Nel consueto feuilleton estivo sullo ius scholae che vede contrapposti Lega e Forza Italia, si è arrivati al capitolo del disvelamento della verità.
Nell’ansia di non lasciare l’ultima parola ai salviniani e di tutelare il segretario del suo partito, Antonio Tajani, il capogruppo alla Camera di FI Paolo Barelli ha rivelato che il loro testo «rende molto più difficile e complesso ottenere la cittadinanza rispetto al sistema vigente». Non si spiega il deputato azzurro perché la Lega (che insiste nel dire che la riforma della cittadinanza non è nel programma a meno che non se ne discuta in senso ancora più restrittivo) dovrebbe opporsi. Anche se a questo punto non si capisce neanche perché l’opposizione dovrebbe votare un provvedimento siffatto.
Ma Barelli quest’ultima domanda non se l’è fatta, tutto preso dal colpire gli alleati di governo. Sullo ius scholae, attacca, «non si tratta di tenere il punto, ma di non fermarsi all’ignoranza, dal verbo “ignorare”». «La nostra è una proposta di buonsenso, – rincara – se qualcuno vuole attirare l’attenzione per coprire altre problematiche interne lo faccia ma noi siamo sereni». Poi, seguendo pedissequamente il ministro degli Esteri, che tende a tirare la pietra per poi nascondere la mano, frena: «sullo ius scholae non cadrà il governo e non voteremo strumentalmente con la sinistra».
Nonostante le rassicurazioni su una legge che renderà ancora più impervio il percorso delle persone di origine straniera per ottenere i diritti di base, la Lega non rincula. Anzi rilancia con il supporto dei suoi governatori di regione, che ieri hanno dichiarato all’unisono contro l’ipotesi di ius scholae o ius Italie (come i berlusconiani preferiscono chiamarlo). Per il presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, il dibattito sulla cittadinanza «non è necessario».
Proposta «demagogia, senza valore, inutile, fine a sé stessa» per quello della Lombardia Attilio Fontana. Quasi gli stessi termini che usa un altro azionista della maggioranza Meloni, Maurizio Lupi: «Le forzature sullo ius scholae sono inutili, anzi, controproducenti – argomenta il leader di Noi Moderati – sarebbe sbagliato dividere la maggioranza e sarebbe un errore non tener conto dell’esito del referendum sulla cittadinanza».
Si esprime anche il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, che evitava l’argomento dalla gaffe delirante di due anni fa sulla «sostituzione etnica». «Essere cittadini italiani è una cosa che deve essere meritata – sentenzia – Noi siamo stati sempre pronti a discutere di questo tema ma, dico come esponente di FdI, si deve fare meno sui giornali e più in parlamento». E un altro ministro, quello all’Istruzione (e merito) Giuseppe Valditara, artefice delle riforme della scuola in senso sovranista, liquida la questione con tono disgustato: «Per carità!».
Le parole di Barelli sono indicative anche per l’opposizione, che fino a ieri mattina tentava di stanare il vicepremier con la richiesta di essere conseguente alle sue dichiarazioni estive. «Tajani usa la cittadinanza ai tanti ragazzi nati in Italia come uno strumento di politica battaglia dentro il centrodestra, presenti un testo in Parlamento, siamo pronti al confronto nel merito», aveva affermato senatore di Avs Peppe De Cristofaro.
Il segretario di PiùEuropa, che giusto domenica avvisava sulla vera natura del testo del vicepremier, trae le conclusioni: «Si è svelato il grande bluff di Forza italia che noi denunciamo da tempo – ha detto Riccardo Magi al manifesto – non si capisce su che base Tajani cercava l’appoggio delle opposizioni su una proposta peggiorativa della legge attuale».
I progetti di legge dell’opposizione sulla cittadinanza giacciono in Parlamento, ma Tajani di certo non tirerà la corda fino a questo punto. La priorità, lo ha già detto, è intestarsi la riforma del fisco.
LUCIANA CIMINO
foto: screenshot ed elaborazione propria















