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Il portico delle idee

Interiorità ed esteriorità umane: il pacifismo non banale di Einstein e Freud

Nel “Warum Krieg?“, il carteggio intercorso tra Albert Einstein e Sigmund Freud tra il 1932 e il 1933, lo sviluppo di temi apparentemente elementari, banali e quasi ovvi, rappresentanti dalla domanda-titolo che è stata posta all’insieme delle lettere scambiate tra lo scienziato e il padre della psicoanalisi, viene affrontato dal secondo con una punta di disagio, ovvero di noia nel doversi produrre in una e più spiegazioni di ciò che dovrebbe essere, in qualche maniera, evidente.

Questa evidenza, secondo Freud, riguarderebbe l’atavica contrapposizione e alternanza tra Eros e Thanatos, tra la pulsione passionale che conserva e costruisce e la forza distruttrice che pone fine a queste passioni e le muta in altro da loro medesime, facendole terminare in una indifferenza di sentimenti che è il lacustre luogo della sospensione di ogni empatia. Nella morte, infatti, c’è il distacco da tutto e da tutti, c’è un oblio che non distingue più nulla da null’altro; quando anche si potesse ritenere l’esistenza di un’ultraterrenità, di un al di là, questo sarebbe proprio quello del “principio di piacere“.

La ciclicità dell’esistenza, per quanto riguardi l’informità della massa umana, di un antropomorfismo delle pulsioni che si rifanno ai contorni precisi dei nostri visi in cui ci sembra sempre di riconoscere il carattere di ciascuno, non è così uguale per ognuno, ma lo diviene nella contemplazione del molteplice, dell’indistinguibile corpo dei tanti che formano l’essenza di una società la cui mente è molto più imperscrutabile di quella singolare di ogni individuo. Se l’azione di una persona è circoscrivibile quasi esattamente alle sue esclusive dinamiche quotidiane, al contesto in cui vive, più difficile è circoscrivere quello dell’intera umanità.

Ci si accorgerebbe, nel voler ridurre il molteplice al singolare, che le tante azioni di ogni giorno sono interdipendenti e non vivono di vita propria se separate dai luoghi in cui la vita si tiene, si riproduce, si afferma e si distrugge anche. Per cui, le ragioni o le sragioni di un atto singolo sono più comprendibili, mentre quelle di un intero popolo necessitano di uno studio più accurato di tutta una serie di cause ed effetti che, spesso e volentieri, non si possono sintetizzare estremamente in un’unica ragione, in un’unica origine.

Sigmund Freud

Per questo la domanda einsteiniana rivolta a Freud («C’è un modo per liberare gli uomini dalla fatalità della guerra?») rischia di sembrare il frutto di una ingenuità; ed invece è una domanda che rimane ancora oggi aperta, priva di una vera risposta, perché, riportata nel possibile, quotidiano vivibile e invivibile (dis)umano assume tutte le connotazioni del micromondo ultraterrestre, fatto di una insana concretezza che chiamiamo molto pomposamente “pragmatismo“, punta estrema della razionalità per molti.

Siccome tutto ciò che è razionale è anche drammaticamente reale, la domanda di Einstein, vista al di sotto della lente della saccenza pragmatica, pare quella di un bambino: semplice, quasi icastica. Il prodotto di una sincerità che per gli scaltri, smaliziati e scafati adulti del mondo antico e moderno è facile da risolvere se inquadrata entro il perimetro delle contingenze sociali, politiche, economiche del mondo che è qui, ora tutto intorno a noi. Ma le risposte al quesito di cui si dibatte non sono così poi facili anche solo da ipotizzare come, invece, parrebbe.

Certamente, le guerre sono anche la prosecuzione della politica con altri mezzi, come avrebbe chiosato Carl Philipp Gottlieb von Clausewitz. Non c’è nemmeno discussione sul fatto che le ragioni economiche per cui scoppiano sono al centro dello sviluppo di un bellicismo che è la premessa nonché la concretazione di un imperialismo che teorizza la sopravvivenza di una nazione a discapito delle altre, ridotte in stato di servaggio, di colonie, di addomesticati territori in cui è possibile depredare chiunque di qualunque cosa.

Ad Albert Einstein e a Sigmund Freud sono chiare le premesse storiche dei conflitti e la loro evoluzione scientifica nel corso della Storia umana. La risposta che cerca lo scienziato è l’origine della guerra nell’animo umano, nell’intima sfera di ciascuno che, nel collettivo, diviene un prodotto propriamente antropologico, parte stessa dell’essenza più complessa di una comunità che, nonostante si ripeta proposizioni buone, si riprometta di non ricadere più nella tentazione dell’offesa per la difesa, non riesce ad uscire da questo cortocircuito perverso di omicidarietà su vastissima scala.

Freud, consapevole di deludere Einstein con la sua risposta, spiega con grande eleganza narrativa che la soluzione politica della pacificazione tra gli Stati riguarda un piano di sviluppo delle relazioni internazionali che non può essere direttamente e immediatamente collegato con le pulsioni ataviche dell’essere umano autocosciente. Non c’è dubbio sul fatto che dentro noi vivano queste pulsioni uguali e contrastanti, che si alternano: Eros da un lato, Thanatos dall’altro. Ma la contrapposizione strutturale che le riguarda è osservabile come principio originario di gran parte delle pulsioni che ci attraversano, da cui siamo vissuti.

Noi pensiamo di viverle in prima persona, di saperle dominare e circoscrivere entro limiti di sopportabilità da un lato, di giusta e retta determinazione dall’altro, ma in realtà finiamo sempre per essere compresi entro questo dominio che è un nucleo essenziale entro l’oscurità di un inconscia parte di noi a cui è impossibile arrivare con la razionalità, con l’intento di comprendere appieno e spiegare il perché di ciò che ci avviene e di quello che, indirettamente, facciamo avvenire con le nostre scelte.

Freud osserva così che le vicissitudini dell’empatia sono il viatico privilegiato entro cui far procedere un erotismo che è l’esatta contrarietà della distruzione tanatica. A questo proposito scrive: «Per gli scopi immediati che ci siamo proposti da quanto precede ricaviamo la conclusione che non c’è speranza di poter sopprimere le tendenze aggressive degli uomini». Del resto, sottolinea sempre lo psicoanalista austriaco, l’analisi storica ci dice con estrema chiarezza che anche il diritto, che oggi noi vediamo sotto l’esclusivissima luce della positività (tanto intesa come creazione di altro dal diritto naturale quanto come ottima etica e politica soluzione a cui si è giunti nel corso dei secoli), è figlio della forza.

Per giungere all’organizzazione ragionata di una società, fondare uno Stato sulla base, appunto, della rimodulazione delle complesse dinamiche di vita di un intero popolo, seguendo delle regole ben precise, si è dovuti per forza di cose passare attraverso tante guerre, tanti contrasti, tante diatribe e formulazioni dialettiche tutt’altro che leziose e trascurabili. Albert Einsten traduce tutto questo in termini propriamente scientifici: il metodo di osservazione è quello della ripetitività degli eventi che, in sostanza, dimostrano il fatto che la Storia si muove in molte direzioni ma non lo fa mai casualmente.

A determinare ciò che accade sono precisi comportamenti tanto della materia, nel caso delle mutazioni continue di ciò che esiste, quanto dell’essere umano che opera delle scelte e lo fa seguendo dei criteri che possono sembrare a volte razionali, altre volte invece completamente dettati da turbinii passionali, da soggettivismi esasperati, da manie, ansie, nevrosi e psicosi, ossessioni. Quindi l’aiuto della moderna psicoanalisi è necessario per cercare di stabilire, se non un confine, quanto meno una distinguibilità tra ciò che avviene per cause prettamente riconducibili all’esteriorità dell’umano e ciò che invece avviene perché dettato dall’interiorità così misteriosa e oscura.

Albert Einstein

Senza anticipare o eludere le argomentazioni freudiane, Einstein sottolinea perspicacemente che «…l’uomo porta dentro di sé il piacere di odiare e di distruggere» e ne conclude che ci si deve affidare a chi è «esperto degli istinti umani» per poter comprendere come tenere a bada queste pulsioni e, quindi, evitare il più possibile i conflitti esterni, quindi le catastrofi maggiori come le guerre. Qui si arriva, in qualche modo, al punto di maggiore dissenso (molto cortesemente espresso da entrambi i Nostri), proprio su una sorta di tentativo di psicoanalisi della guerra. Freud la prende in considerazione ma per rifiutarla, visto che è il prodotto di molteplici consapevolezze e inconsapevolezze.

Non esiste una sola mente entro cui collocare il conflitto che è l’esplosione delle forze che si mettono in campo e cercano di risolvere le questioni aperte con la violenza. La guerra è un prodotto di una molteplicità di fattori che non sono unicamente riconducibili ad una unica ragione istintiva umana. La guerra è anche e soprattutto miserevole calcolo pragmatico del qui ed ora e prescinde dalla sua collocazione nella complessità dell’esistente. La guerra è tremendamente umana, non metafisica. La guerra è razionale nel sembrare irragionevole, perché noi vorremmo eticizzare la nostra potenza mentale e piegarla soltanto alla benevolenza, alla solidarietà, all’empatia.

Ma in noi il conflitto è aperto. Sempre. Quindi una parte di noi è sempre in lotta con l’altra e le pulsioni erotiche, le uniche secondo Freud capaci di limitare gli istinti bellicosi annientatori (quindi mortiferi), non per una ragione di supremazia del giusto sull’ingiusto possono sempre prevalere. C’è una competizione atavica che ci riguarda; ma esiste pure la possibilità di avere questa consapevolezza e farne un uso che, seppure non possa prescindere completamente dalle direzionalità indotte dall’incoscio che ci abita, limiti – per l’appunto come afferma Freud – i danni e induca a considerare la conservazione della specie e del mondo intero rispetto all’autodistruzione.

Così, semplicemente, direttamente, Einstein domanda al padre della psicoanalisi: «È possibile dirigere l’evoluzione psichica degli uomini in modo che diventino capaci di resistere alle psicosi dell’odio e della distruzione?». Più che le stereotipate “masse incolte“, nei pensieri dello scienziato vi sono quelli che sono tutt’altro che privi di istruzione, di consapevolezza, di scaltrezza mentale. Si rivolge a chi detiene le redini del potere o è in grado di poterle (e volerle…) tenere. La risposta freudiana è coerente con le sue premesse su forza, diritto, conscio, inconscio, internità ed esternità rispetto a noi stessi.

Non vi sono – dice Freud – se non vie indirette per arrivare alla pacificazione mondiale. Non si può, mediante l’analisi psichica dei singoli soggetti, limitare il ricorso alle guerre. Si deve costruire una cultura di massa che sia ispirata ad una empatia diffusa, ad un convenimento generale sulle elementarità che sembrano banali: il diritto di tutti a vivere questa esistenza il più serenamente e felicemente possibili. Tutto ciò proprio considerando l’ambivalenza tra Eros e Thanatos, che non sono eliminabili o arginabili. Va rafforzato il primo, quindi vanno sviluppati i legami umani, consolidando le comunanze e non stigmatizzando le singolarità.

Si presenta quindi possibile una definizione di costruzione della civiltà sulla base di una erotizzazione delle pulsioni: costruendo e non distruggendo. Il punto, dunque, è stabilire una relazione “costruttiva” tra la Kultur freudiana e tutte quelle manifestazioni dell’inconscio che la possono dirigere verso se non le stesse, delle similari pulsioni distruttive che ci riguardano interiormente e che solo una rivalutazione dell’empatia singola e diffusa può contenere, arginare e senza intenti però distruttivi. Altrimenti la contraddizione sarebbe evidente e favorirebbe Thanatos piuttosto che Eros

MARCO SFERINI

19 ottobre 2025

foto: screenshot ed elaborazione propria

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