Marco Sferini
Israele: il genocidio dei palestinesi, le guerre e i conti col futuro
Meno violenti e meno predatori dei pirati dei secoli passati. Le marine militari degli Stati che si inoltrano oltre i loro confini acquatici, nel profondo di quell’internazionalità pelagie, non fanno che dimostrare come, ormai da qualche tempo a questa parte, sia letteralmente andato in frantumi il diritto che regolava non solo le relazioni tra i paesi del mondo, riuniti in quel consesso oggi palesemente inefficace che sono le Nazioni Unite, ma che a sgretolarsi sotto il peso della riformulazione dei rapporti di forza tra le potenze (ri)emergenti è stato anzitutto il prospetto globale uscito dalla Seconda guerra mondiale, oltre a quell’erede di ordine mondiale che tanto veniva magnificato dopo il crollo dell’URSS e l’impostazione quasi unipolare degli Stati Uniti d’America.
È stato ben detto quando si è affermato, da parte di più di un commentatore della politica internazionale e, nel particolare di questi momenti di guerra atroce in Medio Oriente, che certi primi ministri sono diventati “prigionieri di sé stessi“. Per vicende differenti fra loro, da Stato a Stato, figuri apocalittici come Benjamin Netanyahu sono la quintessenza di una elisione crudele, orrorifica e truculenta tra potere e popolazione: hanno posto in mezzo a questi due elementi fondamentali per la vita di una qualunque nazione organizzata e sovrana tutta una serie di interessi del tutto particolari che sono divenuti degli inamovibili colossi e tutt’altro che di argilla. Lo sterminio dei palestinesi di Gaza, il ferocissimo accanimento contro i cisgiordani da parte dei coloni sionistissimi, sono tutti atti che lo dimostrano.
Dimostrano, quindi, che il popolo di Israele è, nei fatti, prigioniero di una politica di guerra che non ha migliorato la vita quotidiana dello Stato ebraico e che l’allarme permanente è sempre la costante in cui vive una società che, tutto sommato, plaude ancora al sogno imperialista utile anche a rinviare i processi che, altrimenti, Netanyahu dovrebbe affrontare. Ci si riferisce – è evidente – a quelli in patria, visto che quelli cui dovrebbe sostenere davanti alla Corte Penale dell’Aja rimarranno, almeno per i prossimi anni (salvo clamorose sorprese), lettera piuttosto morta. Ed appunto si ritorna, in una vertiginosa spirale al ribasso, nella questione del diritto calpestato, vilipeso e irriso come la virtù politica, morale e culturale degli sciocchi idealisti dell’oggi.
Il dramma palestinese si incunea anche in questa problematica del tutto personale di Bibi, ma non c’è dubbio alcuno sul fatto che il progetto del gabinetto di guerra, dei suoi alleati Smotrich e Ben-Gvir, sia al di là dei guai giudiziari del primo ministro, quello di impedire con ogni mezzo (e lo si vede molto chiaramente nella continuazione del genocidio in corso) dello Stato di Palestina. Per evitare tutto questo si sono aperti quasi una decina di fronti di guerra o, se vogliamo, di vere e proprie aggressioni a paesi sovrani, senza nessuna dichiarazione bellica. Riesce difficile, quindi, parlare di quella che un tempo era la “guerra convenzionale” (concetto peraltro urticante e fastidioso per chiunque ami la pace tra i popoli), per il semplice motivo per cui le convenzioni internazionali, dunque soprattutto il diritto, sono le prime a non essere rispettate da Israele.
Proprio la condizione della popolazione di Gaza è divenuta un paradigma che definisce nella pratica e nella rappresentazione simbolica della stessa realtà la punta massima dell’erosione di qualunque fondamento etico-giuridico che concerne i rapporti tra il governo israeliano e i suoi diretti avversari: tanto quelli storicamente tali, quanto quelli scelti da Tel Aviv di volta in volta nel nome della protezione nazionale, dello stabilimento delle fondamenta di uno Stato libero dalle aggressioni e dalle minacce. Il governo di Netanyahu, Ben-Gvir e Smotrich è oggi la minaccia più diretta che Israele ha nei confronti di sé stesso: a cominciare dalla profondissima frattura che è stata alimentata (e che tutt’ora non smette di essere ampliata) con il diritto internazionale e umanitario.
Il punto che l’Europa deve sciogliere in merito è la disparità di trattamento tra le guerre in corso e i loro attori: contro la Russia putiniana decine di pacchetti di sanzioni; contro Israele nessuna limitazione, nessuna rappresaglia diplomatica o economica. Il governo italiano si è limitato, in mezzo alla tragedia genocidiaria in atto a Gaza, a sospendere solamente un meccanismo automatico di rinnovo di un partenariato commerciale di armamenti. Non ha reciso ogni legame come sarebbe stato opportuno fare. Non ha richiamato l’ambasciatore, non ha messo alcuna sanzione fino ad oggi e non lo farà nemmeno probabilmente domani. La richiesta di muovere in questa direzione nei confronti di Itamar Ben-Gvir a molti è sembrata un “cambio di passo“. Indubbiamente di fronte alla totale inadempienza, anche il quasi niente appare qualcosa.
Ma nel richiedere all’Unione Europea di sanzionare lo spietato ultranazionalista ministro della sicurezza nazionale, implicitamente l’esecutivo di Giorgia Meloni dichara che ritiene lui e solo lui responsabile delle umiliazioni psicologiche e fisiche, delle violenze verbali e corporali subite dai membri della Flotilla. Ed il resto del governo di Netanyahu? E lo stesso primo ministro? Sarebbero differenti dal loro collega finito sotto i riflettori del mondo intero? Una frase è rimbalzata sui social in queste ore: «Ben-Gvir non è l’eccezione, ma la regola». Le stesse forze armate si sono comportate in quel modo, perché avevano quel compito: umiliare e picchiare quattrocento persone letteralmente sequestrate in libere acque internazionali. Proprio l’assenza di sanzioni da parte dell’Europa e di altri paesi non solo del blocco occidentale, ha determinato qualcosa di più della percezione dell’impunità per Israele.
È come se godesse di uno status privilegiato rispetto ad altre nazioni e nessuno potesse intervenire per fermarlo sul piano diplomatico. Chi e che cosa può fermare lo Stato ebraico dal continuare le sue guerre e i suoi stermini genocidiari? Forse soltanto una dichiarazione di guerra delle comunità internazionale nei suoi confronti. Tel Aviv sembra conoscere soltanto il linguaggio della costrizione mediante la forza brutale, la forza bellica. Niente altro. Ma si può arrivare a questo punto? No e non si deve. L’azione pacifica della Flotilla è stata e sarà ancora, grazie e tutte e tutti coloro che sfideranno l’atroce prezzo da pagare, un modo per dimostrare che a far paura sono soprattutto la verità e la richiesta al mondo di non smettere di testimoniare l’orrore di Gaza.
Netanyahu, Ben-Gvir e Smotrich non sono responsabili esclusivamente dell’aggressione alla popolazione palestinese della Striscia e di quella contro il Libano meridionale, come di quella contro l’Iran. Sono responsabili della crescente conflittualità internazionale, di una destabilizzazione globale. Perché, è bene sottolinearlo ancora, non siamo di fronte ad una guerra esclusivamente circoscrivibile all’ambito regionale del Medio Oriente: gli effetti si sentono ovunque nel globo. A cominciare dalla trappola che Teheran ha fatto giocare nell’imbuto rappresentato dallo Stretto di Hormuz. Se l’Iran blocca i rifornimenti di petrolio, mettendo in pratica una forma di resistenza all’aggressione che ha subito fino ad ora da parte del duo Netanyahu-Trump, lo Stato ebraico blocca da anni i rifornimenti per i gazawi.
Costringe così la popolazione della Striscia a morire anche di fame, di malattie. Un genocidio lo si porta avanti non solo con quelle che sono le armi consuete in un conflitto, ma anche assediando chi, oltretutto, è già stato conquistato e distrutto. Domandiamoci come mai Hamas non è stato annientato completamente. Se è davvero così forte da resistere alla potenza distruttrice di Tsahal, allora significa che Israele ha fallito il suo compito; vuol dire che il governo deve rimangiarsi tutta la propaganda (che infatti era e rimane tale) sparsa tra la popolazione per giustificare il radere al suolo Gaza e sterminare i palestinesi. La punizione collettiva per la strage del 7 ottobre 2023 si è dimostrata per quello che realmente era e voleva essere: regolare la questione una volta per tutte.
Farla finita con qualsiasi proposta o ipotesi di Stato di Palestina. Studiosi dei fatti mediorientali e, nello specifico, della storia della Palestina e di Israele hanno sintetizzato questa progressione di orrori mortiferi in quella che è stata chiamata la “dottrina Dahiya“: il nome viene da un quartiere meridionale di Beirut che, come è noto, è una delle roccaforti di Hezbollah. Quella parte della capitale libanese venne rasa al suolo durante il conflitto del 2006. Sembra sia nata allora la strategia militare elaborata sul campo dal comandante delle truppe nord dell’IDF, Gadi Eisenkot: in pratica l’azione si svolge in tre momenti precisi e legati fra loro da una imprescindibile concatenazione quasi meccanicistica. Per prima cosa si evacuano le popolazioni del luogo; poi si bombarda a tappeto la zona interessata e, infine, si demolisce tutto.
In questo modo, colpendo senza tregua alcuna i territori che si intendono occupare, con quella che è oggettivamente una sproporzione di forze messa in campo proprio per raggiungere questo scopo (e Gaza, si può tristemente ben dire, che ne è un esempio più che paradigmatico), si fa terra bruciata di tutto e di tutti. L’esercito israeliano si lascia alle spalle montagne di cadaveri e di macerie. Proprio come nella Striscia. Le zone dichiarate “umanitarie” sono praticamente delle finzioni: non esiste nessuna zona franca, nessun rifugio sicuro per la gente che rimane intrappolata in queste tenaglie belliche. Se questa è la “logica” di guerra che persegue Israele, riesce anche logico comprendere come non intenda attenersi a nessuna regola riguardante il diritto internazionale o le convenzioni di guerra.
Quelle che Israele muove nei confronti di altri popoli e altri Stati sovrani sono aggressioni imperialiste che obbediscono alla cieca legge della brutalità: una nazione che ha l’atomica è oggi in mano ad un trio di criminali che hanno ipotecato il futuro del loro paese all’anatema della Storia, per cui nemmeno più il riferimento costante e giustificazionista dell’Olocausto novecentesco è possibile per trarre da ciò una qualche sorta di giustificazione dettata dal terrore di non esistere più, di dover passare sotto un altro orrore come quello nazista. Oggi i nazionalisti israeliani sono esattamente la copia moderna di coloro che avevano sterminato i loro padri e i loro nonni e bisnonni.
Se un domani un nuovo rapporto di forze riuscirà a mettere fine a tutto questo, partendo dal presupposto che non può esistere chi si permette tutto e chi non ha diritto a niente, dovranno risponderne davanti ad una nuova Norimberga. Altrimenti quella storia, di oltre sei milioni di ebrei trucidati dai nazisti e dai fascisti nel nome della supremazia dei popoli guidati da regimi totalitari, non avrà davvero insegnato niente. Prima di tutto agli eredi delle vittime. Non fosse che si tratta di una tragica, esponenziale realtà di orrore quotidiano, sarebbe materia per una tragedia da affidare alla vecchia mitologia…
MARCO SFERINI
23 maggio 2026
foto: elaborazione propria



















