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Marco Sferini

In quella fine di aprile la riconquista della libertà…

Le rive del lago si specchiano grigiastre nell’acqua che ristagna e pare non essere mossa da alcun alito di vento. Villa Feltrinelli è circondata dai soldati tedeschi: fanno su e giù e danno qualche sguardo alle finestre con le tende tirate. Mussolini è dietro una di quelle. Sta probabilmente cenando con la sua famiglia. Qualcuno afferma di avere una comunicazione da recapitargli. Lo fanno passare, scortato. La porta si apre e Vittorio prende un biglietto da un uomo che dice di non sapere dove si trova chi gliel’ha dato. La missiva è di Edda, la figlia prediletta del Duce.

Mussolini dà uno sguardo al foglio, lo passa alla moglie Rachele che lo legge con un tono quasi dimesso. Se entro pochi giorni Galeazzo Ciano non sarà liberato, i diari dell’ex ministro degli esteri saranno ceduti agli Alleati e tutti gli intrighi del regime saranno portati così alla conoscenza non soltanto del mondo ma, almeno in quel momento, soprattutto al nemico. Le responsabilità dell’inizio della Seconda guerra mondiale saranno così note e gli storici potranno farsi una opinione ancora più dettagliata di come tutto si sia svolto nelle segrete stanze delle cancellerie europee.

Sembra che Mussolini abbia manifestato un eccesso d’ira. Ma contro la moglie di Ciano, non contro Edda, sua figlia. Per lui le distinzioni tra ruoli politico-pubblici e familiari sono sempre contate. Anche in questi momenti quasi supremi. Una telefonata al generale Wolff gli chiarirà gli ultimi dubbi: se dovesse graziare suo genero, uno dei traditori del fascismo, uno dei sostenitori dell’ordine del giorno proposto da Dino Grandi la notte del 24 luglio 1943, Hitler se ne avrebbe a male e il solco tra i due dittatori si farebbe ancora più ampio. Mussolini non flette, non cede: Ciano deve morire.

La condanna a morte sarà eseguita l’11 gennaio 1944. Un anno dopo la condizione precaria della Repubblica Sociale Italiana è ulteriormente peggiorata. Le acque del lago sono sempre più grigie e sempre più maleodoranti. C’è chi dice che là in fondo ci sia qualche tesoro nascosto proprio su ordine del Duce. Si aspettano tempi migliori, quelli in cui rivalutare la sua figura, rinobilitare il fascismo agli occhi di un mondo che, invece, si prepara a chiudere i conti con l’Asse Roma-Berlino e a farla finita anche con l’autoritarismo di Tokyo. Le brigate partigiane imperversano ovunque, le repubbliche libere sorgono in Piemonte, in Emilia Romagna, in Toscana.

La repressione dei tedeschi e dei fascisti è spietata. La Guardia nazionale repubblicana e le Brigate nere arrestano, torturano, uccidono senza pietà. Mussolini finge di non essere a conoscenza di tutto questo e si rintana sempre di più nelle sue poltrone, asserragliato da rapporti che parlano di diserzioni, di cedimento del fronte nel centro Italia. Rimane soltanto più la pianura del Po da difendere e, in una extrema ratio, la cosiddetta “ridotta valtellinese“. Non resta altro del sogno dell’Impero, della restaurazione della grandezza di Roma a partire dai suoi “colli fatali“. Salò è già un triste, mortifero ricordo mentre le auto del convoglio vanno verso Milano. L’ultimo sprazzo è pronto: al Teatro Lirico, forse per un istante, si riaccende la tonante voce.

Lì lo applaudono tutti: bandiere con la svastica e con l’aquila che si sorregge sul fascio littorio svettano dietro e davanti a lui. Qualche corona di fiori bianchi lancia un lampo di un funesto presagio su una sala tanto nera quanto l’umore di chi sa bene che i giorni sono contati. Mussolini lancia, dagli altoparlanti della Radiomarelli l’incitamento al sacrificio per chi non ha più niente da sacrificare e, soprattutto, non è intenzionato a farlo. Difendere “coi denti” e con tutte le forze la valle del Po è la parola d’ordine, imperativa e categorica per tutti. Ma nessuno crede più alla possibilità di una svolta del conflitto. La guerra sta giungendo al termine.  In quel dicembre del 1944 il cosiddetto “discorso della riscossa” è più che altro la proforma di un allungamento dei tempi della guerra.

Mussolini e il sottoenente Birzer poco prima della fuga (Wikipedia)

C’è bisogno di prendere tempo, per organizzare una fuga, forse una trattativa con gli angloamericani e, soprattutto, con i partigiani che minacciano sempre più le camicie nere di assedio nelle grandi città del centro-nord. I fascisti iniziano a sentirsi circondati, molti intuiscono che le vie di salvezza sono sempre più ridotte. Tanti, per questo, ma forse anche per una ritrovata coscienza morale, civile e sociale, disertano e passano con le brigate guidate dal Comitato di Liberazione Nazionale per l’Alta Italia. A Milano, Torino, Genova, Bologna, in ogni centro urbano operano i GAP. Le donne fanno le staffette a rischio e pericolo per la loro vita. A sostenere la Resistenza c’è tutto un popolo che non è più una maggioranza silenziosa.

Le auto, ancora una volta, lasciano l’improvvisata residenza del Duce. L’arcivescovo di Milano, il cardinale Schuster, tenta una mediazione tra fascisti e CLNAI. Le posizioni sono inconciliabili: i capi partigiani chiedono la resa senza condizioni, Mussolini, ancora una volta, prende tempo. Ha bisogno di un’ora per riflettere. Sandro Pertini arriva in ritardo alla riunione. Salendo lo scalone incrocia il Duce che sta abbandonando il palazzo per tornare in prefettura. Nel volto del dittatore vede la stanchezza, la frustrazione, il logorio per una storia che non è più grande e che lo sta schiacciando sotto il peso di responsabilità da cui non può sottrarsi. Ne scorge i colori di un viso emaciato, pallido, smunto. Il Duce ha capito: finirà prigioniero o degli angloamericani o del Comitato di Liberazione.

Non c’è altra soluzione. L’unica altra ipotesi formulabile è la fuga. E così, invece di continuare a trattare, parte per cercare, sotto protezione tedesca con la scorta comandata dal sottotenente Birzer, di guadagnare la via per la Svizzera. La Repubblica Sociale Italiana è crollata, si sta sciogliendo come neve al sole. Non resta più nulla, di nessun apparato. Il CLN ha diramato il celebre ordine con un telegramma a tutte le brigate partigiane:

«A TUTTI I COMANDI ZONA. Comunicasi il seguente telegramma: ALDO DICE 26 x 1 Stop Nemico in crisi finale Stop APPLICATE PIANO E 27 Stop Capi nemici et dirigenti fascisti in fuga Stop Fermate tutte macchine et controllate rigorosamente passeggeri trattenendo persone sospette Stop Comandi zona interessati abbiano massima cura assicurare viabilità forze alleate su strade Genova-Torino et Piacenza-Torino Stop».

L’ordine è chiaro: bisogna catturare tutti i fascisti, i capi del regime che stanno battendo in ritirata e cercano di lasciare l’Italia sotto mentite spoglie. Claretta Petacci, l’ultima delle sue amanti, non lo ha voluto abbandonare, mentre la sua famiglia si è diretta in Spagna, a parte il fratello Marcello. La colonna germanica si avvia. In mezzo trovano posto un autoblindo corazzato dove si sono asserragliati Barracu e Pavolini con altre camicie nere e l’auto di Mussolini. Sidecar vanno avanti e indietro a controllare che tutto proceda regolarmente. La strada si fa stretta, costeggia il lago di Como: le opportunità per passare in territorio elvetico si assottigliano sempre di più. Cernobbio, da Menaggio verso Lugano, oppure un passaggio a nord in Valtellina.

Ma le vie principali sono contrallate dai partigiani. Pavolini aveva provato un ultimo tentativo di combattimento radunando qualche migliaio di soldati repubblichini. Ma è lo stesso Mussolini a congedarli. Tutto è perduto. Ogni resistenza è veramente vana. Si cerca persino di eludere la sorveglianza imposta da Hitler, ma non è possibile. La colonna così formata, va avanti. È il 27 aprile 1945 e le truppe tedesce guidate da Birzer arrivano all’altezza di Musso. Sono circa le 6.52 del mattino. La colonna deve fermarsi. Sulla strada ci sono dei tronchi di legno. Un posto di blocco, comunque un ostacolo messo lì, evidente, dai resistenti. Mussolini apre leggermente la portiera dell’auto e domanda cosa stia accandendo. «I partigiani!», gli rispondono.

Indossa degli occhiali scuri, un pastrano militare con la bustina grigia in testa. Dall’autoblindo corazzato Pavolini e Barracu seguono i passi di Birzer che, fazzoletto bianco in mano, sta andando a trattare il passaggio delle truppe tedesche con i comandanti delle brigate del CLNAI: possono transitare solo i militari germanici. Per i fascisti niente da fare. L’ordine è di arrestare chiunque faccia parte dell’esercito di Salò, tanto più qualunque dirigente del regime. Il cerchi si stringe sempre di più. Birzer fa il saluto militare, si gira su sé stesso e torna dai suoi uomini. A Mussolini dice che non c’è altra soluzione se non quella, per farlo fuggire dall’Italia, di travestirlo da soldato tedesco. Mussolini al principio si rifiuta.

Gli occhi di Pavolini lo incrociano, percepisce l’accusa di tradimento, di fellonia, di una codardia indegna per quello che era stato il capo della rivoluzione fascista, il fondatore e primo maresciallo dell’Impero insieme al re Vittorio Emanuale III. Poi, probabilmente, prevale l’istinto di autoconservazione. Claretta lo supllica di non farsi prendere, di indossare l’uniforme germanica, mettere in testa l’elmetto e imbracciare un fucile. Deve fingersi anche un po’ alticcio, così da potersi nascondere meglio: non ha proprio le fattezze longilinee del tipico soldato del Terzo Reich. Si mette in fondo, dentro il camion 34 della colonna, quasi accanto al posto di guida. China il capo e tiene stretto a sé cappotto e moschetto.

Tra poco i partigiani verranno a controllare tutta la colonna per poi dare il via libera ai tedeschi di passare. Pavolini ha un moto di rabbia, chiude la porta del blindato corazzato e urla: «Noi non ci arrendiamo!». Giuseppe Negri, uno dei partigiani della 52ª Brigata Garibaldi, si accorge della presenza di Mussolini. A tradire il Duce è la divisa che porta sotto il cappotto tedesco e il sospettoso atteggiamento dimesso che ha assunto fingendosi ubriaco. Sono le quattro del pomeriggio del 27 aprile 1945 e la fuga è finita. Gli altri gerarchi asserragliati qua e là vengono fatti prigionieri. Saranno fucilati il giorno dopo a Dongo. Adesso l’ex dittatore può distrarsi dai pensieri sull’espatrio e sull’esilio. Si può concentrare su quello che gli accadrà.

Al sacerdote che gli portava la notizia della fucilazione di Ciano e degli altri congiurati del 25 luglio, aveva confidato in quel di Villa Feltrinelli che lui sapeva, era pienamente consapevole che la sua vita sarebbe finita presto, che sarebbe stato ucciso. Mussolini, del resto, tutto era tranne che un uomo privo di intelligenza e si rendeva conto che oltre vent’anni di regime e una guerra mondiale erano sufficienti per una condanna a morte da parte di un tribunale alleato o partigiano. Qualche improvvisato raccontatore degli eventi giura di aver sentito dire che ai partigiani che lo tenevano rinchiuso a Dongo abbia addirittura offerto un nuovo impero in cambio della libertà… L’enfasi del momento rende inattendibile questa proposta.

Il biglietto scritto da Mussolini dopo la cattura da parte della 52 Brigata Garibaldi

Il brigadiere Giorgio Buffelli però, a testimonianza dei fatti, chiede a Mussolini di scrivere su un foglio come è stato catturato e come è stato trattato. Lui scrive con mano malferma: «La 52ª Brigata Garibaldina mi ha catturato oggi, venerdì 27 aprile sulla Piazza di Dongo. Il trattamento usatomi durante e dopo la cattura è stato corretto». I partigiani hanno la necessità di sottrarlo alla cattura da parte degli angloamericani. Lo vogliono giudicare loro, in nome del popolo italiano. Così, siccome la notizia della cattura del Duce si sta diffondendo, lo trasferiscono più volte. Da Dongo a Germasino, da qui a Bonzanigo, piccola frazione del comune di Tremezzina. Con lui c’è Claretta Petacci che, inizialmente aveva negato di conoscerlo, ma poi aveva ammesso. E aveva chiesto di poterlo seguire nella sorte.

Siamo al 28 aprile 1945. Il Corpo Volontari della Libertà incarica il colonnello “Valerio” (Walter Audisio) di giustiziare Mussolini. A Dongo regna il caos: ci sono voci contrastanti. Si dice che i fascisti stiano preparando un attacco per liberare Mussolini. Lo stesso Valerio viene ostacolato nella sua missione al principio. I comandanti di zona vogliono vedere gli ordini scritti, avere conferme. Le comunicazioni, del resto, anche solo con le autorità partigiane di Milano, non sono facili. Poi Valerio dà l’ordine: trasferire i prigionieri in un luogo adatto alla fucilazione. Serve un posto appartato, non di passaggio. Girovagano un po’ per le vie intorno, poi scelgono Giulino, sempre una frazione di Tremezzina.

Si posizionano in via XXIV maggio, una strada stretta dove ci sono alcune ville. Fanno scendere dall’auto Mussolini e la Petacci che si accostano ad un muro, davanti al cancello di Villa Belmonte. Valerio intima a Claretta di allontanarsi, di farsi da parte. Lei non vuole, abbraccia il Duce. I partigiani provano ancora a scostarla ed è allora che Valerio prova a sparare dopo aver pronunciato la frase: «Per ordine del Comando Generale del Corpo Volontari della Libertà sono incaricato di rendere giustizia al popolo italiano» Ma il mitra si inceppa. Allora un partigiano, Lampredi, gli dà una pistola. Ma anche quella non funziona. Serve un’altra arma, quella di Moretti. Partono i colpi, i corpi cadono a terra l’uno accanto all’altro.

Nell’aria rimane l’odore delle pallottole appena esplose, una sensazione quasi indescrivibile di aver certamente scritto la Storia. Di averlo tracciato in quel momento una linea di confine tra il passato, il presente e il futuro. Hitler è asserragliato nel bunker sotto la Cancelleria del Reich. Morirà poco meno di due giorni dopo spezzando una capsula di cianuro tra i denti e sparandosi contemporaneamente un colpo di pistola alla tempia. I destini dei due paesi saranno segnati per lungo tempo. Se l’Italia non subirà la sorte della Germania nel dopoguerra, nella ricostruzione, sarà soltanto grazie a quella parte di Paese che decise di fuggire sui monti e sulle colline; di lottare contro il nazifascismo, di dimostrare che non eravamo tutti come loro.

Walter Audisio, il colonnello “Valerio”

Sarà grazie all’esempio della Resistenza italiana che si potrà dire, dopo il 25 aprile 1945, di aver riscattato anche l’onore della nazione, ma soprattutto di aver fatto giustizia, di aver contribuito a battere due dittature sanguinarie, due regimi totalitari spietati, genocidiari e criminali all’ennesima potenza. Questa è la Storia che chi è oggi al governo del Paese intende riscrivere con il solito revisionismo imperniato sulle parole d’ordine della memoria condivisa e della pacificazione nazionale. Ma la nazione che oggi esiste è figlia di una scelta ben precisa: l’antifascismo, la lotta di Liberazione, la lotta per la Resistenza ad ogni oppressione.

Dunque, la condivisione della memoria è possibile solo se ha rispetto della Storia, dei fatti. Ma se si vuole invece piegare il tutto ad una minimizzazione dei crimini di una dittatura pluriventennale e di una alleanza omicidiaria col Terzo Reich, se si vuole lasciare intendere che quelle non furono scelte politiche sbagliate che portarono alla rovina dell’Italia nel Novecento, allora non può esistere nessuna memoria condivisa. Perché quella dei post e neofascisti non è memoria, ma solo nostalgia di un passato che non può, che non deve ritornare più.

MARCO SFERINI

25 aprile 2026

foto: elaborazione propria / nell’articolo: tratte da Wikipedia

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