Le mosse di Trump sullo scacchiere internazionale suggeriscono una domanda piuttosto semplice nella sua formulazione, proporzionalmente inversa nella difficoltà di dare una risposta quanto meno il più possibile vicina alla realtà. Esiste o non esiste una “dottrina trumpiana“? In sostanza, la volontà del presidente-magnate è circoscritta a lui medesimo e impartita per i consueti canali istituzionali, oppure si tratta di un qualcosa che trascende questi stessi e che li utilizza per realizzare i propri sogni megalomani di potere oltre agli interessi dei grandi gruppi capitalistici nordamericani?
Che non si tratti soltanto di politica in senso stretto, quasi la si potesse astrarre dal contesto strutturale che la determina, pare abbastanza ovvio. Così è per ogni Stato, per ogni centro di potere, per ogni correlazione inevitabile tra economia ad istituzioni. Ma l’impressione che si ricava dal comportamento di Trump, impossibile da definire altrimenti se non arrogante, prepotente, all’apparenza gretto e cialtronesco (ed in realtà molto ben calcolato e studiato, sicuramente dai suoi fidati consiglieri), è che dietro al marchio MAGA vi sia qualcosa di altro oltre alla sua estensione compiuta. Senza troppi giri di parole, che cosa nasconde il teatro dell’assurdissimo su cui campeggiano i fondali del “Make America Great Again“?
Si può rispondere in molti modi e quello più onestamente aderente alla realtà segue un detto più volte citato: «Segui i soldi e capirai». Giovanni Falcone la citava spesso, perché per comprendere il fenomeno mafioso e le sue tantissime ramificazioni non era sufficiente, ma certamente indispensabile andare ad indagare letteralmente sui movimenti di contanti da una banca all’altra per capire quale razza di affari sporchi stessero facendo i vari clan siciliani, in affiliazione con gli altri d’oltreoceano e anche con cosche di bande criminali sparse per tutta l’Italia.
Qui si possono seguire i soldi: seguire il cammino degli enormi interessi che ispirano l’attuale amministrazione americana per realizzare il progetto di fare degli Stati Uniti nuovamente la potenza egemone sul resto del mondo. La principale ispirazione che guida oggi la Casa Bianca è una identificazione a tutto tondo tra gli affari privati e quelli pubblici: ovviamente sacrificando la spesa sociale a favore di altri capitoli di bilancio e, guarda caso, se la Federal Reserve recalcitra e obietta che The Donald sta sbagliando un po’ tutto, il suo presidente Jerome Powell viene messo sotto accusa come se si trattasse di un nemico pubblico che ostacola quella rivoluzione geopolitica che è in atto.
Chi può negare oggi che non sia così? Il “Make America Great Again” non è soltanto un movimento iperconservatore, oscurantista, bigotto, xenofobo, omofobo e intriso dei peggiori pregiudizi riscontrabili nella grande Repubblica stellata. Si tratta di un fenomeno politico che rappresenta la tendenza scardinatrice, da parte della classe dirigente del capitalismo iperliberista degli States, a dare un definitivo colpo di grazia al vecchio ordine uscito dalle rovine della Seconda guerra mondiale. Per alcuni decenni, diciamo pure per un ventennio, tra il 2000 e il 2020, l’impostazione della politica estera statunitense era affidata al tentativo di salvare l’unipolarismo venutosi a creare con la fine della Guerra fredda.
Quando è risultato palese il fatto che gli Stati Uniti d’America da soli non avrebbero potuto ereditare un’egemonia un tempo bipolare, l’intero castello di presupposti e di affanni imperialisti è crollato miseramente: la guerra al terrorismo qaedista, le intromissioni nelle fragilità del continente africano, i tentativi di espansione nell’Oceano Pacifico, si sono rivelati dei percorsi di lungo termine che non hanno prodotto gli effetti sperati. Il consolidamento del nuovo impero americano è fallito sotto il peso di una globalizzazione dei mercati che ha, in pratica, fatto emergere nuovi poli concorrenti: tra questi, senza ombra di dubbio, il gigante cinese.
Gli economisti, soprattutto quelli devoti alla solidità del mercato in una sorta di mancanza di contraddizioni (sic!), hanno esplicitato molto chiaramente che nella fase ormai crescente del multipolarismo il problema più grande è stato quello dell’eccedenza dei capitali. Troppo sfruttamento della Terra, della natura, delle materie prime. Una eccessiva produzione di merci e, di conseguenza, una saturazione del mercato in molti settori che ha avuto, tra gli altri, l’effetto (contraddittorio!) di generare tantissima ricchezza ma per sempre meno capitalisti.
Proprio nell’anno in cui la crisi economica si è manifestata in tutta la sua potenza, nel 2008 ed anche nel 2009, la Cina, rispetto agli Stati Uniti, è divenuta una aggressivissima esportatrice di capitali e ha continuato ad invadere i mercati con i suoi prodotti. La produzione massiva ha contribuito, tanto dalla Silicon Valley alle regioni più attive dell’industrialismo cinese, ad un’accelerazione delle emissioni di anidride carbonica, spingendo ancora di più il mondo verso l’attuale, pare quasi dimenticata, crisi climatica.
Se lo scenario globale è dunque quello della competizione serrata tra Washington e Pechino per determinare una strategia che porti uno dei due contendenti a primeggiare sull’altro e a stabilire una nuova superiorità egemonica sul pianeta, il trumpismo appare come la risposta politicamente più primitiva ed inadeguata affinché gli Stati Uniti d’America possano vincere questa spietata, cinica e truculenta partita sulla pelle di tanti popoli.
In seno all’amministrazione del presidente-magnate, quanto nel suo più vasto popolo di sostenitori, esistono due tendenze prevalenti: rifare degli USA un impero panamericano (quindi espandendosi territorialmente in tutto il nord conquistando Canada e Groenlandia) con l’importante accessorio della riacquisizione neocoloniale dell’America Latina; oppure puntare tutto sulla sfida diretta con Pechino.
A dire il vero una opzione non esclude l’altra, ma, soprattutto dalle mosse ultime fatte da Trump, pare che la prima di queste puntate sul risiko della nuova geopolitica globale, quella di prendersi la grande isola del nord invasa dalla Danimarca nel Settecento, sottomettendo la locale autoctona popolazione degli Inuit, costringendoli ad una brutale conversione delle loro abitudini di vita, sterilizzando le donne per evitare una crescita demografica a scapito dei nuovi coloni europei. Dopo quelle che abbiamo sempre reputato come delle esageratissime boutade di The Donald, riguardanti le mire sul Canada, si sono prese la scena le esternazioni sull’acquisizione della Groenlandia definita come una terra strategica per la sicurezza americana.
A detta di Trump, intorno alle coste della grande isola stazionerebbero navi cinesi e russe in grande quantità, ritratte persino in vignette postate su Truth dove, oltre tutto, si ridicolizza il popolo inuit e lo si caricaturizza come conducente di slitte trainate da cani, privi di qualunque possibilità di difendersi dalle pretese della Casa Bianca e, quindi, condannati ad essere ancora sudditi di una Danimarca che il magnate vorrebbe fuori dalla NATO (piuttosto esplicito in questo senso l’invito fatto all’Alleanza Atlantica affinché Copenaghen sia cacciata dal consesso militare) oppure accettino l’abbraccio di Washington per essere sicuri, prosperi, protetti. Il nuovo corso dell’imperialismo americano, è piuttosto evidente, si salda anche ora con un nazionalismo che, però, ha toni marcatamente esasperati.
Quando deve fare ricorso alle sue più crude espressioni, alle minacce senza mezzi termini verso altri Stati, Trump inanella nei suoi discorsi una serie di necessità impellenti tutte interne che sarebbero imprescindibilmente dirimenti per la sopravvivenza del popolo americano davanti alla minaccia dell’espansione cinese nel resto del mondo. Del resto, il presidentissimo ci ha abituato al fatto che tutte le analisi possibili sul suo comportamento geopolitico globale sono vincolate ad una semplice esclamazione fatta a pieni polmoni e ripetuta non si sa quante volte: «Mind your business, and let others mind theirs».
Che tradotto vuol dire: «Occupati dei tuoi affari e lascia che gli altri si occupino dei loro». Se, poi, gli affari americani riguardano le liberta e le indipendenze di altri popoli e di altri Stati sovrani, poco importa. La teorizzazione è stabilita, entra perfettamente nella declinazione della prepotenza MAGA che si nutre di una missione di superiorità che non ha nulla da invidiare a quella hitleriana e ai tanti fascismi che hanno preso piede nel corso del Novecento non solo in Europa, ma anche nel “cortile di casa” del Nuovo Mondo. Eppure la Storia ci ha abituato a pensare a ciò che gli Stati Uniti sono divenuti nel corso dei due secoli e mezzo dalla loro fondazione: dei coltivatori di un interesse esclusivamente nazionale che, per tutto l’Ottocento riguarda l’espansione coast to coast di un impero interno.
Le estensioni imperialiste iniziano quando non vi sono più terre da colonizzare tra il Canada e il Messico e a quest’ultimo si è strappato, tra cessioni ed acquisizioni, tutto il territorio al di qua del Rio Grande, compresa l’importante grande area settentrionale della California. Oggi, come allora, quando le opzioni militari sul campo sono l’extrema ratio, si tenta la via espansionista proponendo cifre astronomiche di acquisto: sembra che la Casa Bianca sia pronta a proporre alla Danimarca circa sette volte tanto quello che gli USA offrirono nel 1946 al Regno danese per averla. Allora si parlava di cento miliardi di dollari. Oggi di settecento.
In realtà nessuno può fare una stima certa di un territorio così vasto, con una piccola popolazione (meno di sessantamila residenti, per lo più nella capitale Nuuk). Vi sono addirittura calcoli che affermano un valore di oltre tremila miliardi di dollari: in pratica servirebbe il patrimonio di tre Elon Musk e mezzo per comperare l’ambita patria degli Inuit. La politica trumpiana varia piuttosto velocemente nelle sue puntate di neocolonialismo e neoimperialismo. Ma si può con qualche presunzione affermare che, se questa è la risposta al regresso che ha registrato con l’avvio della fase multipolare, siamo davanti ad una politica piuttosto divisiva: mai così tanto dai tempi della guerra civile del 1861-1865.
Se esiste una “dottrina trumpiana” che mette insieme politica, economia, geopolitica e affarismo militaristico-imperialista, non sfugge il fatto che questa ha minato e continua a minare una coesione nazionale che dovrebbe poggiare sul rispetto costituzionale della complessa natura multietnica e multisociale del Grande Paese. Si scontrano qui tutto il costrutto artificiale ed artificioso dell’edificio propagandistico dell’esagitato popolo MAGA (e dei suoi teorizzatori al vertice oggi delle istituzioni federali) e il vecchio armamentario costituzionale liberale che dovrebbe essere difeso dai democratici che non riescono ad uscire dalla loro crisi leaderistica e, in particolare, dal loro tornare ad essere il contraltare del conservatorismo.
Quello becero di Trump ha spiazzato tutti. La costruzione della polizia speciale ICE (“Immigration and Customs Enforcement“), definita per i suoi metodi violenti e repressivi la “Gestapo” del presidentissimo, non potrà mai ridurre uno degli elementi della molteplicità costituente la nazione americana ad un solo, unico fattore: la questione etnico-razziale è una eredità incacellabile, un tratto distintivo della Storia degli Stati Uniti, di una guerra civile che non si è mai veramente del tutto placata, che non è mai veramente del tutto finita. Non ce la farà mai Trump a fare degli USA un paese di soli suprematisti bianchi alla guida di una rigenerazione anche culturale improntata sulla purezza di una cristianissima razza elevata al rango di guida suprema.
Ormai tutto questo sembra, davanti agli scenari continui di guerra, un corollario trascurabile. Ed invece non è così. L’idea stessa di superiorità degli Stati Uniti rispetto al resto del mondo è connaturata una “dottrina trumpiana” di cui si ricercano tutti i punti cardinali per individuarne i confini non soltanto geopolitici ma, in particolare, quelli sociali, economici, finanziari: là dove Trump muove le truppe e i soldi, lì si deve guardare per comprendere cosa sarà l’America dei prossimi mesi, dei prossimi anni… Viene da pensare ad una tragedia, visto che la farsa è già qui, indecentemente tra noi.
MARCO SFERINI
15 gennaio 2026
foto: screenshot ed elaborazione propria














