Anticipando di quasi due millenni la moderna declinazione del concetto di “misura” e, se vogliamo, dell’atto stesso della “misurazione“, Protagora, in una indagine che in allora pare ancora piuttosto epistemologica, getta le primissime basi per fare dell’antropocentrismo una sorta di mantra impenetrabilmente dogmatico, chiave di ogni interpretazione tanto oggettiva quanto soggettiva della realtà.
La distinzione tra uomo e animale, ignorando il filosofo che anche noi siamo parte di quel regno molto esteso e complesso, si fonda vieppiù sulle capacità naturali che possediamo e che ci hanno permesso di sviluppare la “τέχνη” (“techné“, quindi la “destrezza“) mediante una consapevolezza profonda di noi stessi in un contesto conoscibile ma privo di un senso e di un significato più generalmente affidato all’immensità del cosmo.
Ma qui ed ora, su questa Terra, la misura ha un senso. Ed ha, dunque, anche un significato che le è dato dall’incontro tra il singolo e il molteplice. A cominciare dalle nostre fattezze. Da dove nasce questa necessità di dare una “mensura” ad ogni cosa, materiale ma anche immateriale che sia? Il termine latino ci regala una interpretazione etimologica interessante, nonostante sia piuttosto incerta e quindi relegata nel mito più che nel concretezza storica dei tempi passati.
Mensura pare che abbia la sua radice nella “mens“, quindi nell’elaborazione mentale, nel pensiero che parrebbe quindi avere una derivazione da “pensum“, che vuol dire “peso” e che, quindi, è una forza misurabile. Qui si oscilla tra un relativismo antico che, comunque, non prescinde dallo scivolamento nell’antropocentrismo, ad una prova tutta moderna di ricerca dell’origine dell’intuizione che ha condotto alla misurazione.
Confessiamolo: è la finitudine anzitutto che ci ha indotto a cercare di capire i nostri limiti in quell’illimitatezza che pare essere lo scorrere del tempo, l’infinità dello spazio e, se messi insieme, la nuova dimensionalità che formano e che rende tutto relativamente condizionabile e non oggettivizzabile quasi ontologicamente grazie alla straordinaria capacità tutta umana dell’autocoscienza, della critica e dell’autocritica.
Scrive Johann Christian Friedrich Hölderlin nella bellissima poesia “In lieblicher Bläue” (“In un incantevole azzurro“: «C’è misura sulla terra? Non c’è. Nessuna», pur ammettendo che la misura è intrinseca nell’essere umano, gli è, per così dire, indivisibile. Lo riguarda appieno, tanto che Galileo riconosce che «il libro della natura è scritto in numeri e figure geometriche». Dunque, se la misurazione è un’astrazione umana, come può ugualmente trovarsi nella realtà concreta dell’essere, della materia?
Un bel dilemma, perché qui l’antropocentrismo sembra quasi cedere il passo ad un teleologismo che ci sussurra tuttavia una finalizzazione deistica non propriamente in contraddizione con la specifica tutta umana della destrezza in quanto ad interpretazione dell’esistente anche mediante la misurazione di sé stessi, del circostante, del presente come dell’assente, dell’oggettivo come del soggettivo, del terrestre come dell’universalissimo infinito cosmico.
L’evitamento della contraddizione di cui si fa cenno è nello stabilimento di un collegamento biblico tra Dio e l’uomo fatto ad immagine e somiglianza di Dio medesimo. Si potrebbe quindi tentare l’azzardo di ipotizzare che la creazione non sia stata solo una replica iconografica, ma abbia contemplato anche una trasmissione di certe qualità della divinità nell’essere umano in cui – afferma la Bibbia – il Creatore vide di aver fatto cosa buona, salvo poi pentirsene ai tempi di Noè e mandare le acque a spazzare via corruttela, violenza, crudeltà, ambizione, possesso.
Cosa se ne dovrebbe dedurre? Forse il dilemma della correlazione tra potenzialità mentale umana finita e onniscienza e onnipotenza divina potrebbe trovare una soluzione nella concezione panteistica o, comunque, in una sorta di esistenza al di fuori del tempo della materia: c’è, c’è sempre stata e, dunque, il creazionismo, pur riferendosi ad un Essere supremo che lo esprime dando essenza all’Universo, non ha poi così ragione d’essere.
Certo, noi umani possiamo riferirci al demiurgo come al Creatore, visto che nella nostra finitudine continua difficilmente possiamo affermare di essere noi i responsabili dell’esistenza di ciò che ci sta intorno. Al massimo possiamo affermare di essere padri e madri di altri esseri come noi, ma il confine è qui stabilito e non si valica…
Resta il fatto che, quindi, nella finitudine umana c’è quasi la premessa della misurazione di tutte le cose esistenti, visibili ed invisibili, per citare impropriamente una preghiera cattolica: noi possiamo, infatti, dare una quantificazione di peso, di lunghezza, di larghezza e superficie ma quasi inopinatamente, come se per certi versi ciò fosse quasi sempre un pizzico a portata di mano della nostra arguzia e voglia di superare dubbi e misteri, non possiamo accostare la misurazione, quindi il valore numerico che diamo ad una forma, ad un qualcosa di esistente, a ciò che non ha fine e che non ha principio.
Come si è poco sopra citato, Hölderlin asserisce che la misura è esclusiva dell’essere umano. Rientra, quindi, nei canoni di una conoscenza che può elucubrare sulla misurazione infinita, ma che sa di poter misurare e raffrontare a sé stessa solo ciò che è fatto di confini, di delimitazioni e che sta in uno spazio aperto in relazione con altre entità simili o uguali senza magari tangersi, senza venire direttamente a contatto e conducendo un’esistenza attiva o passiva che prescinde dall’interpretazione tutta e solamente umana.
Seneca scrive ne “L’Edipo” che «…tutto ciò che eccede la misura / è sospeso nell’orlo dell’abisso»: qui vi si intende la moderazione, la misurazione delle proprie azioni come trazione volontaria e cosciente al di qua dell’eccesso, ben prima del limite che, se superato, conduce al vortice delle passioni incontrollabili, ingestibili e così coinvolgenti da divenire una insostenibilità, appunto, incommensurabile. Come si può – fa dire Agatha Christie a Poirot – stabilire un prezzo negli “affaires de coeur“? Tanto che la prima idea di misurazione che ci capita per la mente non è mai la quantificazione metrica o chilogrammica dell’amore, ma di ciò che è materiale.
Eppure molti moti profondi della psiche sono associabili alla misurazione: magari non in prima battuta, visto che non si può soppesare un sentimento, ma si può correlazionarlo ad altri già provati e stabilire una pressapochistica scala di valore, ovviamente del tutto personale. Spesso ci si sente domandare: chi hai amato di più nella tua vita? A quale persona hai voluto più bene? Quale animale era per te quello che più ti era affezionato? La misurazione dell’affettività non può essere data mediante una valutazione precisamente numerica, matematica, geometrica o fisica.
Ma senza dubbio tutti abbiamo stabilito dei contorni di grandezza o di piccolezza entro cui situare ciò che ci piace rispetto a ciò che invece non ci piace o, peggio, apertamente disprezziamo.
L’ambiguità qui è di casa, tanto quanto lo è, se vogliamo proprio essere sinceri con noi stessi, lo stesso concetto di misura ed anche la pratica della misurazione. Ci siamo, però, soprattutto in epoca tardivamente moderna, fatti prendere dalla smania ossessiva di dare a qualunque cosa, fenomeno, essere vivente una classificazione ben precisa: ciò risponde di più, rispetto al relativismo espresso in merito da Protagora, all’unicità concettuale espressa da Cusano.
Se conoscere è costruire necessariamente dei confronti tra ciò che si è appreso e ciò che invece rimane ancora nel campo del mistero, così da sperimentare similitudini, uguaglianze o vere e proprie difformità, contrarietà, allora la misurazione può per qualche istante prendere le distanze da un esclusiva declinazione matematica che sembra non avere smussature, ma solo rigide e dimostrabili certezze, e somigliare ad un tentativo di estensione della conoscenza verso un infinita possibilità di espressione di dubbi per cui esiste una relativa risoluzione mediante le dimostrazioni scientifiche.
La misurazione in questo senso è la presa di consapevolezza dei limiti della nostra “dotta ignoranza“: coscienti del fatto che siamo i soli esseri capaci di domandarci in che realtà ci troviamo, che cos’è la realtà stessa, cos’è l’essere, l’essenza, cos’è l’Universo che ci pare non avere principio e fine ma, alla fine, proprio grazie a questa intelligenza avere anche la certezza di non riuscire mai a risolvere queste domande, di non potere affatto, nemmeno mettendo a frutto tutte le nostre capacità, dare una spiegazione che “risolva la vita” (come lamentava giustamente Carmelo Bene).
Nessuna misurazione può farlo, perché il possibile è misurabile, ma l’impossibile no. E siccome in questo secondo si trovano le incompresibili estensioni dell’Universo e dell’esistenza, noi dovrebbero non concludere ma prendere solo atto del fatto che anche definire tutto questo “estensione” è improprio nel momento in cui vorremmo dargli un carattere espresso con un aggettivo oggettivo. Noi possiamo misurare solo ciò che riguarda il nostro piccolo mondo terrestre.
Oltre certe pure enormi sequele di numeri che ci parlano di galassie distanti oltre trenta miliardi di anni-luce non possiamo arrivare nemmeno con le lenti dei satelliti e dei radiotelescopi.
La misura, quindi, è una capacità umana di relazione con tutto quello che ha a la fortuna o la sfortuna di imbattersi nell’antropocentrismo, nella dimensionalità che noi ci siamo dati per sopravvivere all’irrisolvibilità dell’esistenza. La misurazione è possibile, dunque, solo se la esercitiamo noi, ed è un metodo di ordinamento di eventi, cose, individui che appartiene solo a noi e che esiste in quanto esiste la nostra limitata esperienza di esseri senzienti ed autocoscienti.
Qualche volta si sente affermare che l’ordine appartiene soltanto alle nostre categorie mentali e che, ad esempio, nel cosmo non vi è nulla di ordinato. Così potrebbe sembrare se considerassimo gli asteroidi che confliggono tra loro e con altri corpi simili, che impattano nei pianeti o vengono fagocitati dalle alte temperature di stelle come il Sole.
C’è violenza nell’Universo e non pace? Dipende sempre da come noi percepiamo le mutazioni della materia. L’Universo esiste in un certo modo per noi, per altre specie in altro modo. Obbedisce a leggi fisiche o ci fa obbedire alle sue leggi fisiche.
Noi abbiamo misurato la misura stessa di cui siamo capaci nel momento in cui abbiamo convenuto che non esiste una misurazione infinitamente determinabile come qualcosa di “afferrabile“: concettualmente ma anche praticamente. Non possiamo stendere un metro all’infinito, perché non siamo infiniti noi, non lo è il metro e non sappiamo se lo è l’Universo. Cusano ha ragione quando afferma che la misurazione in questo senso è impraticabile e che, quindi, chi vi si ostina è un “dotto ignorante” che non si vuole rassegnare ai confini della mente e del corpo.
Cusano ha ragione altresì quando asserisce che è la proporzionalità a consentirci la misurazione tra noi e ciò che è fuori da noi (e viceversa). Ma ciò che è indeterminabile con la mente è ugualmente incommensurabile. Letteralmente “non misurabile“. E qui tocca fermarsi.
MARCO SFERINI
30 novembre 2025
foto: screenshot ed elaborazione propria







