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In ogni caso nessun rimorso
La Delaunay-Belleville aspetta all’angolo di via Ordener in una fredda mattina di fine dicembre del 1911. Il bottino sarà di circa cinquemila franchi. Ci scapperà un ferito. Altre volte il morto. Nel nome dell’anarchismo, di un derubare i ricchi per dare a sé stessi e in parte anche al movimento per i più derelitti e poveri della società, di una Belle Époque di cui si vedono appena le ombre sui muri sfiancati dal tempo immemore dello sfruttamento, del servaggio, della schiavitù di un regime borghese che prende avvio proprio da quella Rivoluzione che avrebbe dovuto cancellare ogni privilegio, ogni superiorità di casta, ogni differenza anche di classe.
Ma la vittoria della Gironda, della parte più moderata e abbiente che ha scalzato l’aristocrazia per sostituirvisi nel dominio dello Stato, impedirà una radicalizzazione egualitaria del processo rivoluzionario e finirà col tradire l’incipit stesso di quel grande, meraviglioso stravolgimento sociale, civile e morale dentro il solco di una linearità storico in cui rientrerà ben presto tra imperatori e nuovi sovrani. I presidenti che seguiranno e le repubbliche non cambieranno molto la vita dei più poveri, di chi va alla ricerca per davvero di un tozzo di pane per sfamare sé stesso e la famiglia proletaria che si è creato senza poter, del resto, aspirare ad un sostentamento sufficientemente quotidianamente minimo.
La macchina sfreccia via veloce, lascia le vie dove il colpo è stato fatto. Sopra ci sono Octave Garnier, che spara e ferisce un addetto alla sicurezza della banca Société Général, David Bellonie, Soudy Rodriguez e altri della banda. Tutti anarchici, individualisti. Esasperati da una vita invivibile, da una condizione di insopportabilità dell’esistenza che si è fatta raminga, che si trascina di giorno in giorno senza una benché minima prospettiva di un domani quietamente aspirante ad una pur timida ma legittima tentazione d’essere oltremodo felici. Nessuno obbedisce e nessuno comanda, ma la figura certamente emergente per carattere, per carisma è quella di Jules Bonnot. Assurgerà ben presto alle cronache.
“Le Petit Parisienne” e altri giornali francesi ne daranno conto dettagliatamente e la polizia avrà il suo bel da fare per stringere il cerchio attorno a quella che verrà chiamata – per l’appunto – la “Banda Bonnot“. Tutti i suoi membri ruotano attorno all’idea della necessità di colpire il capitalismo dove non tanto è più vulnerabile – quindi nel rapporto tra capitale e lavoro, aprendo varchi di possibilità alla lotta di classe – ma sensibile nel momento: l’accumulazione del denaro negli istituti di credito. Jules e gli altri ritengono che così facendo di possano creare le premesse per un diffuso terrore di nuova moderna impronta: quello di chi ha grandi ricchezze e non sa se, a causa della banda, domani potrà ancora possederle.

Jules Bonnot
Pino Cacucci, nel suo romanzo – storico “In ogni caso nessun rimorso” (Feltrinelli, 2013) ci accompagna in un ambiente movimentato, tanto romantico quanto inquietante (ma non così efferato come potrebbe ipotizzarsi) nel bel mezzo di una Francia e di una Parigi in cui si respira l’aria blasonata delle classi altolocate, del benessere borghese che si impone sul malessere proletario sempre più diffuso. L’ispirazione per la fondazione della banda, Bonnot e i suoi amici la hanno dalla condivisione di una vita tutt’altro che degna di essere vissuta: sono quasi tutti specializzati in un mestiere operaio. Chi fa il meccanico, chi l’artista, chi l’autista come Bonnot stesso. Leggenda vuole che lo sia stato per Sir Arthur Conan Doyle, l’autore niente po’ po’ di meno di Scherlock Holmes, negli anni trascorsi in Inghilterra.
Più realisticamente sembra sia stato l’autista di un segretario del noto scrittore. Le azioni della banda avvengono sempre diurnamente: deve essere così – sostengono i suoi artefici – per mostrare a tutti che c’è un attacco al capitale, che c’è del pericolo in giro per i borghesi, per i ricchi e benestanti signori della Francia profumata di lillà, incipriata da capo a piedi per mettere tra sé e gli orrori del tempo presente un velo di altro, creando una sorta di separazione alibistica che le permette di osservarsi come bellezza continentale piuttosto che come uno dei punti di sviluppo del moderno sistema di sfruttamento dell’operaismo e del proletariato più in generale inteso e compreso.
Cacucci propone la rocambolesca esistenza di un uomo che regala per un attimo il sogno della rivalsa nei confronti dei parassiti della società da parte di chi ha subìto e subìto, togliendosi il cappello, facendo la riverenza al padrone di turno che entrava in fabbrica e passava nei reparti sfilando come se si trattasse di un nuovo sovrano assoluto. Ed in effetti è così: lì, dove si produce, lui è quello che tutto decide e che non vuole sentir parlare di associazioni sindacali, di diritti delle lavoratrici e dei lavoratori. Conta solo la ricchezza che gli si regala con il proprio braccio, ora dopo ora, pagato meno di quel che si dovrebbe. Altrimenti da dove verrebbe fuori il “plusvalore“? In Italia è Errico Malatesta a fare una critica ragionata delle azioni della Banda Bonnot.
Ragionata vuol dire calata nello spirito dei tempi, nella comprensione del contesto in cui quel banditismo un po’ terroristico si esprime e trova largo consenso: lo biasimano da un punto di vista esclusivamente etico, ossia della morale dominante (per dirla con Marx), tutti quei giornali che sposano la causa della borghesia e della legalità senza alcun se senza alcun ma. Malatesta non giustifica, ma cerca di capire i motivi delle azioni di Bonnot e compagni, osservando che le loro sortite violente non giovano alla causa dell’anarchia.

Errico Malatesta
Scrive: «La borghesia profitta dell’impressione che quei fatti fanno sul pubblico per denigrare l’anarchismo e consolidare il suo dominio. La polizia, che spesso ne è la sobillatrice nascosta, se ne serve per aumentare la sua importanza, soddisfare il suo istinto di persecuzione e di strage, e riscuote il prezzo del sangue in denaro e promozioni». Il punto che Malatesta sottolinea nella sua critica è anche questo, ma soprattutto, quello più centrale ancora, riguarda la domanda se questo comportamento banditesco rappresenti davvero le vere idee anarchiche e se, quindi, pur avendo contezza delle motivazioni esistenziali che hanno spinto Bonnot a questa forma di ribellione, si pone anche il problema morale.
Cacucci, a questo proposito, descrive il Bonnot che non vive solamente nel nome del banditismo ma che, pur nella caotica riformulazione della sua esistenza, tenta persino di crearsi un contesto familiare. Ma la polizia gli dà una caccia spietata: i tanti colpi fatti diventano davvero un problema e non solamente più per la sicurezza dei grandi proprietari, delle banche e di grandi aziende: il problema ora è anche politico. In un certo qual modo riesce a sintetizzare la proteina dell’illegalismo come un nuovo modello di pratica anarchica che, però, apre un dibattito enorme nel mondo libertario perché non risolve alla radice (e nemmeno in superficie) il problema dell’accumulazione capitalistica, dunque del potere del capitale, della sua strutturazione e del suo rapporto con lo Stato.
Bonnot lotta contro tutto e tutti e diviene l’immagine venerata di una classe sociale schiacciata sotto il peso dell’indigenza e dell’inedia che precipuamente pesano sulle spalle di donne e uomini non incoscienti del loro stato di subordinazione e di sfruttamento, ma ancora impossibilitati a muovere verso quella rivoluzione che si vorrebbe vicina. Chi è dunque Bonnot? Un eroe? Dal romanzo – storico di Cacucci ne viene fuori un ritratto semmai da antieroe: la sua crescita ideologica è e rimane entro i termini della lode all’illegalità come espressione ferma della rivalsa sociale. Non c’è quindi considerazione morale che tenga: chi ragiona sulla base di questi presupposti si affida ad una visione espressamente borghese.
Si ha qualcosa di più di una semplice impressione sul fatto che l’autore del romanzo nutra una sorta di nostalgia per quelle gesta che vanno al di là della ribellione politica, sociale e civile. Malatesta critica Bonnot ma capisce da cosa è spinto e, tuttavia, non nega il fatto che certe azioni possano essere un ostacolo per far comprendere alla grande massa del proletariato di allora, facilmente influenzabile dal potere come elemento ontologico da cui promana la morale comune, l’etica di Stato, nonché quella di una religione che, almeno in Francia, ha un qualche freno imposto dall’eredità laica della Rivoluzione. Il libro di Cacucci esprime molto bene l’atmosfera complessiva della società del primo Novecento, fatta di grandi lotte, di una voglia di giustizia che non è pensabile solo nella chiave interpretativa del diritto.
Le pagine di “In ogni caso nessun rimorso” trasportano in un mondo che non c’è più, è vero, ma che, nonostante la separazione temporale, ha tanto da dire anche ad una odiernità in cui quei contrasti di classe non sono venuti meno: si sono trasformati, evoluti (nel senso che si sono oggettivamente modificati ma senza dare a ciò un giudizio qualitativamente positivo) e hanno accelerato, con la globalizzazione del mercato, tutti i peggiori difetti e le maggiori contraddizioni del sistema di produzione capitalistico di cui, oggi, conosciamo le pericolose torsioni neoliberiste. Poco prima di morire crivellato dai colpi della polizia, Bonnot scrive un breve testamento morale e politico.
Vi si legge tra l’altro: «Avevo il diritto di viverla, quella felicità. Non me lo avete concesso. E allora, è stato peggio per me, peggio per voi, peggio per tutti… Dovrei rimpiangere ciò che ho fatto? Forse. Ma non ho rimorsi. Rimpianti sì, ma in ogni caso nessun rimorso…».
Quali sono, quindi, le bande Bonnot di oggi? Chi sono i disperati della Terra che tentano un po’ solitariamente l’azione rivoluzionaria mediante la pratica dell’illegalismo a tutto spiano? Ce ne sono tante di bande Bonnot e non vanno confuse con chi spara per avere solo per sé stesso una vita facile, semplice che, così intesa, non si discosta poi molto da quella dei grandi possessori di patrimoni che sono la dimostrazione della feroce ingiustizia di un sistema insostenibile. Per noi, per il pianeta.
IN OGNI CASO NESSUN RIMORSO
PINO CACUCCI
FELTRINELLI, 2013
€ 13,00
MARCO SFERINI
15 aprile 2026
foto: particolare della copertina del libro
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