturo. Qui è la visione storica dell’umanità a permettere di affermare che, in fin dei conti, il Moro rimase in qualche modo fedele al suo primo approccio filosofico-sociale.

Non c’è nessun giudizio in merito. Solo una constatazione. Per Berlin l’evidenza di questo fatto è data dalla chiara linearità con cui si giunge, da Hegel a Marx, alla considerazione della Storia come una “fenomenologia” perché pensieri e coscienza umana sono il frutto di un “dato obiettivo” per il primo, di un “essere sociale” per il secondo. Quindi siamo di fronte alla scomposizione del diretto rapporto tra noi stessi e un qualcosa di meramente metafisico, disgiunto dalla realtà concreta e dai suoi rapporti (di forza) tra le classi sociali. Il lavoro di Isaiah Berlin ci restituisce un Marx uguale a sé stesso e, considerato il contesto temporale in cui è stato scritto, dice anche molto su come negli anni Trenta del secolo scorso si potesse già scrivere con piena coscienza di un uomo il cui scopo nell’esistenza fu lo studio non finalizzato a sé stesso, ma per migliorare le condizioni di vita di coloro che, appena appena, potevano dire di sopravvivere…

KARL MARX
ISAIAH BERLIN
ADELPHI, 2024
€ 28,00

MARCO SFERINI

20 maggio 2026

foto: elaborazione propria


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