In piazza seduti: i metalmeccanici si inventano la nuova protesta

Mobilitati. Tra crisi nuove e tante irrisolte a rischio 300 mila posti. «Ma rimane la voglia di lottare». Mascherina e distanziamento rispettato, delegati da tutta Italia raccontano le incertezze post Covid

Nella lunga storia metalmeccanica la giornata di ieri avrà certamente un posto. Mai si era vista una manifestazione di questo tipo, men che meno a piazza del Popolo. Più un’assemblea che una manifestazione, sebbene le sedie all’aperto per garantire il distanziamento siano un inedito assoluto. Sotto il solleone romano allo zenit a mezzogiorno, i delegati di Fiom, Fim (pochi in realtà) e Uilm siedono abbastanza disciplinati con la mascherina di ordinanza a coprire bocca e naso, per poi cercare spesso acqua e ombra tra la curiosità dei pochi passanti.

Il metodo di protesta è nuovo, il merito sempre lo stesso: la rabbia operaia ha attraversato i mesi di Covid con grande responsabilità e Protocolli di sicurezza, la riapertura ha rinfocolato le crisi infinite dell’industria portando in dono nuove incertezze e i ritardi nel pagamento di quella cassa integrazione che per centinaia di migliaia di operai è l’unico sostentamento per l’intera famiglia.

Alle crisi note – Fca, Cnhi, ex Ilva, acciaierie di Terni, Jindal, Bekaert, Blutec di Termini Imerese, Embraco, Whirpool di Napoli, Jalib – e irrisolte si sono unite nuove vertenze di cui nessuno parla, che atterriscono però interi territori. Sulla pedana che fa da palco si alternano i delegati che ne raccontano di ogni, con numeri che parlano da soli: oltre i 170 tavoli di crisi aperti al Mise che coinvolgono più di 80 mila addetti mentre si stimano – per difetto – circa 300 mila operai coinvolti in imprese in difficoltà conseguenti agli effetti del Covid-19.

C’è la Italtel che l’anno prossimo festeggerà un secolo di vita, presidio decisivo nella comunicazione, ora diventata information and comunication technology (Ict). I suoi 970 lavoratori divisi fra Milano, Roma e Palermo sono allarmati da una situazione societaria fatta di cessioni di debiti e strane proposte di «prendere o lasciare», sullo sfondo della guerra per la banda larga con Telecom che si avvicina all’acquisto di Open Fiber. «La nostra paura ha un nome preciso: spezzatino», spiega Ivano Improta, delegato Fiom. La compagine societaria è ormai un puzzle formato da fondi di investimento (Pillarstone Italy Rsct che ha acquistito da Unicredit un credito da circa 100 milioni), concorrenti che la vorrebbero spolpare Cisco, e un azionista di maggioranza (Exprivia) in grande difficoltà che sembra volersi disimpegnare anche a causa di una richiesta di concordato in bianco al tribunale per «capitale sociale sotto i minimi di legge». «Alla videocall con il Mise i vertici aziendali hanno preso tempo, mentre noi chiediamo un intervento diretto e concreto della politica, muovendosi con i soggetti da lei controllati (Cassa depositi e prestiti, Sace, Invitalia) per aiutare Italtel. Va scongiurato a ogni costo il rischio spezzatino: solo un Italtel unita, come ora, può garantire un futuro ai propri dipendenti».

Una crisi che rischia di avere molti tratti in comune con quella irrisolta della Sirti e dei suoi oltre 760 addetti, da un anno alle prese con una lenta agonia a cui i lavoratori si oppongono con tutte le forze.
Il gruppo Dema (730 addetti) è alle prese con la ristrutturazione del debito, la Semitech (200 dipendenti) con il concordato liquidatorio, la Abb è in attesa di un socio.

Poi c’è il grande buco dell’automotive. Un settore praticamente fermo da quattro mesi in cui lo stallo nella fusione Psa-Fca si riproduce a cascata con effetti dirompenti nei vari stabilimenti italiani. La situazione peggiore è a Cento (Ferrara), dove Pamela lavora assieme ad altri mille dipendenti. «Produciamo motori diesel, un segmento che rischia di sparire fra rivoluzione tecnologica e Covid. La paura è tanta, ma per fortuna c’è ancora la voglia di lottare», spiega dal palco.

L’unica crisi che sembra veramente superata è quella delle ex Breda Menarini di Bologna e Irisbus (ex Fiat) di Flumeri (Avellino). La nascita di Industria italiana autobus nel 2014 doveva rilanciare la produzione di autobus in Italia, ma per anni la produzione era più in Turchia che da noi. Dopo il flop della soluzione Fs proposta da Di Maio, da inizio 2020 le cose sembrano essersi aggiustate con nuove commesse e anche assunzioni: «60 giovani a Flumeri». Ma solo grazie all’intervento pubblico: 18 milioni da parte di Invitalia. Quello che chiedono a gran voce tutti i delegati. Per evitare una crisi ancora peggiore di quella del 2008. Da cui non tutti erano ancora usciti prima del Covid.

MASSIMO FRANCHI

da il manifesto.it

foto: screenshot

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