Guerre e pace
Iran, Trump annuncia una tregua di due settimane
Tregua all’ultimo minuto, Stati uniti e Iran accettano 2 settimane di pausa per negoziare
Dopo una giornata caratterizzata dalla tensione, a 90 minuti dello scadere dell’ultimatum scagliato da Donald Trump contro l’Iran, il tycoon ha fatto un’ennesima giravolta e, con il solito post su Truth Social, ha annunciato di aver accettato una tregua temporanea di due settimane, ottenuta grazie alla mediazione del Pakistan e accettata da anche da Teheran per evitare un’imminente escalation.
L’accordo prevede, tra le altre cose, la riapertura dello Stretto di Hormuz e la sospensione degli attacchi statunitensi e israeliani.
Una tregua di due settimane, annunciata sul filo dell’ultimatum e costruita attraverso una diplomazia parallela, e che dopo un breve sospiro di sollievo, ha fatto chiedere a molti commentatori quanto durerà nelle mani belligeranti di Trump. La tregua arriva dopo settimane di dichiarazioni contraddittorie da parte del tycoon, confusione negli intenti, minacce verso gli alleati e un impatto diretto sull’economia globale, con la chiusura dello stretto che ha provocato la più grave crisi energetica di epoca recente, a cui i mercati hanno reagito con volatilità estrema.
È in questo contesto che il governo pakistano guidato da Shehbaz Sharif ha inserito la propria iniziativa diplomatica, proponendo un piano in due fasi, che prevede la collaborazione di tutti gli attori politici in gioco.
Il ruolo del Pakistan è stato tutt’altro che neutrale: alleato degli Stati Uniti ma anche attore regionale con legami complessi con il Golfo, il Pakistan ha cercato di evitare un allargamento del conflitto che rischiava di travolgere l’intera area, offrendo a Trump una via d’uscita da un vicolo cieco in cui, ancora una volta, si era infilato
La tregua raggiunta resta fragile, e anche dopo l’annuncio, le distanze restano profonde: l’Iran considera la pausa un passaggio tattico, non un punto d’arrivo, mentre Washington l’ha presentata come un primo passo verso un accordo più ampio.
Per gran parte della giornata, un attacco imminente era apparso inevitabile, alla luce della minaccia apocalittica lanciata da Trump sui social, che aveva spinto Teheran ad annunciare l’interruzione dei colloqui e a evocare «una nuova fase di guerra».
Ora è chiaro che la tregua sospende il conflitto, ma altrettanto evidente è che si tratta di una pausa armata, appesa a un equilibrio instabile e reversibile, che non ha ricompattato la politica americana.
Al contrario, ha reso ancora più evidente una frattura già aperta da giorni: quella tra Casa Bianca e opposizioni, ma anche all’interno dello stesso fronte repubblicano, dove una parte del mondo Maga, e alcuni esponenti conservatori, hanno criticato apertamente sia la guerra sia la retorica utilizzata da Trump per gestirla.
Sul piano istituzionale restano aperte le critiche legate ai poteri presidenziali. Già nelle settimane precedenti, una parte del Congresso, sia pure minoritaria, aveva tentato di limitare l’azione militare di Trump, denunciando l’assenza di un’autorizzazione formale.
La tregua non risolve questo nodo, lo rimanda. Perché il punto non è solo come si combatte questa guerra, ma chi decide di combatterla e fino a dove può spingersi.
MARINA CATUCCI
foto: screenshot ed elaborazione propria


















