Il ruolo di classe della santificazione di Draghi

La scelta di Mario Draghi, col passare dei giorni, si rivela sempre più sostitutiva di un recupero dell’impianto democratico della Repubblica che ha nel suo Parlamento l’espressione più concreta...
Mario Draghi

La scelta di Mario Draghi, col passare dei giorni, si rivela sempre più sostitutiva di un recupero dell’impianto democratico della Repubblica che ha nel suo Parlamento l’espressione più concreta e rilevante. Il cosiddetto “ricorso ai tecnici” è una formula ormai superata: si dovrebbe oggi parlare di “ricorso ai tecnocrati“, ossia a coloro che della commistione tra tecnicismo, burocrazia e potere (quello vero, quello economico) hanno fatto un asse portante della loro carriera tanto personale quanto istituzionale.

Lo si evince con grande nettezza se si prova a domandarsi come mai attorno alla figura dell’ex presidente della BCE aleggi questa aura sacraleggiante che lo rende impalpabile, reverendissimo e non contestabile soprattutto se si tratta di temi economici e di proposte politiche fatte in tal senso. Mario Draghi è la “riserva della Repubblica” per antonomasia: non plus ultra. Tanto che ci si spinge fino all’assurdo, ad una venerazione indiretta – ma che raggiunge comunque il suo scopo – che celebra: «Se fallisce Draghi, l’Italia è perduta».

Ad una prima occhiata sembrerebbe di avere davanti l’eccellenza delle eccellenze, colui che è insostituibile e del quale non esiste un eguale, un pari da poter chiamare al ruolo di “salvatore della patria“. E’ una utile costruzione narrativa che diventa, ben presto e inevitabilmente, una agiografia molto ingombrante, persino troppo per un signore distinto, riservato, compito e compassato come Mario Draghi. E’ soprattutto l’informazione a preparare – come sempre – il terreno dell’opinione pubblica favorevole al nuovo governo: questa volta con una solerzia che è priva di critiche, di constatazioni e illazioni malevole o perturbazioni umorali che si traducono in tratteggi stigmatizzanti la figura del nuovo Presidente del Consiglio incaricato.

La democrazia rappresentata dal confronto delle idee viene messa in secondo piano. Sì, si cincischia di programmi, di paletti e di veti ma, alla fine, si ritorna sempre alla casella di partenza che, in questo preciso momento, è l’assoluta bontà incarnata dalla figura di Draghi: senza lui, l’Italia sembrerebbe essere sprovvista di qualunque altra occasione per superare la fase pandemica, la crisi economica e la conseguente crisi sociale.

Insomma, la mitizzazione è operazione di queste ore, andrà avanti ancora per giorni e rimane il migliore alibi possibile che ogni forza politica si sta dando per offrire al proprio elettorale e, generalmente, a tutto il popolo italiano i motivi per cui si sono fatti veri e propri testacoda nel cambiare opinione su temi di primo piano: il rapporto con l’Europa, l’Euro, la convivenza con altri partiti nei confronti dei quali sarebbe ovvia, per cultura e per posizionamento politico, la netta contrapposizione e avversione. Praticamente dall’esclusione di tanti fattori ideologico-politici, nonché da decisioni governative precedentemente prese, si è passati alla verifica dei punti di contatto.

Non è possibile non vedere in questo ridisegno degli assetti politici, dei perimetri delle coalizioni e della caduta di pregiudiziali storiche una crisi verticale della politica italiana che si esprime, dunque, non tanto nella caduta di un governo ma nella assoluta accondiscendenza nei confronti dell'”uomo della provvidenza” che viene a salvare il Paese da ogni periglio che arriva, di pari passo, nel pieno della procella.

La gravità del momento, ad iniziare da tutti gli effetti che la pandemia si trascina appresso, frustrando menti, corpi e tasche di tanta povera gente, non può giustificare in alcun modo l’affidamento del governo della Repubblica alla spregiudicatezza certo capace – altrimenti non sarebbe tale – di banchieri che tutto sono tranne che keynesiani o ancora allievi di Federico Caffè: non c’è la benché minima traccia di un punto di vista sociale in tutto ciò che sino ad oggi ha fatto Mario Draghi laddove si è trovato ad agire in prima, primissima persona.

Che differenza c’è tra la richiesta di “pieni poteri” da parte di Salvini e l’intangibilità che aleggia attorno alla persona di Draghi? Se contestare il Presidente del Consiglio vuol dire da ora in avanti essere tacciati di attività anti-nazionale, contro l’interesse del Paese, di non comprendere la gravità del momento ed essere invece settari, chiusi in una visione particolarista e, quindi, egoistica, allora ogni rilievo a quanto il governo farà subirà la stessa sorte e diventerà impossibile argomentare le ragioni di una visione alternativa al liberismo.

Una condizione molto difficile da affrontare, soprattutto a sinistra, se si prende in considerazione la molto più semplice opposizione sovranista di Meloni che, in quanto “patriota” e nazionalista d’eccellenza, non rischia molto su questo fronte.

Dovremmo andare oltre queste categorie semplicistiche e semplificatorie, superare le dicotomie inventate per escludere le voci critiche e considerare esclusivamente i fatti e i rapporti di forza nella società. Dovremmo farlo sapendo che la crisi della democrazia formale è crisi sostanziale di un sistema strutturale che si cura ben poco di mettere in pratica il regime egualitario della Costituzione (che pure è un compromesso tra pubblico e privato); altrimenti mette tutto sé stesso nel stabilire una sorta di equilibrio tra l’apparente interesse nei confronti del bene comune e le politiche di intervento antisociale che, senza ombra di dubbio, saranno nelle corde del governo Draghi: non potrà essere in altro modo.

Ciò non per qualche dogmatico assunto da trasfondere nel sistema circolatorio della democrazia repubblicana, ma perché, molto più banalmente, il ruolo di classe di Draghi è ben preciso e delineato: è un banchiere, un uomo che per tutta la vita ha espresso le sue convinzioni con un lavoro meticoloso, dalla precisione asburgico-teutonica, fatto di tutela di un sistema economico dove lo sfruttamento dell’essere umano su sé stesso, sugli altri esservi viventi e sulla natura nel suo compresso viene prima di ogni diritto fondamentale, anche se, nel più comodo stile liberale, l’etica del capitalismo si conviene che rispetti formalmente le libertà civili.

Il “mucchio selvaggio” che si sta formando alla corte di Draghi in questi giorni era in parte prevedibile, tuttavia sorprendono alcune prese di posizione non nette, come quella di Liberi e Uguali che come unico paletto per far parte della nuova maggioranza “di salvezza nazionale” mette l’impossibilità della coabitazione con la Lega. Nessuna pregiudiziale antiliberista, solo (se così si può dire) quella sacrosantamente giusta della incompatibilità con una forza esclusivista, di estrema destra sovranista.

La mancanza della sinistra in una fase di ristrutturazione del capitalismo continentale e italiano è un vero dramma, perché escluso lo sbraitare dei neofascisti e di forze come Fratelli d’Italia, non esiste una opposizione sociale e politica alla proposta neoliberista che Draghi rappresenta e che tradurrà nei prossimi mesi in controriforme che colpiranno i lavoratori e i pensionati, i precari e le partite IVA, privilegiando le grandi imprese nella distribuzione delle centinaia di miliardi che verranno dall’Unione Europea con il Recovery Fund.

Diciamolo ancora una volta: il mandare a carte e quarantotto il governo Conte bis è servito a questo. Niente altro. Renzi, in tutta la sua irrilevanza numerica, eppure così determinante, ha creato i presupposti ideali affinché la gestione dei capitali europei fosse affidata ad un uomo di fiducia tanto dell’Europa quanto degli imprenditori italiani.

Ma una critica sociale di sinistra non c’è, non si sente nemmeno dal fronte sindacale. Anzi, Landini sottolinea – unendosi al coro dei patrioti italiani – la necessità di fare ricorso ad uomini come Draghi per affrontare la molteplice gravità del momento. Il Presidente del Consiglio incaricato può stare tranquillo: non sarà soltanto la sua bravura certificata a garantire al suo governo una lunga durata, auspicata da PD, Forza Italia e Italia Viva. Prima di tutto sarà l’assenza cronica di una sinistra di alternativa diffusa, di una critica sociale di massa, di una consapevolezza altrettanto ampia di chi rappresenta gli interessi di chi a consentirgli di governare addirittura senza ostacoli.

MARCO SFERINI

6 febbario 2021

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