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Marco Sferini

Il sogno egoista del non chiuso capitolo leghista

La morte non cancella ciò che si è stati in vita. Estingue i reati, ma non cala il velo dell’oblio benevolo su chi se ne è andato e non dovrebbe consentire di panerigizzare chiunque, riconoscendogli chissà quali meriti quando non ne ha avuti. La morte di Umberto Bossi merita rispetto. Ma solo la morte. La fine quindi, davanti alla quale diventiamo un po’ tutti simili, perché è un confine inevitabile tra l’essere e il non essere. Ma, oltre questa considerazione piuttosto misticheggiante, ciò che è stato rimane per quel che è e non è francamente possibile, nel nome di una pietas dei defunti, fare di ciascuno di loro un esempio di vita.

Eppure i cordogli si fanno unanimi, perché si rendono gli onori a chi ha sofferto, tribolato e infine ha abbandonato questa vita che ha vissuto, per lungo tempo, costruendo non condiscendenza, inclusione, comprensione, affratellamento tra i propri simili, bensì erigendo muri, separando frontiere da frontiere, stigmatizzando le minoranze, anatemizzando le differenze e, quindi, costruendo mitologie che spaziavano da una nuova concezione etnica di una parte d’Italia fino alla produzione di riti che dal celtismo finivano nello pseudo-federalismo vagheggiato da un movimento prima e da un partito confederativo poi che nel proprio statuto aveva la divisione del Paese nel nome del primato economico nordista.

Il 29 maggio 1997 Umberto Bossi tuona dalle colonne de “Il Borghese“: «Ci diano il referendum istituzionale al più presto, se vogliono evitare la guerra civile…». Si trattava della volontà di chiamare la popolazione ad esprimersi sull’indipendenza di quella invenzione che fu la “Padania“, una sorta di Stato mai stato tale, una vera e propria creatura geopolitica messa lì per dare un senso ad un secondo tempo della vita del leghismo che aveva, anzitutto con Gianfranco Miglio, vagheggiato di un’Italia cantonale formata da tre repubbliche: del Nord, del Centro e del Sud (isole comprese). A fare il paragone con l’oggi, l’autonomia differenziata proposta da Calderoli richiama quella nemmeno tanto falsa riga: i ricchi con i ricchi e i poveri con i poveri.

Miglio negava: affermava, anni dopo la separazione burrascosa dal Senatuùr, che non era così e che invece il progetto aveva come presupposto che regioni come la Basilicata rispondessero ad un centro politico, economico, sociale e civle differente da Roma. Napoli, per esempio. Per avere più omogeneità territoriale: visto che, nella primissima stesura del credo autonomista (ed indipendentista poi) tanto Bossi quanto gli altri leader del Carroccio pensavano che il federalismo non fosse sufficiente a valorizzare il primato lombardo-veneto: nelle idee di Carlo Cattaneo, in fondo, c’era ancora troppa voglia di unità italiana. Bisogna separare letteralmente la penisola e creare degli Stati indipendenti l’uno dall’altro.

Il nemico per eccellenza è Roma: il centralismo dell’Urbe, là dove il potere dello Stato è rappresentato da quei “ladri” che Bossi e i suoi individuano in una partitocrazia che, effettivamente, ha il suo impianto strutturale nel consociativismo del Pentapartito, nella trasmutazione della Repubblica parlamentare in una degli affari privati: sarà la rivoluzione di Tangentopoli a regalare alla primissima ma non timida Lega Lombarda il potenziale per fare il salto di qualità e diventare “Lega Nord“. Bossi è, da questo punto di vista, un gran fiutatore del vento che cambia: coglie al balzo l’opportunità e cavalca il malessere più che giustificato dei cittadini verso i partiti. Nel mentre lo fa, avvicina la Lega a tutta una serie di poteri forti che, in seguito, segneranno profondamente le sorti del movimento.

La Lega però appare, ben prima della nascita del fenomeno pentastellato grillino, il punto cardine su cui investire per rivoltare il marciume delle corruttele romane: Democrazia Cristiana e Partito Socialista Italiano terminano la loro esistenza gloriosa in un pantano di fango che non è calunnia, ma solida realtà di reti di interessi esclusivamente privati, di utilizzo delle alte cariche pubbliche per ottenere prebende di ogni tipo. “Mani pulite” diventa la rivoluzione italiana del momento. La Lega Lombarda, novità assoluta nell’agone politico, intende essere la voce critica di un popolo che sta completamente perdendo la fiducia nel vecchio sistema democratico, nella rappresentanza, nella partecipazione.

È il tempo in cui Bossi tuona contro i fascisti, contro i nipotini di Mussolini con cui, giura e stragiura, non si alleerà mai. Ma, per interposta alleanza berlusconiana, il nuovo centrodestra che andrà formandosi vivrà per decenni sul trittico formato dal Senatùr, dal Cavaliere nero di Arcore e da Gianfranco Fini, ultimo segretario del Movimento Sociale Italiano e autore, insieme a Tatarella, di Alleanza Nazionale: la moderna destra postfascista che comunque la fiamma – come fa Giorgia Meloni oggi – se la tiene ancora ben stretta per non smarrire qualche milionata di elettori nostalgici del Ventennio littorio.

Certo, al confronto di oggi, anche la Lega Lombarda e la Lega Nord rispetto a quella di Salvini paiono due partiti progressisti. Non si può però affermare che Bossi fosse un sincero antifascista. Chi ha indotto milioni di italiani a praticare il razzismo come cultura popolare, come elemento cardine di un suprematismo nordico rispetto al Sud del Paese e ha sempre tuonato contro i migranti, non può essere un vero antifascista. Non lo è stato, nonostante provenisse da una famiglia di quella matrice politica e ideologica. Bossi ha rappresentato un punto chiave di svolta verso un imbarbarimento della politica italiana. Ha innescato pulsioni odiatrici che hanno spaziato dall’avversione nei confronti degli italiani del Mezzogiorno fino ai migranti.

Se la Lega delle primissime origini aveva un qualche carattere “proletario“, diciamo pure social-popolare, quella che deve strutturarsi per puntare al cambiamento che vuole realizzare deve tradire la sua ispirazione fondante e fondamentale: la discesa verso il compromesso diventa compromissione e non è che dispiaccia poi molto all’insieme della dirigenza. Bossi, Maroni, Calderoli, Borghezio, Boso, Castelli e molti altri dirigenti convengono, congresso dopo congresso, su una piattaforma apertamente di destra, pur affermando che la Lega non è etichettabile con le vecchie categorie della politica della “prima repubblica“. Ciò rischia di apparire vero per qualche tempo, visto che si tenterà persino una coalizione di maggioranza con il PDS di Occhetto e con i Popolari per sostenere il governo tecnico di Lamberto Dini.

Nel 1995 quindi è pronto a sostenere un esecutivo che non fa mistero di essere antisociale per il programma che intende attuare, dopo la caduta del Berlusconi I proprio a causa delle Lega Nord e della sua protesta sulle pensioni. Parrebbe un ritorno al sociale dei primordi, un rigurgito di pseudo-progressimo seppure in salsa oggettivamente populista. Ma sarà invece soltanto il tentativo di non affondare con quella corazzata berlusconiana che pare in (momentanea) disgrazia. Il fervore secessionista, quindi, aumenta: la Lega deve correre da sola e il Tricolore repubblicano diventa il primo simbolico nemico.  Alla “Festa della Padania” di Cabiate, in provincia di Como, il 26 luglio 1997 Bossi schiuma rabbiosamente così: «Quando vedo il Tricolore mi incazzo. Il Tricolore lo uso per pulirmi il culo».

La svolta volgare del comizio politico diventa la cifra di tutti gli anni a seguire: a mantenere un certo stile per una dialettica composta sono in pochi e tutti di provenienza primorepubblicana. La crociata antinazionale va avanti nel nome della secessionismo più esasperato. In un coro registrato dalla radio svizzera nei primi giorni di giugno del 2006, quindi una decina di anni dopo, dopo che molta acqua del Po è passata sotto i ponti di una “Padania” che non nasce (nonostante le dichiarazioni di indipendenza in riva alla laguna veneta), sempre Bossi, Calderoli, Castelli, Maroni insieme a Giulio Tremonti (che oggi è nelle fila di Fratelli d’Italia!) si ascoltano queste parole: «Siamo padani, abbiamo un sogno nel cuore, bruciare il Tricolore!».

Qualcuno affermava che la coerenza era, in fondo, la virtù dei fessi e quindi perché non dare prova di una pressoché totale incoerenza tra il dire e il fare, tra il comiziare davanti a decine di migliaia di lavoratrici e lavoratori – che si tesserano alla Lega, che credono sia il nuovo partito proletario e del lavoro del Nord… – nel nome della difesa dei diritti sociali e poi fare l’esatto opposto al governo con Berlusconi e Fini a Roma? Tutta la storia del leghismo è contrassegnata dall’impronta che Bossi le ha dato. Le svolte sono parecchie: è il partito dei padroncini del Nord-Est, è il partito degli agricoltori, quello che raccoglie le frustrazioni del tradizionalismo ipercattolico (tanto che si pensa ad un certo punto persino di proporre in Parlamento di mettere sul bianco del Tricolore una croce cristiana…).

Bossi lancia il federalismo come punta di diamante della proposta politico-riorganizzativa dell’Italia post-pentapartito ma poi lo abbandona. Vara il Parlamento del Nord e poi lo chiude a stretto giro di posta. Si inventa il referendum con i gazebo nelle piazze per l’autodeterminazione della “Padania” ma alla fine l’esito del voto non produce nessun seguito e abbandona anche quella via. Così va alle falde delle sorgenti del Po, prende un’ampolla la riempie di acqua e la porta in processione fino a Venezia: la versa nell’Adriatico e, unendo simbolicamente origine e fine del grande fiume, sancisce con una proclamazione di indipendenza la nascita della “Padania” ma poi, anche in questo caso, non si dà luogo a procedere.

Siccome le spinte verso la secessione riguardano solo una parte della Lega, fa marcia indietro e opta per un nuovo reinserimento nel centrodestra super-romano e super-nazionalista. Inaugura un altro parlamento padano, quello di Chignolo Po e poi, sempre con grande repentina velocità, lo chiude quando anche in questo frangente non c’è sortita di nulla di concreto e reale. Nel nome dell’incoerenza più abbacinante pensa ad una collaborazione con l’Unione democratica per la Repubblica di Francesco Cossiga e Mastella, ma poi ci ripensa. Miglio dirà che Bossi, in questo zigzagare impazzito di anno in anno, altro non faceva se non seguire la sua esclusiva fortuna personale: «Come tutti i politici italiani, punta a contare, non a comandare».

Oggi oltre a contare, la destra, che ha imparato più di una lezione, punta proprio a comandare e lo fa provandoci con l’alterazione dei rapporti tra i poteri dello Stato: il referendum sulla controriforma che attacca la Magistratura ne è un clamoroso, lampante esempio. La morte di Bossi induce un po’ di avversari a riconoscergli di essere stato una “grande” figura della storia politica degli ultimi quarant’anni. Non c’è dubbio che abbia influenzato eccome la vita del Paese. Ma l’aggettivazione riguardante la grandezza è possibile solo se ci si riferisce ad un livello quantitativo e non qualitativo. Nel suo cordoglio alla famiglia, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, tra l’altro, scrive: «L’Italia perde un leader politico appassionato e un sincero democratico».

Sulla passione le interpretazioni sono legittime; sulla sincerità democratica sia concesso avere non uno, ma millanta dubbi e altrettante perplessità. L’opportunismo politico e imprenditoriale del berlusconismo ammansirà un po’ tutti i contendenti a destra e tutto quello che verrà detto e scritto tra il 1994 e il 1998 verrà dimenticato. Anche e soprattutto dagli italiani che avevano assistito a giuramenti vicendevoli tutti inneggianti al “Mai più!” dell’uno nei confronti dell’altro. A fare una antologia delle dichiarazioni di Bossi, Berlusconi e Fini c’è da stropicciarsi gli occhi e sturarsi le orecchie per non ritenere di essere preda di qualche allucinazione. Del resto, la coerenza – si scriveva poco sopra – è la virtù dei fessi. In una repubblica trasformata in potere e affarismo personale lo è stata e lo è, per certi versi, ancora oggi.

Se si vuole rifondare una vera cultura nazionale che abbia le sue radici nel sociale, nella solidarietà, nella comunanza dei problemi e nella loro soluzione condivisa, quindi che abbia il suo fondamento in quella Costituzione che tutti hanno cercato di manomettere, a partire dagli architravi istituzionali e passando per quelli dei diritti inscindibili gli uni dagli altri, non si può, nemmeno per cortesia nei confronti della morte, affermare che è esistita sincera democrazia laddove invece si è contribuito a diffondere contrasto, separazione, odio, discriminazione, pregiudizio, razzismo, xenofobia, omofobia e primitivismo parolaio populista. Non tutto ciò che ha suscitato clamore e ha influenzato la vita dell’Italia moderna deve necessariamente, quasi obbligatoriamente, essere venerabile e stimabile.

MARCO SFERINI

20 marzo 2026

foto: screenshot ed elaborazione propria

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