Americhe
Intelligenza artificiale: i profitti di pochi, i rischi per l’umanità
Mo Gawdat, ex alto dirigente di GoogleX, ha dichiarato con soddisfazione: “Stiamo creando Dio. È l’intelligenza artificiale”. La sostituzione del lavoro umano con le macchine ha una lunga storia. Nei primi decenni del XIX secolo, il luddismo fu la prima risposta degli operai all’introduzione dei telai meccanici che portarono a licenziamenti di massa. Da allora, quando i lavoratori sono riusciti a contrattare l’utilizzo delle macchine, hanno cercato di non perdere lavoro e potere.
Esse potevano essere utili per sostituire le persone nei lavori più pericolosi, più ripetitivi o di estrema precisione. In assenza di controllo collettivo, la tecnologia è anche servita, e ancora serve, ai padroni che la gestiscono per ridurre il numero dei lavoratori e/o per diminuirne/sopprimerne le capacità professionali che li rendono un po’ forti sul mercato del lavoro.
Questo è il problema odierno del progressivo veloce utilizzo dell’Intelligenza artificiale (IA) anche nel mondo del lavoro.
Sull’argomento, le opinioni sono contrastanti, anche se è abbastanza evidente che agli estremi ci sono quelle delle persone licenziate per essere sostituite dall’IA (o vivono sotto il ricatto di essere sostituite se non accettano di diminuire i propri diritti e capacità autonome) e quelle che lavorano in settori “trainanti” di quella tecnologia, tanto più se ne ottengono benefici diretti o indiretti (questi ultimi comprendono anche chi scrive articoli apologetici dell’IA).
Una distinzione cruciale è tra le attività in cui l’IA integra le attività e le favorisce, e quelle in cui può agire già oggi in modo (più) indipendente, incidendo sempre più sull’occupazione e sulle retribuzioni medie. Goldman Sachs, uno dei pilastri della finanza globale, prevede in uno studio del marzo 2026 un aumento dell’impatto dell’IA che potrà portare a 300 milioni di posti di lavoro a livello globale messi in varie forme in discussione.
Posto, ipotesi impossibile, che non si creino altrettanti lavori nei data center indispensabili a sostenere il boom dell’IA. Negli Stati Uniti, di cui parliamo soprattutto in questo scritto, l’IA potrà potenzialmente automatizzare il 25% delle attività. In tutto il mondo crescono dunque iniziative per evitarne utilizzi contrari agli interessi di lavoratrici e lavoratori. Secondo lo studio della Fondazione Randstad, riportato da Collettiva, “l’impatto dell’intelligenza artificiale sui lavoratori italiani”, avrà un impatto variegato su 10,5 milioni di lavoratori, soprattutto i meno qualificati; cioè sul 43% dell’occupazione complessiva in Italia.
Negli Stati Uniti due grandi scioperi avevano avuto al centro il tentativo di controllare l’IA. Nell’autunno del 2023 quello di 11.500 sceneggiatori e di 160.000 attori ebbe uno dei nodi delle trattative nell’incombente utilizzo dell’IA per replicare o modificare immagini di attori e attrici viventi, o addirittura morti/e; oppure per realizzare sceneggiature. Un anno più tardi, lo sciopero dei portuali delle coste est e sud degli USA fu anche contro l’utilizzo nei porti di apparecchiature di carico-scarico delle merci completamente automatizzate.
In entrambi i casi, i contratti firmati hanno tamponato (ma le valutazioni dei lavoratori furono diversificate) la soppressione dell’occupazione. In questi giorni, 120 giornalisti di Associated Press, una cooperativa giornalistica nata a metà dell’Ottocento, hanno ricevuto un preavviso di licenziamento perché saranno sostituiti dall’IA. Così pure 150 giornalisti di ProPublica, una delle più grandi redazioni no profit degli USA, che hanno scioperato l’8 aprile nell’ambito di negoziati di contrattazione collettiva, da parte del sindacato NewsGuild-CWA, che continuano da oltre due anni, di fronte al pericolo di licenziamenti e salari inadeguati per il repentino ingresso dell’IA.
Che comporta anche un appiattimento, per non dire un asservimento (ulteriore), dell’informazione. Anche lo sciopero degli studenti-lavoratori della Boston University di questo aprile ha corso il rischio di trovarsi di fronte all’utilizzo di strumenti di IA generativi come ChatGPT, minacciati di introdurre da parte dalla Facoltà per continuare comunque i corsi di cui loro sono docenti.
ChatGPT è stato lanciato nel novembre 2022. Era stato dipinto come uno strumento utile per sgravare da compiti noiosi e ripetitivi ma nelle mani dei padroni è già utilizzato per sostituire i lavoratori e minare il loro potere contrattuale. Le aziende tecnologiche spesso impiegano lavoratori a basso reddito nel Sud del mondo per correggere gli errori procurati comunque dall’IA. Con ciò smascherando, come afferma Power Network, quanto sia “artificiale” una tecnologia che usa personale sottopagato per correggere errori che un addetto professionalizzato (e ben retribuito) potrebbe evitare
Anche nel settore dei fast food (con tutele assai minori di quelli accennati in precedenza) procedono sperimentazioni di sostituzione degli umani, sia nel fronte-negozio che nel retro, tipo la preparazione di cibi standard come hamburger e tortillas. Non solo l’IA è utilizzata nel lavoro ma anche per controllarlo: Aware, una società di intelligenza artificiale specializzata nell’analisi di messaggi di testo ed e-mail dei dipendenti, ha dichiarato che negli USA molte aziende, come Walmart, Delta, T-Mobile, Chevron e Starbucks stanno già utilizzando i suoi strumenti per monitorare i messaggi dei dipendenti su Slack, Zoom e altre applicazioni sul posto di lavoro.
Anche United Parcel Service (UPS), i cui 338.000 lavoratori negli USA avevano ottenuto nel 2023 il più grande contratto del settore privato, ha rinunciato (per ora) ai furgoni a guida autonoma, ma sta proponendo dimissioni incentivate a 100.000 conducenti, anche per trasformare sempre più gli autisti in appendici delle macchine, costretti a guidare sotto il controllo delle tecnologie di sorveglianza. Lo stesso avviene nella logistica e nella consegna di merci di aziende come Amazon.
Le poche multinazionali che creano e vendono IA detengono ormai un potere sempre maggiore e con esso la possibilità di un controllo di massa sulle persone sempre più esteso. I grandi motori di ricerca che usiamo, ancor più quando utilizzano l’IA, selezionano e indirizzano la navigazione in rete. Dietro questa prospettiva di controllo globale (il cosiddetto «capitalismo della sorveglianza» che propone anche tecnologie come il riconoscimento facciale) c’è anche (lo descrive M. Gaggi sul Corriere della Sera del 16.2.2022) un ultralibertario, per non dire fascistoide, come Peter Thiel.
Nel suo libro “Zero to One” sostiene che bisogna avere una fiducia cieca nella tecnologia, dare tutto il potere agli imprenditori innovativi e mettere i monopoli al centro della società. A ciò sono indispensabili politici conseguenti, come il suo ex dipendente presso la Mithrill Capital, J. D. Vance, ora vice presidente degli USA, onde ridurre (ulteriormente) il ruolo delle istituzioni democraticamente elette.
Nel 2003, Thiel creava Palantir, una piattaforma di analisi dati che in poco tempo ha conquistato il mercato della sorveglianza di massa del governo americano e dalle agenzie federali di intelligence e oggi ha contratti in 40 Paesi. Thiel è lo stesso che dal 15 al 18 marzo è stato a Roma a parlare, a una platea rigorosamente selezionata, di Anticristo; che sembra identificare in chiunque si opponga al progresso tecnologico e scientifico come lo vede (e ci guadagna) lui; che è il trionfo della macchina sull’uomo e dei multimiliardari sul resto dell’umanità di serie B.
Una petizione “No a Palantir in Europa”, promossa da WeMove Europe, chiede ai governi europei di bloccare la firma di nuovi contratti con Palantir e di rescindere quelli in essere. E di indagare sull’uso dei dati da parte di quell’azienda. Palantir è contestata anche per i suoi affari con corpi di polizia e militari: il 15 marzo scorso, la manifestazione “No Kings” a Roma ha organizzato un sit-in davanti al Ministero della Difesa per protestare contro i rapporti tra il governo italiano e Palantir, accusandola di essere “complice del genocidio a Gaza e delle guerre”.
Anche il segretario dell’ONU, Guterres, in una recente riunione, disertata peraltro dalla gran parte delle Nazioni, ha nuovamente segnalato che i rapidi sviluppi dell’IA stanno superando la capacità dell’umanità di governarla, considerando anche il pericolo che essa è ormai massicciamente impiegata per usi militari. La diffusione dell’IA ha infatti aumentato l’importanza dei data center nelle guerre.
L’esercito degli USA ne ha fatto uso per il supporto decisionale nei suoi attacchi contro il Venezuela e l’Iran. I risultati sono stati la continuazione di massacri della popolazione civile, come le 165 scolare uccise nell’Iran meridionale. Di converso, droni iraniani hanno colpito due data center di Amazon Web Services negli Emirati Arabi Uniti come obiettivi bellici (si spera che i prossimi obiettivi di Trump non siano le centrali atomiche iraniane)
In un contesto di grande forza del capitalismo internazionale, arrogante come ai tempi della prima rivoluzione industriale (all’interno dalla quale nacque e crebbe il movimento dei lavoratori, che, con le sue lotte e ideologia, ha affrontato e talvolta sconfitto l’interesse padronale) è inevitabile chiedersi se e quando il mondo del lavoro, oggi frantumato e depotenziato, riuscirà a non perdere ulteriormente i suoi scarsi diritti.
Restando negli USA, lo scorso ottobre, la grande federazione AFL-CIO ha diramato otto princìpi chiave volti a proteggere i lavoratori nell’era dell’IA: tra cui “un guardrail contro gli usi dannosi dell’IA”, “la protezione del diritto d’autore e della proprietà intellettuale, “la trasparenza e responsabilità nelle applicazioni di IA”. Il sindacato delle comunicazioni d’America (CWA), a cui è affiliata la Union NewsGuild delle agenzie di stampa, ha recentemente fissato i principi per l’IA da ottenere sui posti di lavoro che mettono al centro l’informazione e la contrattazione preventiva.
Si tratta di princìpi limitati, che non escludono l’impiego dell’IA. Anche perché CWA non rappresenta solo i giornalisti, ma anche addetti di call center, telecomunicazioni e tecnologia. Come la Alphabet Workers Union-CWA, che associa pure sistemisti di intelligenza artificiale presso Google, Alphabet e ZeniMax Media, una holding di videogiochi. La motivazione, per cercare di salvare capra e cavoli, è che “l’intelligenza artificiale ha il potenziale per costruire prosperità e liberare la creatività umana ma solo se funziona per le persone che lavorano”.
“Ogni giorno, milioni di lavoratori americani giocano secondo regole che non hanno mai scritto, regole che troppo spesso non riescono a considerare l’aspetto umano del lavoro”, ha dichiarato April Verrett, presidente del Service Employees International Union, citando l’esempio degli operatori sanitari domestici “il cui programma assegnato dall’algoritmo non lascia tempo tra i assistiti”.
Non è infine da sottovalutare l’immenso impatto energetico dei data center che occorrono all’IA, i più grandi dei quali consumano quanto una piccola/media città. Impianti che, in genere, trincerandosi, loro sì, dietro la riservatezza non forniscono informazioni che consentano una valutazione indipendente del loro impatto finanziario, ambientale e sociale. Come la quantità di elettricità da loro utilizzata e anche il prelievo quotidiano di milioni di litri di acqua locale per il raffreddamento dei server. Ciò in aggiunta all’inquinamento acustico incessante dei motore a getto emesso dai refrigeratori d’aria industriali e alla crescita esponenziale delle bollette per i massicci aggiornamenti della rete elettrica richiesti dai data center.
Con la motivazione che gli USA hanno bisogno sempre più di energia, Trump nel dicembre dell’anno scorso aveva dato il via ad una deregolamentazione dell’IA nell’àmbito un’ampia serie di provvedimenti antiecologici, tra cui la ripresa della ricerca del carbone e il suo utilizzo in centrali molto inquinanti. In precedenza, nell’ottobre 2023, l’amministrazione Biden aveva emesso un ordine esecutivo sull’IA che, pur privilegiando la sicurezza dei dati governativi, considerava anche la necessità di contrattazione collettiva dei diritti dei lavoratori, a partire dalle agenzie federali, quelle che ora Trump sta ridimensionando, privando migliaia di dipendenti dei diritti collettivi.
Trump ha invertito la rotta ma il Congresso, in alcuni casi anche i suoi componenti repubblicani, per ora si oppone,
Il senatore Bernie Sanders, indipendente associato ai Democratici, ha presentato a fine marzo un disegno di legge per mettere una moratoria nazionale sulla costruzione o aggiornamento di data center “fino a quando non sarà promulgata una legislazione che salvaguardi il pubblico dai pericoli dell’IA”.
Alexandria Ocasio-Cortez presenterà un disegno di legge simile alla Camera. E’ improbabile che il disegno di legge possa passare in un contesto in cui Trump ha ricevuto grandi quantità di denaro per la sua campagna elettorale dalle aziende dell’IA. Le quali hanno avuto carta bianca per costruire enormi data center, anche se respinti da alcuni governi statali e locali. Tra quelli previsti c’è una struttura Meta che Zuckerberg vantava avrebbe rivaleggiato con Manhattan in dimensioni.
“Una moratoria ci darà la possibilità di capire come assicurarsi che l’IA avvantaggi le famiglie lavoratrici di questo paese; non solo una manciata di miliardari che vogliono sempre più ricchezza e sempre più potere”, ha detto Sanders ” e darà il tempo di capire come garantire che l’IA sia sicura, come assicurarsi che non danneggi il nostro ambiente o aumenti le bollette elettriche che paghiamo”, recando “danni alla salute e al benessere delle famiglie lavoratrici, e pericoli per la privacy, i diritti civili e il futuro dell’umanità”.
Le aziende tecnologiche, afferma il disegno di legge, devono garantire che la ricchezza generata dall’IA sia “condivisa con la popolazione degli Stati Uniti”. Il disegno di legge cita i ricchi dirigenti tecnologici, tra cui Elon Musk di xAI, Jeff Bezos di Amazon, Sam Altman di OpenAI e Dario Amodei di Anthropic. E dà seguito ad iniziative similari di decine di città e contee negli Stati Uniti. E anche di una dozzina di parlamenti di singoli Stati dell’Unione, di vario colore politico, che hanno introdotto quest’anno le moratorie a livello statale.
EZIO BOERO
21 aprile 2026
foto: screenshot ed elaborazione propria
Fonti principali:
A.Press, How the U.S. Labor Movement Is Confronting AI, Power at Work, 6.2
Goldman Sachs, How Will AI Affect the US Labor Market?, 18.3
M.Taft, Bernie Sanders and AOC Are Pushing a Moratorium on Data Center Construction, Mother Jones, 25.3
D.Orecchio, Intelligenza artificiale e lavoro: tra sostituzione ed evoluzione, Collettiva, 11.4
https://action.wemove.eu/sign/2026-03-palantir-petition-IT


















