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Politica e società

Incubi di una notte di primavera

Forse questa notte Giorgia Meloni sognerà Giusi Bartolozzi, la capa di gabinetto del ministro Nordio ignota ai più fino a un anno fa ma che, grazie alla sua determinazione, si è saputa fare spazio nelle cronache politiche fino a conquistare le prime pagine.

L’ex deputata forzista folgorata sulla via della fratellanza d’Italia è diventata suo malgrado e soprattutto malgrado Meloni l’anti-eroina della campagna referendaria. O la bambina che svela la nudità della sovrana.

La presidente del consiglio si lancia in un’intemerata sui pericoli della vittoria del NO, grazie alla quale orde di stupratori e pedofili verrebbero rilasciati dalle patrie galere su iniziativa di sordidi magistrati compiacenti e si riverserebbero nelle strade, ed ecco che viene in mente lei, Giusi Bartolozzi super indaffarata nelle ore in cui il governo italiano cerca di far tornare rapidamente in Libia l’aguzzino Almasri, accusato di stupri e torture di migranti, e anche ai danni di bambini.

La presidente del consiglio trasecola di fronte a chi accusa il suo governo di voler assoggettare il giudici, ed ecco che riappare lei, Giusi Bartolozzi mentre invoca in tv non la sudditanza delle toghe, ma la loro decapitazione: «Votate sì e ci togliamo di mezzo la magistratura, che è un plotone di esecuzione».

Ancora non basta ed ecco che mentre Meloni e la sua band provano in tutti i modi a mettere la sordina al caso Delmastro almeno fino a lunedì pomeriggio, chi si rivede? Ovvio, Giusi Bartolozzi immortalata in un’allegra tavolata insieme al «leggero» (parola di Meloni) sottosegretario e ex bisteccaio d’Italia – Delmastro appunto – chez Caroccia, alias il prestanome del clan Senese.

Una nemesi: proprio il fedelissimo sottosegretario biellese aveva spifferato questioni riservate al frenetico coinquilino e Fratello Donzelli. Impegnato poi a usare quelle informazioni in aula contro il Pd, descritto alla stregua di uno strumento nelle mani di «terroristi e mafiosi» ansiosi di liberarsi del 41 bis. Il riferimento era al caso Cospito e alle doverose visite dei parlamentari in carcere. Il che, già a inizio legislatura, quando accadde l’episodio finito poi nelle aule dei tribunali, sembrava più che sufficiente a chiarire che un’evoluzione garantista della fiamma non era nell’ordine delle cose.

Del resto lo conferma – insieme alla serie infinita di decreti repressivi – l’armamentario retorico utilizzato da Meloni per condurre, un inciampo dopo l’altro, la campagna referendaria usando fatti di cronaca a sproposito e deformando notizie a piacimento, convinta evidentemente che gli elettori siano disposti a crederle fino all’inverosimile.

Le avventure di Meloni&Bartolozzi possono forse servire a raccontare la difficile per non dire impossibile sintesi tra una cultura garantista, quella che Forza Italia si ostina a rivendicare oltre ogni ragionevolezza, e l’impianto repressivo e reazionario di Fdi. La leader della destra postfascista ha accantonato per ora il «premierato madre di tutte le riforme» (il testo partorito del resto era pure scritto coi piedi e inservibile) e ripiegato sul progetto caro agli alleati eredi di Berlusconi. Così, pensava, si sarebbe anche messa al riparo da una eccessiva esposizione.

Ma ha poi deciso di impugnare quella che era la storica bandiera azzurra piegandola definitivamente verso un “giustizialismo di governo” dove la magistratura non «rema contro», avrebbe detto il Cavaliere, ma asseconda.

Proprio come faceva il Cavaliere che spuntava anche tra le informazioni sul traffico, Meloni nell’ultima settimana ha occupato a tappeto tutti gli spazi che i media le hanno generosamente messo a disposizione. Ha deciso, come si dice, di metterci la faccia probabilmente anche con la speranza di coprire quelle dei vari Delmastro, Bartolozzi e dello stesso strabordante ministro Nordio. Insomma, i massimi vertici del ministero della giustizia.

In altri tempi a via Arenula ma anche a palazzo Chigi nessuno avrebbe passato una notte tranquilla. Nel mondo di Meloni, chissà. Se dovesse vincere il NO la premier potrebbe sempre raccontare che si è trattato solo di un brutto sogno. Se dovesse vincere il NO a svegliarsi dovrebbe finalmente essere l’opposizione.

MICAELA BONGI

da il manifesto.it

foto: screenshot ed elaborazione propria

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