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Marco Sferini

Il suicidio dell’Occidente nella supermoderna contesa globale

A proteggere gli Stati Uniti d’America dalla solennizzazione della dichiarazione di una sorta di “morte dell’Occidente” (al pari della “morte di Dio” di nietzschiana memoria) rimane la forza del dollaro come moneta ancora oggi maggiormente utilizzata nel mondo per gli scambi e gli acquisti di ogni tipo di merci. Per il resto, la grande Repubblica stellata ha perso, da un trentennio a questa parte, il ruolo di centro egemonico, di fulcro dello sviluppo globale, di unico, unipolare punto di riferimento per le altre nazioni, per gli agglomerati di paesi e, soprattutto, non è più riconosciuta come tale da quelli in via di modernizzazione.

Quella che si potrebbe oggi definire una “transizione egemonica“, altrimenti detta passaggio al multipolarismo spinto e, dunque, rimarcato da Xi Jinping nel recente vertice di Tianjin come una nuova era nella riconfigurazione globale dell’economia e della società del pianeta Terra, è una oggettività cui non si può voltare le spalle facendo finta che gli States siano in grado di riprendersi la vecchia strutturazione post-Seconda guerra mondiale. Henry Kissinger, grande capitalistico e iperliberistico pronosticatore di meravigliose sorti e progressive, aveva quel tanto di realismo da vendere al suo governo da assicurargli che, quando tutto intorno a te crolla, devi metterti a pensare in modo “creativo“.

Tradotto in altri termini: quando sei disperato, inizia a sganciarti dalle compatibilità del reale e provale tutte, ma proprio tutte, a costo di sembrare ed essere incontrollato e incontrollabile. Può sembrare, soprattutto dopo il ritorno alla Casa Bianca di Donald J. Trump, il ritratto fisiognomico di una America incapace di risolvere non solo le crisi internazionali che si sono via via aperte dopo la pandemia da Covid-19, ma anche, ed in particolare, le sue tante, troppe contraddizioni interne. Se è vero che la moneta protegge, è altrettanto vero che non è sufficiente a mantenere uno status quo in cui Washington possa fare ancora la protagonista assoluta sul piano mondiale.

La debolezza estrema delle istituzioni europee non ha giocato, a questo proposito, un ruolo positivo e propositivo ma, anzi, ha corroborato un esizialismo veramente nocivo per una grande potenza incapace oggi di pensarsi rinnovata in una fase apertamente multipolare. Gli Stati Uniti devono, per la prima volta dopo il 1945, fare i conti non più col bipolarismo e la Guerra Fredda; non più con l’unipolarismo post-crollo del muro berlinese: oggi hanno davanti la sfida di una concorrenzialità accesissima, spinta agli eccessi da un neoliberismo che non risparmia, come Saturno, i suoi figli. Anche quelli che gli sono stati particolarmente più fedeli.

La SCO, “Organizzazione per la cooperazione di Shanghai“, che riunisce quindi la maggioranza dei paesi sviluppati e delle potenze emergenti della moderna epoca del multipolarismo, fa un salto di qualità nel prospettare l’esigenze ormai del tutto conclamata di non essere più solamente un accordo difensivo contro la prepotenza occidentale, ma divenire una piattaforma multilivello per le sfide che, oggi, sembrano molto più afferenti al trittico Cina-Russia-India, con tutti i loro alleati, per così dire, “minori“, rispetto all’inesistente asse di collaborazione fattiva tra Stati Uniti d’America e Unione Europea. Se termina una grande epoca postbellica ad ancoraggio novecentesco, si apre una nuova fase in cui tutto viene rimesso in discussione.

All’ordine mondiale dunque cosa si sostituisce? Il caos? Oppure un nuovo ordine mondiale? Non siamo al duemila e non più duemila, non fosse altro perché abbiamo passato l’iconica data bimillenaria da ormai un quarto di nuovo secolo. Non siamo nel postmodernismo, visto che si inaugura una stagione di modernità che è tutta da scoprire e le cui potenzialità, grazie agli sviluppi tecnologici (basti pensare all’inquietante utilizzo dell’Intelligenza artificiale), paiono legate a quelle infinitamente inimmaginabili di un riordino dei disequilibri regionali in virtù di una stabilizzazione anzitutto neoliberista. I giornali cinesi sentenziano e sintetizzano così il multilaterale incontro tra Xi Jinping, Vladimir Putin e Narendra Modi: «Non più una maggioranza silenziosa, ma una nuova forza che fa sentire la sua voce».

La pianificazione economico-finanziaria è il cuore di questa piattaforma alternativa a quella occidentale: il “Sud del Mondo“, come si fanno chiamare queste nazioni pure neocapitaliste che non rappresentano veramente il disagio sociale diffuso tra i loro popoli, intende costituirsi come uno dei nuovi e più potenti attori sulla scena di un pianeta in cui nessuno ha la chiave di volta, la soluzione dei grandi problemi che attanagliano l’umanità: per primo quello ambientale che è il presupposto della sopravvivenza della nostra specie, nonché delle altre che abbiamo da millenni antropocentricamente sottomesso.

Se puntassimo ad una sorta di critica quantistica dell’oggi, potremmo dire con le parole di Carlo Rovelli che «le variabili sono relative, il futuro non è determinato dal presente» (C. Rovelli, “Helgoland“, Adelphi, 2020). Questo perché le influenze esterne sono determinanti nelle politiche anzitutto interne di ogni singolo paese e, quindi, nessuno nella grande fitta rete della globalizzazione ipercapitalistica può affermare di avere il “controllo” della situazione in patria e, tanto meno, di averla su vaste aree geopolitiche in una odiernità in cui il multipolarismo è la cifra conseguente ad un indebolimento strutturale delle vecchie potenze egemoni. Ci siamo forse illusi quando abbiamo ritenuto che la vittoria di Trump volesse dire una nuova stagione di americanizzazione del mondo.

A mano a mano che l’amministrazione neoconservatrice fa i suoi grossolani passi in avanti, sembra piuttosto che non potrà nemmeno lontanamente pensare, sperare e mettere in pratica un adeguamento del globo alla nuova realtà politica ed economica a stelle e strisce; quello che sembra piuttosto farsi strada è la direzione opposta, uguale e contraria: Trump proverà ad adattare gli Stati Uniti al mondo e, quindi, tenterà di sopravvivere come governo, come potenza in declino e come forza geopolitica assumendo un punto di vista fortemente resiliente. Questo non vuol dire affatto che il magnate abdichi alla funzione di influenzare le sorti di altre nazioni, ovviamente facendo i propri spudorati interessi.

Ma significa comunque che c’è un riconoscimento dell’attuale debolezza strutturale del vecchio gigante americano e che è entrata in crisi anche solamente l’idea dell’Occidente come unico modello sociale, politico, economico e finanziario capace di dare una plasmatura al mondo intero o a una sua abbondante parte. Basta guardare i numeri delle ricchezze nazionali: il Prodotto Interno Lordo americano poco dopo la fine della Seconda guerra mondiale ammontava a qualcosa come il 54% di quello globale. Oggi vale il 26% circa. Quello di Cina, Russia e India messe insieme vale il 24%. Le ragioni della SCO sono tutte qui: già in queste percentuali impietose per Washington e ricche (è proprio il caso di dirlo…) di speranza per Pechino, Mosca e Nuova Delhi.

La situazione dei conflitti regionali con risvolti globali, dall’Ucraina a Gaza, dalle guerre africane a quella tatticheggiata di Taiwan regala al mondo una instabilità che si nutre della mancanza di un unico attore nella geopolitica complessivamente planetaria. Trump mostra i muscoli con i dazi, li impone all’Europa, li diminuisce ai cinesi, dialoga con Putin un giorno sì e due no. Si muove, quindi, a zig zag in una realtà in cui, per prima la UE non si riconosce, pensandosi  altro rispetto a quello che davvero è: una irrilevanza in mezzo ad una tempesta di riordino delle nuove esperienze delle potenze emergenti con la ristrutturazione neoliberista in corso.

Torniamo al punto di partenza: ma di quale ordine stiamo qui trattando? Che si sia innanzi ad una rimodulazione anche più strutturalmente antropologica delle società in cui siamo abituati a vivere, risulta evidente dal fatto che i mutamenti non riguardano solamente la sfera dei rapporti sociali ma, proprio perché si parte da una ridefinizione dei contesti economici e finanziari, investono, investono il terreno civile e culturale di ogni singola comunità locale in contesti nazionali che sono le periferie dei grandi imperi moderni. La reazione trumpiana al multipolarismo è la ferocia: l’avanzata della Cina, la resistenza della Russia all’imperialismo NATO sono – per così dire – contrattaccate con il doganalismo protezionistico.

Il paradosso, alla fine (o nel mentre ancora tutto ciò si sta svolgendo su vasta scala), è proprio un rafforzamento del ruolo cinese sulla scena del multipolarismo globale e un conseguente costante indebolimento del disegno MAGA del presidente-magnate. Le relazioni tra Russia e Cina non sono una novità e, da questo punto di vista, il vertice di Tianjin non segna dei punti di svolta così importanti: semmai afferma ciò che già l’Europa temeva, unitamente all’altro punto di vista in merito, ossia quello statunitense. L’asse tra Mosca e Pechino si salda, si consolida e riguarda quindi non solo più un interesse di tipo militare nel campo delle strategie internazionali, ma soprattutto concerne le questioni prettamente economiche.

Vera novità del vertice, semmai, è l’avvicinamento tra Xi Jinping e Modi: l’India e la Cina insieme contano oltre tre miliardi di persone e le loro prospettive, in questo senso, sono di continua crescita. La risposta occidentale non può essere quella caotica del trumpismo a pessimo mercato. Prima i BRICS e ora i tanti paesi della SCO, finiranno per rappresentare una alternativa al modello occidentale che si sbriciola indegnamente davanti ad una rimodulazione concorrenziale a tutto tondo. La morte del mondo che abbiamo conosciuto, non solo la nostra parte ma anche quella ad est e ancora ad est dell’est stesso, è un dato evidente.

Sovranismi, populismi e autoritarismi di ogni tipologia non risolleveranno le sorti di un vecchio regime democratico che ha ceduto sotto le pressioni di una ormai oggettiva acquisizione dell’impostazione neoliberista soprattutto da chi si definisce “comunista” e governa una nazione di un miliardo e mezzo di persone con piglio dittatoriale, confermando che qualunque ideologia può essere consona e afferente al mercato: la seduzione massima della ricchezza nazionale è un grande dissuasore. Un deterrente potente che non convince ma che vince sui princìpi e sui valori. L’alternativa alle finte democrazie occidentali è la finzione sociale del paese del dragone.

La terza via ritorna ad affacciarsi sulla scena di un mondo multipolare e senza uno sbocco utile verso una politica davvero solidale, internazionalista e di vicinanza al necessario connubio tra sviluppo (non a tutti i costi) e preservazione dell’ambiente (questa sì a tutti i costi). La terza via è tutta da costruire. E forse anche da immaginare nuovamente in questi sconvolgimenti globali così tanto, ma tanto enormi.

MARCO SFERINI

2 settembre 2025

foto: screenshot ed elaborazione propria

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