Italicum sì o no, il punto è il ritorno della Repubblica al centro della vita del Paese

Lo “stato di diritto” e la “democrazia” hanno i loro paradigmi da rispettare, le loro regole e perfino protocolli inalterabili che devono essere osservati, altrimenti si piomberebbe nel decisionismo...

Lo “stato di diritto” e la “democrazia” hanno i loro paradigmi da rispettare, le loro regole e perfino protocolli inalterabili che devono essere osservati, altrimenti si piomberebbe nel decisionismo singolare, nel caos: la repubblica è, o dovrebbe essere, proprio questo: l’antitesi del caos.
Ed invece ci siamo trovati, spesso e volentieri, nella commistione tra caos amministrativo, legislativo, applicativo delle leggi e identità di tutto ciò con la repubblica. Si badi bene: con la repubblica e non con lo Stato: anche la Costituzione fa opportune distinzioni di linguaggio negli articoli circa i due termini che potrebbero essere confusi tra loro. Lo Stato è la macchina amministrativa e governativa che si estende sull’intero territorio nazionale; quindi è un “ente”. La Repubblica è l’incontro tra il potere statale e la partecipazione popolare, quindi è la forma che prende lo Stato. Semplificando, si potrebbe dire che la Repubblica italiana è il Popolo più il suo Stato.
In queste ore la Corte Costituzionale, organo supremo e indipendente tra i poteri dello Stato, sta prendendo una decisione circa la legge elettorale vigente, il famoso, celeberrimo “Italicum”.
Qui la riflessione non è tanto sull’esito dell’assise che si sta svolgendo: ci auguriamo che la Consulta si esprima per la bocciatura di una legge truffa, di un ennesimo espediente per distorcere il legittimo potere popolare della delega rappresentativa nelle istituzioni e attribuire ai partiti tendenziamente più forti un voto privilegiato, di peso maggiore rispetto agli altri; basterebbe questo per dichiarare incostituzionale l’Italicum. Ma il giudice non sono io e, quindi, mi limito a peregrinare tra le opinioni dei tanti costituzionalisti che si sono espressi in merito.
Qui la riflessione, dicevo, non risiede tanto sulla decisione che sarà presa, quanto sulle ripercussioni che potrebbe avere: ammettiamo che l’Italicum rimanga in vigore. Così come è strutturato oggi il panorama politico italiano sarebbe una legge che si scontrerebbe con il Porcellum monco di molte parti incostituzionali e vedrebbe, sempre e comunque, una bi-legislazione incompatibile per l’elezione del Parlamento rimanere a galla, davanti ai tanti dilemmi per escogitare nuovi trappoloni da parte delle singole forze politiche aspiranti ai seggi attorno al tavolo di Palazzo Chigi.
Ammettiamo che l’Italicum venga bocciato: qui la spinta al cambiamento della legge elettorale la darebbe la Consulta, legittimando il cambiamento. Ma, a ben vedere, visti i veti incrociati tra destra berlusconiana, grillini e democratici, l’approdo ad una legge elettorale condivisa richiederà tampi lunghi o la condivisione di una nuova regola del gioco democratico (si fa per dire…) votata a maggioranza da un Parlamento eletto con una legge incostituzionale e che dovrebbe funzionare per la normale gestione e amministrazione in attesa del richiamo del popolo alle urne.
Richiamo impossibile per il Quirinale, improbabile per il governo Gentiloni e attualmente improvvido per Matteo Renzi che sta cercando di ricostruire attorno a sé un Partito democratico dalle “ampie convergenze”.
Come si può evincere da questo desolante quadro politico, qualunque scelta la Consulta intraprenda, la “costituzionalità” è e rimane purtroppo l’ultima delle preoccupazioni di soggetti politici tutti protesi a ricercare l’incastro migliore per escludere l’avversario e non per trovare una intesa su regole condivise come avvenne nel lontano biennio 1946-1948 quando la regola delle regole, la nostra Costituzione, venne scritta da fronti contrapposti che fuori dalla Costituente si affrontavano a colpi di infuocati comizi e che, dentro, collaboravano per la nascita della democrazia repubblicana.
Manca quello spirito di dedizione delle vite alla causa del bene comune, proprio alla Repubblica. Si tenta di governare solo lo Stato e di considerare il popolo come subordinato alle istituzioni. E così, molto mestamente, senza troppo chiasso, senza rumor di sciabole, la lontananza tra rappresentanti e rappresentati si amplia, diventa enorme e aiuta il semplicismo delle destre populiste a farsi avanti, a denunciare come cause del malessere sociale ciò che invece è causa del disagio economico provocato da quei poteri forti che sostengono una instabilità politica spacciata per modernismo, per ricerca di riforme di progresso addirittura sociale…
Per questo noi italiani abbiamo parlato sempre poco di “repubblica” e abbiamo sempre avuto poco a cuore questo termine: perché abbiamo spesso avvertito le istituzioni come scindibili dal popolo, dalla gente comune e le abbiamo percepite come nostre avversarie piuttosto che luoghi di espressione della nostra volontà.
Una volontà tradita troppe volte per svariati motivi: accumulazione di ricchezze personali, di potere, rapporti di corruttela estesi come sistema di Stato; tutte espressioni di antipolitica create da un anti-repubblica chiamata Stato, o meglio “potere” dello Stato che ha di volta in volta mutato pelle ma che è rimasto attorcigliato su sé stesso.
La necessità di rimettere la Repubblica al centro della vita politica del Paese passa anche attraverso il ritorno ad una legge elettorale che sia esclusivamente proporzionale. Pura. Senza correttivi. Si giochi una partita completamente alla pari, senza premi di maggioranza di alcun genere: chi è in grado di governare lo faccia assumendosi la responsabilità di compromessi che rimangano tali, dignitosi e non scadano nel precipizio delle compromissioni.
Spiacerà ai mercati che cercano governo solidi con trucchetti che alla fine non riescono mai del tutto: un po’ come ai soliti ignoti che finiscono per farsi un piatto di pasta invece di aprire una cassaforte. Ma almeno quelli erano dei poveri cristi alla ricerca della sopravvivenza. Quella sopravvivenza che noi fingiamo di chiamare vita e che adorniamo dell’abusato termine di “democrazia”.

MARCO SFERINI

25 gennaio 2017

foto tratta da Wikimedia Commons

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