Il portico delle idee
Il trasporto della bellezza: sensazione umana o essenza nell’esistente?
Nel momento in cui proviamo a riflettere su cosa sia la bellezza e, più in generale, cosa rappresenti il concetto di “bello” in quanto tale, rischiamo di rimanere intrappolati in una dimensione ristrettamente angusta di una scienza (e conoscenza) dello stesso: l’estetica, in pratica, ordinariamente intesa. Non si tratta di un errore, ma di una stortura in cui si incappa se si ritiene possibile non solo l’oggettivizzazione di una idea che, a quanto pare, è piuttosto contraddicibile e contraddetta nei fatti (visto che, si dice spesso, la bellezza essere puramente soggettiva…).
Ma esiste anche un tipo di bellezza che è estasi naturale, propria quindi della natura tanto delle cose quanto della natura in quanto tale: l’ammirazione commovente per ciò che ci si staglia innanzi quando ammiriamo gli spettacoli dell’alba, del tramonto, delle stelle nel firmamento, del sole accecante, dei tanti micromondi che vi sono in un bosco, in un singolo prato, in un ambiente marino così come nel cielo… A tutto questo noi affidiamo il canone del bello perché è oggettivamente suggestivo, inebriante, conturbante nel produrci la sensazione della titanicità dell’esistente.
Del suo essere immensamente stupendo, inarrivabile con le sole capacità umane: noi non possiamo riprodurre la Natura. Possiamo imitarla, perturbarla, violentarla, ma non siamo in grado di sostituirci a lei. Del resto, facendone parte, siamo – per così dire – parte di un tutto, benevolmente prigionieri di un sistema architettonico che i massoni attribuiscono all’essere superiore che governa l’Universo, che noi invece, molto più mestamente, riconduciamo alla materia stessa, al suo comportamento tutto da scoprire indagandone ogni singolo, particolare come più generale aspetto.
Kant, per esempio, non demolisce la vecchia estetica intesa come scienza del bello, ma, semplicemente, la traduce in un significato diverso dal passato: per lui è “sensazione“, riferita ai soli due sensi che individua nel mondo e che sono lo spazio e il tempo. La conoscenza che possiamo avere dell’esistente deriva anche da quella che egli definisce una “estetica trascendentale“, là dove per trascendente si intende l’apriorismo della nostra acquisizione del sapere (quindi dell’incontro tra noi e ciò che ci circonda), anzitutto l’indagine su come pensiamo, su come ragioniamo e sui limiti che tutto ciò ha e che sono riscontrabili criticamente.
La conoscenza kantiana è giudizio costante, è osservazione, quindi, meramente “critica” e la bellezza non sfugge a questa indagine del filosofo di Königsberg. Chiunque di noi può affermare che prova piacere nell’osservare, contemplare e ammirare (per l’appunto) qualcosa che ritiene dunque “bello“. La coincidenza di ciò con il godimento sembrerebbe un nesso stabilito proprio dalla classica declinazione dell’estetica (quindi della scienza dello splendore, dell’incantevole, dell’affascinante…), quindi un qualcosa di incontestabile, quasi di ontologicamente dato.
Un dato di fatto, però, che sovente viene piegato alla particolare soggettività del giudizio di ognuno di noi: non è bello ciò che è bello – recita il vecchio detto – ma è bello ciò che piace. Quindi il piacere rimane il punto di partenza per considerare la bellezza sic et simpliciter. Ergo, si può affermare: «Mi piace questa pianta!», sottintendendo che il piacere è tale in quanto la pianta ci appare bella e noi traiamo da essa esattamente il piacere di guardarla, di toccarla, di tenerla in casa o in giardino. Se il nesso fosse così semplice, non ne staremmo scrivendo qui, perché non vi sarebbe granché di affascinante nel discuterne e nel trattarne.
Ci serve sempre qualcosa di misterioso o di complicato per sviluppare nuove argomentazioni che alimentino il dibattito filosofico, culturale nonché ovviamente politico, sociale e civile… Proseguiamo. Se al piacere corrisponde il bello, allora il piacere stesso risiede soltanto nella ricerca della bellezza. E come la mettiamo con tutto quello che è invece considerato “brutto“? Se non ci dà piacere allora lo scansiamo, lo allontaniamo, lo rendiamo quasi nemico di noi stessi? E se siamo noi per primi ad essere considerati brutti, in che relazione ci troviamo ad essere col resto del mondo?
Se qualcosa è bello, naturalmente piace. Se qualcosa invece è brutto, allora non piace. Per lo meno a quella maggioranza di persone che formano una sorta di giudizio tramite l’esperienza, la sensibilità data dallo spazio e dal tempo in cui si trovano e, proprio per questo, unitamente a tutti i condizionamenti del caso. Nessun individuo è tale perché esistono altre individualità, ma perché il raffronto con la massa della gente dà la possibilità di avere chiaro il concetto di singolarità, così come di moltitudine partendo dal confronto uguale e contrario.
Nell'”Analitica del bello” (contenuta nella “Critica del giudizio estetico“), Kant mette in guardia da un dominio del piacere che nasce nel momento in cui si riconosce la bellezza in qualcuno, in qualcosa, nella parte o nel tutto (molto limitato alla nostra osservazione umana) dell’esistente. Quale autonomia possiamo reclamare per il bello se è vincolato, legato, compromesso dal rapporto inestricabile e inscindibile con il piacere? Può esistere, in sostanza, una vera e propria “autonomia” della bellezza rispetto alle sensazioni che possiamo provare e che, effettivamente, proviamo quando le siamo afferenti?
Ciò sembrerebbe quasi presupporre una bellezza “oggettiva” in tutto e per tutto, quindi un “essere” stesso della medesima, prescindibile da ogni considerazione soggettiva nostra. Quindi, se esiste una estetica indiscutibile di un qualcosa, di un qualcuno, allora deve parimenti esistere una sorta di “piacere oggettivo“, pari ad un (in)conscio collettivo in merito che, come ci insegna Jung, è la composizione stratificata di una cumulazione di esperienze che si concretizzano nella mitologizzazione, nella rappresentazione mnemonica, nel fiabesco, nel tramandato, nel tradizionalismo culturale.
Kant si interroga: in che cosa consiste, dunque, l’esperienza estetica (leggasi: sensibile) della bellezza? Dobbiamo rispondere a questa domanda, ma è tutt’altro che facile. Qui il riferimento alla sensibilità insita nel tempo e nello spazio, in sostanza nella realtà in cui viviamo, determinata e indeterminabile nello stesso istante, richiama il contatto con l’esistente che è fatto di confini, di numeri, di piani, di dimensioni. C’entra con l’estetica trascendentale una bellezza intellettiva che riguarda la meraviglia del gioco matematico e geometrico in rapporto alla vita, quindi alla Natura, alle leggi che noi individuiamo come percorsi di comportamento della materia nell’Universo.
La bellezza è nello spazio e nel tempo, ed è il fascino che esercita il mistero del tutto su noi mediocri tapini è davvero estatica, misticamente tale se si trattasse di un trasporto religioso, più consonamente contemplativa e tanto interrogativa se spostata su un piano laicale e non trascendentale. Per Kant, quindi, il problema dell’estetica è comprendere quei concetti aprioristici, che possediamo come “intuizioni pure” e che sono proprio lo spazio ed il tempo. Se della bellezza possiamo dire di avere una qualche forma di esperienza, non possiamo affermare altrettanto per quanto riguarda il dove e il quando in cui ci muoviamo a ci troviamo.
Questa intuizione pura non vale per il bello che è, invece, il frutto di una considerazione sensoriale esterna che sta nello spazio e che si riferisce anche ad un “senso interno” (ossia lo scorrere degli eventi). La sfida kantiana è la ricerca di una condivisione nell’individuo tra bellezza e pensiero, tra contemplazione e osservazione introspettiva sul bello stesso. Questo vuol dire escludere la categoria del piacere da questo congiungimento di esperienze oggettive e riflessioni soggettive? Niente affatto, perché la sensazione piacevole prescinde da quella mentale, ma è come se ne facesse parte, visto che il bello deve essere concepito, pensato, e per essere tale deve essere provato.
Senza sensibilità del bello non c’è pensiero del bello stesso. Quindi, così come spazio e tempo sono trascendentali, quindi a priori in ognuno di noi, ma hanno un loro perché solo mediante l’esperienza che facciamo ogni giorno nella nostra esistenza, altrettanto la bellezza è idea di sé stessa fino a quando non è riconosciuta – mediante il suscitamento del piacere – in un determinato contesto, in una precisa occasione, nei confronti di qualcosa o di qualcuno. Dice Kant che affermare la bellezza di un fiore non ci dice nulla sul fiore stesso, ma ci dice di più riguardo a ciò che noi proviamo.
Se una rosa è bella, siamo noi a ritenere quel fiore tale. Noi siamo la sensazione di bellezza che ci suscita la rosa. La rosa in sé e per sé non è né bella e nemmeno brutta. Esiste, è: il nostro incontro con lei determina la magnificenza naturale che le attribuiamo. Si tratta, quindi, di un “giudizio estetico” che è propriamente umano, nostro e che, quindi, prescinde dall’esistenza della rosa come del resto dell’esistente. Nell’ambito dell’umanità cosciente ed autocosciente, noi che ne facciamo parte abbiamo la percezione sensoriale ed intellettiva della bellezza del mondo. Che è per noi, quindi, oggettivamente bello.
Ma la categoria del bello è una formulazione “soggettiva” dell'”oggettività” tutta umana. Riguarda esclusivamente il nostro rapporto con la Natura, con noi stessi, con tutto quello che viene a riguardarci in spazi, tempi, modi differenti. In questo contesto si fa largo la soggettivizzazione singola del soggettivo più ampio e vasto della specie umana. Jung afferma l’estetica come una sorta di psicologia applicata che si ottiene dalla convergenza (non così meccanicistica) tra esperienza propria riguardo l’esteriorità rispetto a noi e la funzione psicologica che viene ad avere. Qui compaiono sulla scena dell’analisi estroversione ed introversione.
Il nostro approccio caratteriale subisce, sostanzialmente, il fascino del bello attraverso dei meccanismi psicologici molto particolari che, tuttavia, rispondo ad una più generale e inconscia manifestazione delle sensazioni provocate dal piacere sulla base di una induzione più generale (di massa) che è anche determinata dalla storia stessa che della bellezza si è fatta nel corso dei secoli e che, quindi, è elemento primordiale di un inconscio collettivo che fruisce pure di questo nel suo formarsi ed essere. Bello e bellezza sono invenzioni umane? Qui si pone il dilemma con cui si chiudono queste righe.
A cui si associa un’altra domanda: se sono invenzioni umane o, per meglio dire, rappresentazioni umane dell’esistente in alcuni dei suoi esistenti (ergo, noi…), non esiste un “bello” a prescindere da noi? È concepibile per noi una bellezza che sia bellezza in quanto tale e non soltanto perché siamo noi a concepirla, affermarla, scriverla, sintetizzarla in una tela artistica, in una scultura, in un mosaico, in una poesia, in una canzone? Se la mente umana non esistesse, il bello esisterebbe ancora? Ma è poi così importante nell’economia generale dell’Universo?
Domande su domande. Senza risposte. Qui sta il bello!
MARCO SFERINI
24 agosto 2025
foto: screenshot ed elaborazione propria


















