Differentemente dal creazionismo monoteista occidentale, che è alle fondamenta delle tre grandi religioni universali (Cristianesimo, Giudaismo e Islam), l’universalismo cinese esprime una visione certamente teleologica dell’esistenza, attribuendo al “Tao” quello che è lo sviluppo dell’Universo o, se vogliamo, il suo continuo mutare seguendo delle leggi insite nello stesso, ma lo fa ponendo al di sopra di tutto una sorta di ritmicità dei cambiamenti che non sono mai uguali a sé stessi due volte e che, quindi, fanno delle differenze una sorta di primordialità ancestrale che riguarda sia la materia propriamente intesa, sia lo spirito che la compenetra simbioticamente.
Dunque, l’indagine taoista sul significato ontologico dell’Essere non prescinde ma riguarda al contempo la legge universale che governa il tutto e, nello specifico del qui ed ora, noi umani autocoscienti nella nostra più marcata e oggettiva differenza: quella di genere. Maschilità e femminilità sono in un rapporto polare: il principio creatore dello “Yang” è il lato maschile del Tao, mentre quello femminile è lo “Yin“. Creazione e generazione qui non hanno lo stesso significato che la liturgia cattolica esprime nel “Credo” riguardo la figura del Cristo in relazione all’unicità essenziale con Dio Padre.
Nella preghiera che siamo stati abituati fin da ragazzini ad ascoltare e recitare, la generazione del “Figlio di Dio” avviene non mediante la premessa genitoriale cui siamo abituati a pensare in senso stretto: l’unione fisica tra un uomo e una donna. Semmai, sostiene la teologia cattolica, la nascita di Gesù, che certamente è nella narrazione qualcosa di sensibile, di materiale, di riscontrabile oltre il piano metafisico e ultraterreno, è possibile soltanto mediante la generazione che deriva dal Padre: un po’ come quando noi riflettiamo su qualcosa. Il concetto su cui riflettiamo è la premessa del pensiero che ne deriva. Così il Figlio di Dio viene “generato“, ma non creato, perché il suo Spirito è quello stesso del Padre.
Sostiene la Chiesa cattolica che Gesù non è una creazione, ma una emanazione spirituale di Dio che “si fa uomo“; un essere spirituale che è al contempo essere carnale e che è quindi generato ad immagine e somiglianza della divinità, come anche l’Antico Testamento recita all’atto di quella che, invece, è una “creazione“, ossia il mito della nascita di Adamo e poi di Eva. Nel Taoismo, invece, e in più generale nelle affascinanti declinazioni successive dei due grandi filoni filosofico-religiosi dell’universalismo cinese (quello appena citato in un rapporto non sempre facile con l’altro, il Confucianesimo), non esiste un preciso evento creatore da cui parte o riparte la storia del genere umano in rapporto con l’Essere, con l’esistenza.
Semmai l’affermazione per cui «l’uomo è il prodotto dell’azione benedetta del cielo e della terra, delle nozze di Yin e Yang» (Gustav Mensching, “Soziologie der groβen Religionen“, Bonn 1966, p. 142) rientra coerenemente in una concezione continuista, per cui non esiste creazione ma irripetibile, costante e progressiva generazione dell’essenza che è essa stessa il Tao. L’inscindibilità tra il Principio governante e il governato è assoluta. Il Tao non è il Dio cristiano che dall’alto dei cieli crea e lascia il libero arbitrio pur entro la cornice della sua Legge mosaica, ma è un principio al di fuori del tempo, è un ordine che esiste e che non potrebbe essere altrimenti.
Il problema della “volontà” divina non ha una pretesa di essere messo da parte o risolto in qualche maniera per dare una sostanziazione ad un teleologismo con cui noi occidentali, invece, siamo costantemente abituati a rapportarci. Se nelle tre grandi religioni monoteistiche il fine ultimo è il raggiungimento della salvezza mediante comportamenti in Terra che si uniformino ad una sorta di etica del divino che prevede, per poter accedere all’eternità della vita dopo la morte, una piena adesione ai precetti sacerdotali che interpreterebbero la volontà iperuranica e ultraterrena e, quindi, la pienezza della “fede” nel Dio stesso, nell’universalismo religioso cinese il punto etico coincide con lo sviluppo della persona.
Non si dà per scontato nulla nemmeno qui, ma si richiama l’essere autocosciente a ponderare l’armonia tra lui e il Tao, a stabilire quindi una connessione tra ciò che è la legge naturale per come si esprime, per come regola la vita, per come ci rende partecipi della stessa comprendendoci in essa, e ciò che è il sentimento che continuamente muta in noi nel momento in cui ci domandiamo il “senso” dell’esistenza, il significato del nostro essere qui: sono domande che, pur con tutte le differenze del caso, si porrà anche Kant millenni dopo. Una di queste è proprio: «Che cosa devo fare?», ossia come debbo comportarmi? Per il cattolicesimo esiste una volontà divina che preordina tutto ma che – come già accennato – lascia all’essere umano la libertà di agire e di scegliere.
La domanda che sorge spontanea è: perché Dio ci mette alla prova? Per vedere se abbiamo fede in lui? Perché dunque ha bisogno di questa verifica? Se siamo tutti sue creature, perché non siamo stati fatti in modo tale da poter vivere senza affanni, senza ansie, senza il timore stesso della punizione metaforicamente infernale (quindi di una qualche forma di sofferenza post mortem e oltretombale) qualora non rispettiamo i precetti e i dettami che dispone e impone? La risposta non è semplice, ma pare di intravederla là dove tutte queste congetture misticheggianti si rifanno ad una organizzazione del sociale mediante credenze con cui è facile tenere a bada interi popoli ed evitare che un aumento della coscienza determini una maggiore rivendicazione di diritti contro pochi privilegiati.
Differente, invece, la concezione taoista di un’esistenza umana che è compresa in un’assolutezza rappresentata dal Tao, che è indicibile, non rappresentabile iconograficamente antropomorfe, ma che è invece, quindi, identificabile con il Tutto che ci circonda e in cui noi siamo e di cui noi siamo parte. Quindi, la manifestazione del Principio è immanenza e non trascendenza, è piena identificazione con l’Essere e si potrebbe in un certo qual modo affermare che la coscienza nostra è un intimo riconoscimento del Tao; del fatto che non c’è comando, imposizione, dettame, legge, disposizione cui adeguarsi. Ma vi è, invece, un confronto continuo tra essenza e coscienza della stessa che induce a comportarsi eticamente nel solco del rispetto di ogni espressione dell’esistente.
Quindi il Tao non è il Dio cristiano che ha diritto di vita e di morte sugli esseri che ha creato. Non li possiede anche se da lui origina tutto, ma li custodisce, li protegge, li tiene in sé in una armonia universale che li fa crescere senza per questo sovrastarli. Questa naturalità del Tao è un tratto distintivo di una sorta di naturalismo religioso che individua nella potenza delle mutazioni oggettive della materia una forza non prevaricatrice e matrigna e nemmeno una predestinazione di chissà quale sorta. Questa coincidenza tra Tao e Natura fa sì che nella seconda si possa ritrovare un significato terreno di conformazione allo sviluppo complessivo di ciò che esiste e un legame con un principio più universale che non trascende ma che è parte del Tutto (con la ti maiuscola), ergo anche di noi (e viceversa).
Come nel Cristianesimo è prevista la scissione tra creatore e creature, nel momento in cui le prime gli si ribellano con comportamenti che tradiscono la volontà e, quindi, l’oscuro “disegno” divino, anche nel Taoismo è previsto ciò che, del resto, è riscontrabile de facto: spesso e volentieri gli esseri umani non seguono la via dell’unità tra loro e il Tao, tra loro e l’intima e originaria “forza del mondo“. Si produce così un distacco tra l’uomo e il Tao. Quando avviene concretamente ciò? Quando – risponde Lao-Tse – l’essere umano si fa padrone di sé stesso e, forse peggio ancora, quando diviene giudice, signore e padrone di altri o della Natura stessa.
In questo frangente viene a mancare non solo la condivisione unitaria primordiale, la simbiosi essenziale che è anche concezione e pratica etica (se riferita fondamentalmente ai rapporti quotidiani tra gli esseri viventi e l’insieme del mondo), con il Principio assoluto, ma si incrina quell’armonia che non aveva bisogno della distinzione tra “bene” e “male” che, invece, proprio dal possesso di sé stessi e degli altri, trova un presupposto esistenziale, una tribolatissima ragione d’essere. Così, al comportamento morale umano incluso nell’armonia cosmica si sostituisce l’obbedienza morale umana alle leggi, ai provvedimenti.
Mentre il Tao non impone nulla all’essere vivente, questi è indotto ad imporsi e ad imporre il “dovere“, una morale estrinseca che, tuttavia, finisce col divenire intrinseca in noi, allontanandoci da un non-dovere fondato sulla non-proprietà di niente e di nessuno. La risposta di Lao-Tse a chi lo interroga su come riportare l’essere umano alla piena condivisione ed unità con il Tao, è piuttosto semplice: avendo riscontrato che è la “volontà” il problema, per cui si vuole, si vuole, si pretende per ottenere più di altri, a scapito dell’armonia cosmica e terrena, la via d’uscita è l’abbandono della volontà stessa. Ogni volta che invochiamo l'”IO” per noi stessi, applichiamo la volontarietà ed entriamo in un corto circuito che ci fa credere di “possedere” la volontà stessa di volere, ci allontaniamo da qualcosa di particolarmente semplice: la bontà.
Carmelo Bene una volta ha detto: «La volontà non è mai buona» perché volere è pretendere di avere consapevolezza assoluta di un qualcosa, di un’azione che ci deve portare al raggiungimento di uno scopo. Qui non stiamo parlando di una volontà collettiva, di un incitamento all'”abbandono” di sé stessi, di una sorta di rassegnazione singola e universale ad un destino cinico e baro perché incomprensibile. Semmai la citazione beniana ci serve per significare che la pretesa di avere una volontà è di per sé meschinamente odiosa, visto che i condizionamenti esterni che si innestano in noi sono tanti e tali da farci ritenere che non esiste una vera e propria nostra volontà, ma che ci troviamo sempre nel prevedibile, nel già vissuto da altri che si ripercuote oggi e domani in quelle che pensiamo siano esclusive scelte nostre.
Il peggiore danno che possiamo fare a noi stessi, quindi, è una impostazione culturale, etica e anche religiosa del “possesso“: della verità anzitutto e poi di tutto quello che ne consegue con relativi fanatismi, isterie e presunzioni che pretendono, appunto, di fondarsi nella precettismo divino, nella volontà delle volontà, quella di un “creatore” la cui volontà medesima (ma guarda un po’!) è però imperscrutabile, insondabile, inarrivabile. Il dogma è qualcosa di praticamente sconosciuto all’universalismo cinese. C’è in Lao-Tse la consapevolezza del fatto che un simile cammino di ricongiungimento con il Tao è un accoglimento non proponibile su vastissima scala.
Le contraddizioni dell’esistenza terrena spesso impongono una volontà collettiva che è il frutto di complicate relazioni tanto umane quanto naturali che si intersecano tra loro e che impediscono di staccarsi completamente dal radicato consolidamento dei rapporti sociali, civili e morali che si sono venuti a stabilire nel corso dei secoli. Il Taoismo non contempla le categorie marxiane di struttura e sovrastruttura, ovviamente e, quindi, si esprime come modello di comportamento, come anche filosofia di vita e come fede, ma senza scivolare troppo in un personalismo dell’Essere, del Principio assoluto.
Nel corso del tempo qualche tentativo di passare dall’impersonalismo originario ad una sorta di dottrina anche figurativamente riconoscibile in un Tao accostabile come “dio” ad altre divinità è stato tentato, ma non ha mai sortito l’effetto di riuscire a surclassare l’insegnamento di Lao-Tse. Piuttosto, il passaggio registrabile come epocale e storico è quello da filosofia di vita a vera e propria religione, a culto conclamato, anche esteriormente molto anfitrionesco, bisognevole di una coreografia molto simile a quella di altre credenze. E non solamente asiatiche. Ma in questo caso, il discorso si aprirebbe ad altre considerazioni, essenzialmente quelle che concernono l’interrelazione tra religione come instrumentum regni e spiritualità umana, coscienza, intrinsecità dei pensieri e delle emozioni.
MARCO SFERINI
23 novembre 2025
foto: screenshot ed elaborazione propria







