Marco Sferini
Il sogno meloniano del “premierato” nella legge elettorale blindata
Praticamente ogni legge elettorale fatta dopo quella proporzionale, sopravvissuta fino all’avvento della cosiddetta “seconda repubblica“, ha prima introdotto e poi confermato di volta in volta una alterazione dell’uguaglianza del singolo voto, di ciascun cittadino, di ogni elettrice, di ogni elettore. Lo ha fatto tentando – e riuscendovi – la sussunzione del principio maggioritario in un sistema costituzionale fondato sull’equipollenza tra i poteri dello Stato di fronte e sulla base di una delega rappresentativa assolutamente egualitaria sia dal punto di vista dell’espressione attiva del consenso, sia da quello dell’espressione passiva dello stesso.
Dall’introduzione del sistema maggioritario e dei collegi uninominali in avanti si è ampliata sempre più la logica della “governabilità” come elemento cardine di un processo di consolidamento granitico delle posizioni dell’esecutivo, posto, in opposizione al ruolo centrale del Parlamento, al vertice di una gestione dello Stato che ha tollerato – almeno fino ad oggi – quella rappresentanza della Repubblica da parte degli organi di garanzia: tra tutti, ovviamente, la Presidenza della stessa, il Quirinale. L’avvento delle destre al governo del Paese, nell’era del berlusconismo come nelle successive, intervallate da brevi periodi di presenza del centrosinistra a Palazzo Chigi che non hanno disconosciuto questa linea, ha confermato questa impostazione.
I vecchi piani di sovvertimento della democrazia repubblicana, più o meno tradotti in pratica dal consolidamento delle destre neofasciste legate all’eversione nera e alla devianza di certi settori dei servizi segreti, hanno trovato quindi un nuovo approvo ed un nuovo riscontro nel blocco conservatore e reazionario che si è riunito attorno all’imprenditore di successo affacciatosi nel turbinio della politica italiana con la scelta del candidato sindaco per le comunali della capitale: allora il legame iniziò a saldarsi tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini. Poi fu il patto tripartito con la Lega Nord e con tutta una serie di vecchi armamentari del neofascismo utili alla bisogna, sempre, si intende, nel nome della stabilità e del consenso più ampio possibile.
Sta di fatto che il sistema elettorale proporzionale, che garantiva quanto meno la vera uguaglianza di ogni singolo voto ne confronti di qualunque altro voto stesso, è stato velocemente accantonato come uno dei primissimi ostacoli verso la presidenzializzazione della Repubblica: un Parlamento eletto in quel modo esigeva il pieno rispetto del dettame costituzionale sulla ricerca delle alleanze per la costruzione della maggioranza di governo in seno alle Camere. Invece occorreva anzitutto sovvertire questo principio democratico e affidare al popolo la sensazione di avere una sorta di potere in più nel decidere chi lo avrebbe governato. Così, una politica corrotta e corruttrice è stata oltrepassata in peggio da coloro che avevano contribuito a renderla palesemente tale.
I primi sostenitori del maggioritario a tutto spiano, dei “premi di maggioranza” sono stati uomini delle istituzioni che non avevano nulla a che fare con il vecchio armamentario della destra missina che da sempre invocava la svolta presidenzialista, i pieni poteri e la durezza della forza governativa al posto della discussione democratica nelle aule parlamentari. Allora era in veloce mutamento tutto un mondo bipolare che lasciava il passo ad un unipolarismo globalizzante in cui l’Europa andava cambiando, seguendo le sorti del gigante americano, e in cui l’Italia seguiva a ruota. Oggi, in un contesto completamente differente, con l’avanzare dell’era multipolare, con il sovranismo trumpiano che ha bisogno di alleati condiscendenti in tutto e per tutto, l’esigenza del mantenimento del potere non è però mutata.
Giorgia Meloni entra nell’ultimo anno del suo governo con una pesante sconfitta referendaria alle spalle, con la formazione di un partito neofascista alla sua destra che le contende una buona parte di elettorato; con una situazione internazionale in cui il conservatorismo di Fratelli d’Italia lega di più con il liberalismo-liberista di Forza Italia piuttosto che con il sovranismo del salvinismo in declino. Rimarranno insieme, perché separati non hanno speranze di vittoria. E tuttavia, sono così incerti e insicuri, così percossi da alterne sventure che, dopo aver decomposto tante delle reti sociali in quattro anni di malgoverno del Paese, dubitano giustamente di un loro successo. Il bis non è così garantito come poteva esserlo all’inizio dell’avventura o anche a metà della strada.
Ma le disgrazie, se non vengono mai da sole, possono comunque risultare anche utili per mostrare all’Italia frastornata da tante crisi nazionali e internazionali che l’urgenza della governabilità si è ripresentata sulla scena della storia e che, quindi, serve un mandato pieno per continuare l’opera di governo del Paese. Bisogna vincere facile: pazienza se questo comporta quello che è il sogno di sempre e che si sarebbe dovuto realizzare semmai con una debita riforma costituzionale. Per legge ordinaria, quindi nella legge elettorale battezzata “Melonellum” (terza versione riveduta e corretta), si prevede quel “premierato” che doveva essere la madre di tutte le riforme; persino al di sopra dell’attacco alla Magistratura portato con la deforma costituzionale scritta insieme a Carlo Nordio.
Il tutto arriva alla Camera dei Deputati completamente blindato: nessuna possibilità di emendare, né da parte delle opposizioni, tanto meno da parte della maggioranza. Zitti, muti, si prende e si porta a casa. Perché il tempo corre e Giorgia Meloni ha fretta di fare approvare la nuova legge elettorale truffa entro l’estate o, forse, pure prima delle vacanze agostane. Se proprio di premierato non si può parlare in termini propriamente costituzionali, lo si può fare affermando che questa è una introduzione surrettizia dello stesso nell’architrave istituzionale della Repubblica. Il Melonellum prevede l’indicazione da parte della coalizione del proprio laeder, che sarà quindi il capo del governo (in barba alla nomina libera da parte del Capo dello Stato), le liste bloccate e il premio di maggioranza.
Un premio che affida alla forza politica che ottiene il 42% dei voti (poi perché non il 40 o il 45?) circa settanta seggi in più alla Camera dei Deputati e trentacinque al Senato della Repubblica. Così si garantirebbe quella tanto agognata stabilità assoluta che farebbe delle opposizioni solo delle debolezze politiche con un mesto diritto di tribuna. Meloni intende prendersi tutto, avere uno spettro così ampio di deputati e senatori da poter condizionare e controllare l’elezione delle più alte cariche dello Stato: prima fra tutte quella del Presidente della Repubblica. Inconcepibile per i conservatori, sovranisti e liberisti uniti in questo tridente di destra puntato contro la democrazia, è il fatto che il Parlamento sia il luogo in cui si decide attraverso l’esercizio della libera dialettica.
Non cercano la convergenza anche tra le opposte posizioni. Non vogliono la sintesi e la collaborazione, a volte, con le forze di opposizione. Vogliono esercitare il potere come meglio credono: vogliono un governo inattaccabile, non criticabile, incensurabile dal voto, dal confronto con chiunque e, soprattutto, con gli altri poteri dello Stato. Primi fra tutti la Magistratura, il Quirinale, la Corte Costituzionale. Nel corso della recente storia contemporanea d’Italia il Parlamento è sempre stato il cuore pulsante di una democrazia certamente imperfetta, costantemente sotto attacco e, per questo, capace di resistere ai colpi di Stato paventati o tentati nella pratica. Tutte le grandi riforme che sono state messe in essere nel corso di oltre mezzo secolo, si sono potute realizzare non grazie al mito della “governabilità”, ma grazie al confronto anche aspro tra partiti con visioni letteralmente opposte.
Allora le maggioranza in Parlamento si formavano dopo il voto espresso proporzionalmente e non con artifici e trucchi pre-elettorali. La propaganda era dura, spietata: non si badava all’esclusione di alcun colpo. Ma poi il confronto avveniva nelle Aule e lì si trovava quella sintesi che, del resto, era l’eredità prima della sintesi delle sintesi: la Costituzione repubblicana approvata dopo un anno e mezzo di lavoro ed entrata in vigore il primo gennaio del 1948. Il decisionismo di allora ha reso protagonista tanto la giustizia sociale quanto l’ampliamento dei diritti civili ed umani. Ha consentito, in un clima di collaborazione a volte e di ferma divisione altre, di dare al Paese tutta una serie di garanzie che sono durate nel tempo e che sono state via via logorate e distrutte dall’esaltazione del privato come regolatore ottimo e massimo delle esistenze di tutte e tutti.
Nel lungo periodo, quindi, come si usa ormai dire, la lotta di classe l’hanno vinta i padroni; l’hanno vinta i ricchi. E di questo siamo consapevoli. Si tratta tuttavia di una fase dello sviluppo del neocapitalismo liberista. Non esistono vittorie finali, non esistono diritti o privilegi consacrati all’eternità. Tanto meno, come si può oggettivamente constatare, le leggi elettorali subiscono il fascino di una imperiturità che non è legata neppure al testo costituzionale. Nella Carta del 1948 ci si precipita ad inserire il pareggio di bilancio (mai realizzato e francamente irrealizzabile se si punta all’azzeramento del debito pubblico…) e non si pensa invece ad una integrazione con una legge elettorale proporzionale che rispetti il dettame democratico in tutto e per tutto.
Non solo a Giorgia Meloni piace vincere facile. Ad altri, prima di lei, è venuta questa tentazione che è stata non di meno dichiarata incostituzionale (basti pensare al “Porcellum” e all'”Italicum“…). Se approvato, il Melonellum è probabile che abbia la stessa sorte. Ma intanto il danno sarà fatto: e questo soprattutto se a prevalere sarà nuovamente la compagine di destra che, a quel punto, avrà via libera per tutte le modificazioni che intenderà apportare alla Costituzione tramite i passaggi parlamentari con una maggioranza più che assoluta. La destrutturazione degli equilibri istituzionali è il punto programmatico di questa destra eversiva che avrà anche l’avvallo di quella più a destra di lei. La competizione sarà tra le due da campagna elettorale, poi si incroceranno, si parleranno e addiverranno ad accordi.
Il campo progressista deve reagire. Si profila, date queste premesse, un nuovo forte attacco all’uguaglianza dei diritti tutti: da quello di voto, libero, uguale (forse ancora segreto…), alla stabilità più generale della Repubblica che ha bisogno di nuove riforme sociali e civili. Se non sarà possibile battere la legge elettorale truffa in sede parlamentare, bisognerà sconfessarne la maggioranza che l’ha approvata proprio nelle urne. Mandare a casa questo governo, queste destre per ricomporre anzitutto un terreno di confronto che ripristini le garanzie sociali e che rimetta al centro dell’agire politico i bisogni del mondo del lavoro, della previdenza, della scuola, dei più deboli, di un legame saldo fra individuo e collettività. Vicendevole.
Qualcuno pensa di poter dire che non esiste un pericolo fascismo in Italia. Si è già scritto tanto in merito. Esiste un pericolo autoritarismo. Chi non lo vede è veramente politicamente miope. Il Melonellum è una minaccia per la democrazia repubblicana. Non nuova e per questo conoscibile e riconoscibile. Si può arginare anche questo pericolo, ma serve una ampia, vasta unità di intenti e una voglia di dare una svolta radicale a questo Paese: nel nome della pace, del disarmo, della piena occupazione e della libertà per ognuno, per tutte e tutti.
MARCO SFERINI
27 giugno 2026
foto: elaborazione propria




















