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Marco Sferini

Il Rojava e Kobane tornano a difendere la vera libertà

C’è un popolo che è una nazione, ma è senza Stato. Anzi ce n’è più di uno. In Medio Oriente. Ma anche in Europa, in Asia, in America. Ci sono tanti popoli che non compaiono sulle carte geopolitiche del mondo, che non hanno spazio perché sono ancora prede delle vecchie conquiste coloniali, quando il Vecchio Mondo si allargava in tutti quelli che scopriva e, nel nome di Dio, dei papi, dei re e degli imperatori li sottometteva imponendo nuovi usi, costumi, economie, culture.

Oggi di quei popoli anonimi sulle carte, che pure fanno rumore nelle loro secolari lotte per l’indipendenza o, anche soltanto, per una autonomia che li preservi come comunità con pieni diritti entro Stati che non sono i loro, ne sono rimasti pochi combattenti. Le vicende storiche non hanno ammansito la voglia di riscatto, ma hanno suggerito che forse si può arrivare al punto che ci si prefiggeva fin dal principio con metodi altri che non siano quelli della violenza terroristica da un lato, di quella più propriamente organizzata in eserciti popolari dall’altro.

I curdi fanno parte di questa storia. Hanno sperimentato, dagli inizi del Novecento, quando con il crollo dell’Impero Ottomano si venne ponendo anche la loro questione nazionale, una altalenante sequela di avvenimenti sociali e politici che li hanno indotti prima a sperare nella creazione di uno Stato indipendente e poi a lottare strenuamente con le armi per riuscire a farsi spazio in una repressione governativa che non ha soltanto il timbro di Ankara, ma anche quello delle nazioni che sono sorte dopo la Conferenza di Sanremo del 1920: Siria, Iraq sostanzialmente. Ma della partita oppressiva nei confronti del popolo delle montagne è cinico giocatore anche il vecchio impero persiano tramutatosi poi nella Repubblica islamica iraniana.

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Con il Trattato di Sèvres sempre del 1920 e poi con quello di Losanna di tre anni dopo, la Turchia pone le basi di uno Stato moderno, con confini quasi completamente nuovi che le precludono l’accesso al vecchio bacino petrolifero del Golfo Persico e delle zone costiere della penisola arabica. Per i curdi la speranza di poter avere un anche soltanto embrionale Stato da consolidare nel corso dei decenni successivi, rimane tale e non ha corso. Il progetto di Stato curdo che avrebbe dovuto avere come capitale Diyarbakir non vedrà mai la luce.

Così, passata la tempeste della Seconda guerra mondiale, le cose non vanno certamente meglio. La Turchia inasprisce la repressione dei movimenti indipendentisti e per tutti gli anni a seguire, fino ad arrivare ad oggi, la guerriglia del PKK, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan guidato dalla fine degli anni Settanta da Abdullah Öcalan, ha avuto un ruolo fondamentale nel contrasto di progetti apertamente genocidiari che Ankara avrebbe potuto mettere in atto, similmente come nel caso armeno, se il sostegno sovietico da un lato e di una ampia schiera di opinione pubblica internazionale dall’altro non avesse permesso alla lotta curda di subire questa torsione criminale.

Fino a poco tempo fa il PKK era considerato un’organizzazione terroristica. Oggi che ha abbandonato la lotta armata, proponendo il modello del confederalismo democratico come progetto sociale, politico e culturale nuovo entro una Turchia plurinazionale che rispetti tutte le minoranze, è l’interlocutore privilegiato per chi davvero vuole risolvere prima o poi il dramma curdo. Nel ripercorrere brevemente questa storia, si arriva quindi agli anni delle Guerre del Golfo, al neoimperialismo a stelle e strisce che si affaccia sulla Mezzaluna fertile e che rovescia anche i regimi che avevano oppresso il popolo curdo.

Non quello turco, ma quello iracheno. Si formano, nell’atomizzazione devastante che segue alla caduta di Saddam Hussein, delle comunità organizzate, delle sorte di protettorati che sono autonomi sulla carta. La lotta dei vari settori nazionali in cui è diviso il territorio del Kurdistan si interseca suo malgrado. La Siria di Assad traballa e, proprio a seguito degli scossoni dati da Washington, nascono nuovi fenomeni terroristici ancora più efferati di Al Qaeda: il DAESH, lo Stato islamico. I curdi del Rojava, la regione più a settentrione dello Stato siriano, si organizzano nelle milizie YPG (“Unità di Protezione Popolare“).

Liberano Kobane, città di frontiera, città martire delle stragi dei fanatici tagliagole dell’ISIS, e vi instaurano quel confederalismo democratico che ieri era un esperimento di democrazia dal basso, qualcosa di mai veramente visto in Medio Oriente, che oggi è un progetto politico di ampio respiro adottato dal PKK, sostenuto con convinzione dalla sua dirigenza, direttamente interpretato quasi “ideologicamente” proprio da Öcalan. Fino a quando ha retto il caotico equilibrio del dopo-DAESH, tra russi con basi che affacciano sul Mediterraneo, americani al confine con l’Iraq, israeliani oltre le alture del Golan e qaedisti divenuti all’improvviso presidenti riconosciuti da mezzo mondo, anche la zona del Rojava pareva sostanzialmente al sicuro.

Ahmad al-Shara’ , autoproclamatosi presidente siriano

Non lo è mai veramente stata, perché da nord i turchi hanno sempre premuto, occupato pezzi di Stato siriano e cercato di ridurre alla ragione quegli ostinati curdi che, con il loro esperimento democratico e sociale sono un esempio deflagrante per tutte le oligarchie e teocrazie della regione mediorientale che si sentono minacciate da una vera alternativa di sistema che ha dimostrato di funzionare nel concreto: molto meglio del capitalismo di rapina, dell’imperialismo militarista, delle dittature che si spacciano per regimi ispirati da Dio, per popoli che i loro governi spingono all’esasperazione nazionalista e suprematista.

Ma oggi il Rojava, quindi anche Kobane, è sotto l’attacco di quegli integralisti islamici che portano ancora la barba ma che, sotto, hanno indossato il doppiopetto all’occidentale e stringono le mani ai presidenti che fino a poco tempo fa li mettevano nelle liste nere dei peggiori terroristi del pianeta. Ed effettivamente questo erano, anche se i loro giudici dei governi democratici non erano proprio dei candidi, immacolati dispensatori di modelli altamente etici. Kobane, che è sempre rimasta separata rispetto al resto del territorio dell’Amministrazione Autonoma della Siria del Nord-Est, oggi conosce il suo ennesimo accerchiamento.

A nord, ad ovest sull’Eufrate e ad est i turchi che sigillano il confine. A sud le forze oggi governative di Ahmad al-Shara’. Che cosa è successo? Perché il presidente siriano muove guerra alle comunità autonome curde? Abbandonate dalla protezione americana di cui fino ad oggi avevano goduto (si fa per dire…), sono tornate ad essere preda del potere governativo che si è instaurato dopo la cacciata di Assad. Così, nel mentre il regime qaedista benedetto dall’Occidente libera i miliziani del DAESH incarcerati, gli Stati Uniti si defilano: il nuovo corso trumpiano ha recuperato un terrorista come riferimento di zona e ne sostiene il consolidamento al potere.

Kobane, fin dall’inizio della sua resistenza allo Stato islamico, aveva generato una solidarietà internazionale che era stata una boccata di ossigeno per chiunque aveva in mente di dare vita ad un punto di partenza fermo su presupposti completamente opposti a quelli del DAESH ma anche a quelli dei tanti satrapi e signori delle guerre del Medio Oriente. Questa idea di una confederalità dal basso aveva trovato consensi oltre Kobane, diffondendosi tra arabi, assiri, ezidi, circassi. Rinnovando le speranze di poter creare i presupposti per una Siria che, una volto sconfitto il demone criminale dell’ISIS, volgesse verso un multiculturalismo, un mutualismo sociale.

Non è stato così. Ma l’esperimento ha continuato a vivere lì nella città della resistenza, delle truppe popolari YPG, nel suggerire anche ai fratelli curdi del nord un suggerimento di lotta diversa ma non meno efficace. Oggi Kobane sembra di nuovo sola, come lo era stata all’inizio dell’offensiva dei miliziani del DAESH. Gli sguardi dei movimenti internazionali di liberazione iniziano ora ad accorgersi del grido di dolore che proviene dal Rojava, impegnati come sono ad osservare l’Ucraina, Gaza, le prepotenze imperialiste di Trump in Venezuela, nei confronti della Groenlandia, verso un’Europa che, solo ora che sente puzza di minaccia vera, punta un po’ i piedi. Ma non poi così fermamente.

Il nuovo regime siriano ha fatto accordi con tutti quelli che un tempo erano i suoi più inveterati nemici: Stati Uniti d’America e Israele tra quelli davvero più eclatanti. Ma non c’è da stupirsi più di tanto: se vuoi governare non puoi prescindere dall’essere il burattino dell’asse che pretende di dominare nel Medio Oriente e che, effettivamente, ha un controllo politico, militare e civile su vastissima scala. Fuggiti dalle carceri i terroristi dello Stato islamico, liberati dal nuovo potere che avanza, non è affatto improbabile presagire oggi che li ritroveremo domani nuovamente utili a qualche causa imperialista rinvigoritasi per l’occasione.

Kobane, quindi, pare di nuovo sola. Per questo, come in poco più di due lustri e mezzo fa, c’è nuovamente bisogno di un rigurgito internazionalista che esprima una solidarietà concreta al popolo curdo, all’intero Rojava e al Kurdistan nel suo insieme. Analisti preparati hanno sempre ritenuto che il disimpegno statunitense avrebbe avuto come prima conseguenza una avanzata turca da nord e da est. Non è escluso che anche questa disgraziata eventualità si possa concretizzare. Ma ad oggi la minaccia viene da sud, dalla Siria controllata da quelli che ormai tutti considerano degli ex-qaedisti.

Ha scritto molto bene Chiara Cruciati su “il manifesto“: pare che a proteggere Kobane siano rimaste solo le montagne. Le sue amiche di sempre. Non lasciamole sole e, così, non lasciamo soli i combattenti delle YPG, non lasciamo solo il popolo curdo.

MARCO SFERINI

22 gennaio 2026

foto: screenshot ed elaborazione propria / altre foto tratte dal web su licenza Creative Commons

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