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Iran

Il tempo corre, Teheran si prepara per il peggio

Con gli Usa tutto è possibile, dall’escalation al negoziato. Pezeshkian vara misure per salvare i servizi essenziali e amplia i poteri dei governatori

La tensione tra Stati Uniti e Iran è ormai scandita da una sequenza ravvicinata di giorni e ore, in cui segnali di ostilità, minacce, messaggi politici ambigui e tentativi diplomatici informali si susseguono in modo assai contraddittorio. Nessuna ipotesi può essere esclusa a priori in un contesto così fluido: dalla riapertura di un canale negoziale a una nuova escalation armata.

Lo schieramento militare di Washington nella regione e le dichiarazioni altalenanti di Donald Trump combinano i messaggi muscolari di deterrenza e quelli di apertura al dialogo senza chiarire né le opzioni militari né quelle diplomatiche. Secondo alcune fonti, all’interno della sua amministrazione emergono divisioni nette. Da un lato, una corrente favorevole a far rispettare rigidamente le cosiddette “linee rosse”; dall’altro un fronte più prudente, convinto che un conflitto diretto produrrebbe costi elevati senza chiari vantaggi per Washington.

La Casa Bianca chiede che Teheran metta uno stop permanente all’arricchimento dell’uranio, limiti la gittata ai suoi missili, non sostenga più le milizie regionali e rinunci all’ostilità con Israele. In realtà, non un vero negoziato ma precondizioni inaccettabili per la Repubblica Islamica. Il potere teocratico iraniano è cosciente che accettare il diktat americano minerebbe seriamente la sua esistenza e continua a rifiutare negoziati “basati su pressioni economiche o minacce militari”. «L’Iran esige un confronto paritario fondato sul rispetto reciproco e sulla sincerità d’intenti», continuano a ripetere le autorità iraniane.

Teheran non ha i mezzi militari per resistere a un eventuale attacco americano, che molto probabilmente verrebbe sostenuto anche dagli europei per favorire Trump e mitigare la sua avanzata di dazi (ieri il premier britannico Starmer ha appoggiato la politica di Trump nei confronti dell’Iran). Tuttavia il potere iraniano, tra la cultura sciita del martirio e il nazionalismo, quando è alle strette, è difficile pensare che esiterebbe a incendiare l’intera regione.

Mohammad Mokhber, consigliere del Leader supremo ed ex presidente ad interim, chiarisce, sulle pagine del quotidiano conservatore Kayhan, il principio alla base della dottrina iraniana: la sicurezza regionale deve essere garantita a tutti i paesi, o rischia di non appartenere a nessuno. Mokhber sottolinea il ruolo dell’Iran come custode delle rotte energetiche globali nel Golfo Persico, denunciando le interferenze straniere e le provocazioni militari come minacce dirette all’economia mondiale.

Meno velatamente, Kayhan afferma nel suo editoriale di ieri che, in caso di un attacco americano, l’Iran avrebbe sia la legittimità giuridica sia la capacità militare di chiudere lo Stretto di Hormuz, trasformando questo passaggio vitale in una leva per paralizzare l’economia globale.

Gli analisti iraniani convergono su un punto: il tempo è diventato il fattore decisivo. C’è chi invoca un cambiamento immediato nella gestione della diplomazia, ritenendo esaurita l’efficacia degli strumenti tradizionali, e propone la creazione di un team ristretto e altamente specializzato per contenere la crisi. Altri sottolineano che, nonostante l’apparenza, lo spazio per un’iniziativa politica non è ancora del tutto svanito, purché la deterrenza sia affiancata a una strategia diplomatica realistica.

Il presidente iraniano Pezeshkian ha disposto intanto misure d’emergenza per garantire forniture essenziali e il funzionamento del governo in caso di attacchi degli Usa. Ha inoltre delegato maggiori poteri ai governatori delle province di confine, permettendo loro di agire autonomamente per velocizzare importazioni e coordinarsi con magistratura e altre autorità.

In questo scenario, attori regionali come Oman, Qatar, Arabia Saudita e Turchia operano attivamente come mediatori per prevenire un’escalation violenta che destabilizzerebbe l’intero Medio Oriente. La Russia continua a ripetere che qualsiasi uso della forza contro Teheran causerebbe conseguenze pericolose, se non il caos in tutta la regione.

FRANCESCA LUCI

da il manifesto.it

foto: elaborazione propria

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