Guerre e pace
In Libano tregua a misura dell’esercito israeliano
Bombe, villaggi distrutti e ambulanze incendiate
Nonostante il cessate il fuoco le truppe israeliane «continuaranno a schierarsi nelle loro posizioni nel Libano del sud» ha ribadito il portavoce dell’esercito israeliano Avichai Adraee. Nello stesso messaggio, Adraee ha interdetto ieri gli abitanti libanesi di tornare nelle zone che sono all’interno della Linea gialla, la nuova zona cuscinetto di cui Israele il 19 aprile ha pubblicato la mappa. Si estende fino a una decina di chilometri dal confine nella zona sud e sud-est del Libano e comprende un’area di circa sessanta chilometri quadrati, pari al 5,8% dell’intero territorio libanese.
L’esercito israeliano continua con la distruzione sistematica di interi villaggi o di aree di essi all’interno di questa fascia come a Beit Yahnun, nella provincia di Bint Jbeil, a Hula, nella provincia di Marjayun, a Bayada (Tiro), solo per citarne alcuni. Il cessate il fuoco lascia a Israele, al punto 3 di 6 del testo siglato a Washington, «il diritto di prendere le necessarie misure di difesa, in qualunque momento, contro attacchi pianificati, imminenti o in corso. E ciò non dovrà essere impedito dalla cessazione delle ostilità», che rappresenta nei fatti un via libera su qualunque azione ritenuta, unilateralmente, necessaria. Vanno avanti anche i bombardamenti. Nella regione di Nabatieh l’esercito israeliano ha ieri ferito sei persone. Nella cittadina frontaliera di Meis el-Jabal, i soldati israeliani hanno dato fuoco ad alcune ambulanze.
«Spezzeremo questa linea gialla con la resistenza, facendo valere il nostro diritto di difenderci e di difendere il nostro paese. (…) Niente, in Libano o fuori dal paese potrà disarmarci», ha dichiarato ieri il deputato di Hezbollah, Hassan Fadlallah, che ha poi invitato il presidente della Repubblica Joseph Aoun a rinunciare a tutte le negoziazioni dirette con Israele: «È nell’interesse del Libano, del presidente e del governo rinunciare e tornare a un consenso nazionale per decidere quale sia la migliore scelta da fare».
Il partito armato ha ieri rivendicato un’imboscata avvenuta domenica a Deir Seriane, nel sud, distruggendo, secondo il comunicato, «quattro blindati Merkava» israeliani. E il ministro degli Interni siriano Anas Khattar ha rivelato due giorni fa un tentativo di Hezbollah di attacco a Israele attraverso il territorio siriano nella provincia di Qoneitra, che “il partito di Dio” ha però negato. Con la caduta di Bashar al-Assad e con il nuovo governo di Ahmad al Shara’a vicino agli Usa, Hezbollah ha perso un alleato storico.
Aoun ha confermato ieri che la delegazione deputata a negoziare con Israele sarà guidata dall’ex-ambasciatore Simon Karam, già incaricato di parlare con Tel Aviv nel quadro del «Meccanismo», l’organo costituito da Libano, Israele, Stati uniti, Francia e Arabia Saudita per sorvegliare la tregua del novembre 2024. Karam proverà a raggingere gli obiettivi di «mettere fine alle ostilità e all’occupazione israeliana, e di schierare l’esercito (libanese, ndr) fino alla frontiera sud riconosciuta internazionalmente».
Il paese è, al di là dei proclami ufficiali del governo, poco fiducioso sui negoziati alla Casa Bianca tra Libano e Israele, i primi dopo il 1983. Solo l’ultradestra cristiana – quella che durante la guerra civile ha avuto importati relazioni con Tel-Aviv, che ha compiuto il massacro di Sabra e Chatila con il supporto dell’esercito israeliano nel 1982 e oggi nemico storico di Hezbollah – non sembra considerare la possibilità che parte del Libano rischia concretamente di essere annessa ad Israele, per ammissione di membri dello stesso governo israeliano.
Il problema è infatti interno secondo Samer Geagea, leader delle Forze Libanesi, e un «effettivo controllo del confine da parte del Libano toglierebbero ogni giustificazione per ulteriori incursioni israeliane». Ma la questione del confine tra Libano e Israele risale al 1948 – data della creazione dello stato di Israele – e, nonostante l’armistizio del 1949 che ne definiva la linea, ha generato conflitti da allora tra i due stati, molto prima che Hezbollah nascesse, nel 1982.
Aggiornato il bilancio altissimo delle vittime dal 2 marzo a oggi: 2387 morti e 7602 feriti. Del milione e mezzo circa di sfollati, una larga parte non è rientrata nelle proprie case. Molti non possono oltrepassare la linea gialla imposta da Tel-Aviv. A tanti altri è stata rasa al suolo la casa o il villaggio. E poi ci sono quelli convinti che la guerra ricomincerà a brevissimo.
PASQUALE PORCIELLO
foto: screenshot ed elaborazione propria


















