Marco Sferini
Israele comanda, Washington esegue, Teheran sopravvive
Sovente chi critica il governo di guerra dello Stato di Israele, guidato da un ricercato dalla Corte Penale Internazionale a nome Benjamin Netanyahu per presunti crimini contro l’umanità, viene tacciato preventivamente di antisemitismo: si stabilisce una inscindibilità tra carattere politico e carattere etnico del popolo israeliano. Sionismo e semitismo sarebbero due facce della medesima medaglia, connaturate a prescindere, senza differenze possibili per quanto riguarda la molteplicità delle presenze nello Stato ebraico. Invece, nella repubblica fondata nel 1948, dopo la grande tragedia dell’Olocausto e, più in generale, dopo la Seconda guerra mondiale e secoli di discriminazione del giudaismo e di chi lo rappresentava, convivono diverse etnie, diversi modi di intendere tanto la cultura quanto i rapporti strettamente politici e sociali esistenti.
Perciò è sempre un errore piuttosto clamoroso attribuire a tutti gli israeliani (che sono anche in parte arabi e persino palestinesi, oltre che laici e per niente sionisti) un pieno sostegno all’attuale governo. Bisogna distinguere e, nel farlo, sapere che responsabile del genocidio in corso a Gaza, delle guerre mosse contro l'”asse della resistenza” e contro l’Iran stesso c’è l’esecutivo di Netanyahu, Smotrich e Ben-Gvir oltre ad una discreta maggioranza di popolazione che ancora lo sostiene. Ma c’è anche un non trascurabile opposizione tanto parlamentare quanto civile che è stata da subito contraria a tutti questi interventi armati, che rimane all’opposizione di un piano espansionista – imperialista che non fa altro se non aumentare l’insicurezza di Israele, invece di rafforzarla come propaganda ad ogni favore di telecamera. La seconda fase della guerra scateneta contro l’Iran ne è la controprova ultima.
Il piano prevedeva una unità d’azione tra Tel Aviv e Washington per smantellare il regime di Khamenei senior e sostituirlo, grazie alle rivolte di piazza che si sarebbero dovute verificare in tutte le città della vecchia Persia, con un autorità proconsolare da installare a Teheran e guidare una transizione verso un governo acquiescente nei confronti delle due potenze offensive. Il piano però è saltato: Israele dal canto suo può affermare di aver raggiunto almeno uno degli obiettivi che si era posto: indebolire strutturalmente il cuore del potere iraniano. Non c’è discussione in merito: la morte del vecchio ayatollah successore di Khomeini ha rimescolato le carte e, tuttavia, le conseguenze si sono rivelate differenti rispetto alle premesse. La scelta caduta sul figlio di Khamenei come nuova Guida suprema ha impresso una adesione ad una linea ancora più conservatrice, confermando il potere dei pasdaran.
L’Iran, almeno fino ad oggi, ha dimostrato di aver smentito tutte le previsioni che era possibile fare di fronte ad una guerra di aggressione volta a distruggerne il potenziale offensivo, le strutture militari, le catene di comando tanto dell’esercito quanto del regime istituzionale. Molti esperti di geopolitica mediorientale concordano nell’affermare che la capacità di resistenza dimostrata dalla Repubblica islamica non ha solo sorpreso ma, nel farlo, ha determinato nuovi rapporti di forza tra le parti in causa: tanto da spingere Donald Trump a cercare una via di uscita dal gorgo in cui, spinto da Netanyahu, è finito. Le ripetute minacce contro il regime iraniano rinnovato si sono alternate al riconoscimento di un miglioramento dei rapporti. Il tutto continuamente affermato e smentito in una altalena di cambiamenti anche umorali del presidentissimo americano, invischiato in un risiko molto più grande di lui.
Ha diretto i giochi Benjamin Netanyahu e li sta dirigendo tutt’ora cercando di sabotare una debolissima sospensione degli attacchi affermando che la questione libanese non rientra negli accordi e che gli attacchi violentissimi su Beirut e sul sud del paese sono la risposta necessaria ad Hezbollah, mai come era stato fatto prima, e legittimi perché non compresi nei quindici punti stilati con la mediazione pakistana tra Iran e USA. Nelle ultime ore sono morte oltre trecento persone, sepolte dalle macerie nella capitale del paese dei cedri. La risposta iraniana non si è logicamente fatta attendere: lo Stretto di Hormuz è stato nuovamente chiuso e una serie di droni sono stati lanciati all’attacco di alcuni obiettivi dei paesi arabi amici del duo israelo-statunitense. Tutto ciò – sostiene il primo ministro israeliano – nel nome di quello che sarebbe un oggettivo piano di ridefinizione degli schemi mediorientali per eliminare ogni minaccia contro lo Stato ebraico.
Se, da un lato, Trump è altamente imprevedibile, Netanyahu è l’esatto opposto: segue una logica imperialista ben precisa e che, ad ogni passo aggiuntivo, conferma le scelte precedentemente fatte. L’aumento esponenziale degli attacchi criminali contro il Libano, indirizzati contro obiettivi che tutto sono tranne che militari, è un chiaro segnale predominio, di una volontà di far saltare ancora una volta il banco: mettendo questa volta Trump di fronte alla necessità di riprendere anch’egli gli attacchi contro una Repubblica islamica la cui resistenza è il vero dilemma del governo genocidiario che imprigiona Israele in un futuro di asserragliamento nei nuovi confini che si sta dando a scapito dell’intera popolazione palestinese, compiendo quei crimini contro l’umanità per cui i suoi più alti esponenti sono sotto ordine di arresto da parte della Corte Penale Internazionale.
Contrariamente a quanto ci si poteva aspettare, non è stata la Casa Bianca a guida trumpiana la prima a pensare e a giocare un ruolo trainante in questa guerra: è stato il governo dello Stato di Israele. I giochi li dirige Netanyahu insieme ai peggiori elementi della destra ultrareazionaria e suprematista sionista. Citando Shakespeare si potrebbe affermare che, soprattutto per quanto riguarda Tel Aviv, «c’è del metodo in questa follia». Ciò che appare non è ciò che realmente è, perché è peggio, ma molto peggio di quel che realmente sembra. I piani di smantellamento della geopolitica mediorientale sono in atto e la guerra contro l’Iran ne rappresenta una grande parte. Trump cerca un ruolo in questo scenario in cui il multipolarismo gli impone un confronto costante con Cina, Russia e non di meno con un’India che sta rapidamente crescendo. Diverso è invece il rapporto ad occidente con una NATO che sta esaurendo la spinta avuta con la guerra in Ucraina e con un’Europa che la segue in ordine sparso.
Gli israeliani, fatte tutte queste premesse, hanno poco di rallegrarsi in quanto a sicurezza: soprattutto quelli che vivono nel nord dello Stato ebraico e sono a ridosso dei confini con il Libano e la Siria. Non c’è un paese dell’area che possa dirsi “stabile“. Nemmeno lo stesso Israele, per quanto sia improntato, in assoluta oggettività, ad interpretare il ruolo di chi dà le carte su un tavolo da gioco ipercinico, omicidiario, orrorifico e altamente criminale. Tutti rivendicano la vittoria: ma anzitutto siamo in presenza di un “cessate il fuoco” e non ancora di una tregua definitiva. Uno stop ai bombardamenti – da parte americana e israeliana nei confronti dell’Iran – che però viene immediatamente inficiato dall’attacco di Netanyahu nei confronti di Beirut. Precisamente questo voleva il primo ministro genocida: sabotare la necessità statunitense di tirarsi fuori dal pandemonio scatenatosi con il ricominciamento del conflitto contro Teheran.
Ma chi sta vincendo? Chi ha vinto? Chi ha perso? Per capirne un po’ di più nel merito, occorre leggere i dieci punti sul tavolo delle trattative mediate dal Pakistan:
1—Impegno di non aggressione;
2—mantenimento del controllo iraniano sullo Stretto di Hormuz (con un pedaggio stabilito da Iran e Oman);
3—accettazione dell’arricchimento dell’uranio;
4—revoca di tutte le sanzioni primarie contro l’Iran;
5—revoca di tutte le sanzioni secondarie contro paesi che commerciano e hanno relazioni con l’Iran;
6—abrogazione di tutte le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite contro l’Iran;
7—abrogazione di tutte le risoluzioni del Consiglio dei Governatori;
8—pagamento di un risarcimento all’Iran;
9—ritiro delle forze combattenti statunitensi dalla regione;
10—cessazione della guerra su tutti i fronti, compreso quello contro Hezbollah in Libano.
Sull’ultimo punto verge la diatriba tra Iran e Israele e non si comprende fino in fondo se fosse o meno inclusa nella piattaforma della trattativa. Netanyahu ha escluso che nell’accordo fosse compresa la fine delle ostilità in Libano e, per questo, ha affermato tronfiamente che l’attacco contro Beirut fosse, dal punto di vista israeliano, assolutamente al di fuori del processo di ricomposizione delle relazioni in corso tra Teheran e Washington. La partita va avanti, con Hezbollah sotto attacco e, al contempo, al tavolo delle trattative che dovrebbero iniziare de visu a breve ad Islamabad. Ma, se quei dieci punti sono quelli realmente oggi in discussione, c’è davvero qualcuno che può ritenere che si tratti di vittoria di Donald Trump e di disfatta del regime iraniano? Basta scorrerli e viene fuori che a dettare le condizioni del termine del conflitto è l’Iran, non gli Stati Uniti.
Prima del 28 febbraio lo Stretto di Hormuz era regolato dal diritto internazionale. Adesso diverrebbe di gestione iraniana con, oltretutto, la tassazione delle rotte commerciali. Non c’è, ovviamente, solo il Pakistan dietro la mediazione al rialzo per l’Iran, ma c’è una discreta, silente presenza del gigante cinese. Pechino ha tutto da guadagnare da una crisi internazionale che mette in crisi non solo la certezza del trumpismo sull’espansione del dominio americano nella regione, ma che sembra quasi mandare in frantumi (anche se ciò non avverrà) la solidità dell’asse tra Israele e Stati Uniti proprio in merito agli obiettivi del conflitto. Non c’è piena, assoluta condivisione di intenti in merito: se ce ne siamo accorti noi, è credibile che se ne siano avveduti molto tempo prima i governanti di Pechino.
Nei dieci punti della trattativa si parla, inoltre, di ritiro delle truppe americane dal Golfo Persico (più in generale dalla zona mediorientale); si impone la revoca di tutte le sanzioni contro la Repubblica islamica e contro i suoi alleati (quindi Houthi, Hamas, Hezbollah e paesi che intrattengono relazioni commerciali con Teheran); si scrive nero su bianco che l’arricchimento dell’uranio non sarà ostacolato. Trump sembra perdere su tutta la linea, anche su quella che sembrava vittoriosa con l’approvazione della prima fase degli attacchi effettuati nel 2025 da Israele per mettere fine al piano nucleare della Repubblica islamica. I dieci punti di cui all’ordine del giorno capovolgono la lunga scia bellica iniziata con la cosiddetta “Guerra dei dodici giorni“.
Netanyahu deve rimanere in gioco con la guerra, altrimenti la sua vita politica, oltre che la sua permanenza al governo di Israele, finisce bruscamente e ricade sotto l’egida di una magistratura che attende di processarlo per corruzione in patria e per crimini contro l’umanità a L’Aia. Tiene sotto il tallone di ferro della sua politica genocidiaria e discriminatoria tutto il Medio Oriente e promette affari d’oro, con il rifacimento della Striscia di Gaza per mezzo del “board trumpiano“, alla sempre meno grande Repubblica stellata. Date queste condizioni complessive, lo si constati molto serenamente (si fa per dire…): oggi i popoli della regione sono più sicuri? Gli israeliani hanno le garanzie di ritrovarsi a ridosso di un immediato futuro di pace e di prosperità? L’indebolimento dell'”asse della resistenza” ha riacceso focolai di estremismo, ha dirottato, con la guerra in atto, una gran parte degli iraniani ad una risposta “patriottica” nei confronti degli aggressori.
Si è dato adito così ad un riconsolidamento del regime che, per quanto provvisorio possa essere, quindi determinato dall’emergenza in corso, comunque c’è e lo registra qualunque agenzia di stampa, qualunque osservatore con un minimo di acume critico, di sguardo oggettivo della situazione. Per uscire da questo avvampamento incendiario che, solo poche ore fa, poteva diventare mondiale in tutti i sensi, Trump deve cedere alle richieste iraniane e, al contempo, dare il proprio assenso all’aggressione ignominiosa alla popolazione libanese. C’è sempre un prezzo da pagare e, al momento, a riscuotere sono anzitutto il governo di Tel Aviv e, in seconda istanza, quello di Teheran. Washington non rimane a guardare, ma di sicuro per ora esce da questa fase conflittuale con le ossa letteralmente rotte.
MARCO SFERINI
9 aprile 2026
foto: screenshot ed elaborazione propria


















