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Il richiamo della foresta

Tutti abbiamo un luogo in cui troviamo non solamente un rifugio dalle asperità dell’esistenza, dalle fatiche fisiche come da quelle mentali, ma più ancora l’essenza che ci riguarda. Quel luogo coincide con il buio che ci abita interiormente: il richiamo che ci porta in quella direzione è un qualcosa di primitivamente indomito, di ancestralmente connaturato in una specialità tutta unica che però ha dei tratti in comune con i nostri simili. Nel momento in cui il mondo sembra fagocitarci, prenderci tra le sue spire di eccesso, paura, smarrimento, angoscia e sofferenza vera e propria si possono lenire facendo appello a qualcosa che va oltre la semplice rassegnazione.

Troppo è il calcolo mentale che riporta all’abbandono di ogni resistenza: più diretta, immediata, ma non per questo assolutamente banale è l’istintività cu ci si può lasciar andare, dismettendo la volontà e ritrovando lo spirito primo di ciò che ogni giorno ci fa essere ciò che, almeno apparentemente, siamo. Vale certamente per gli animali umani e, probabilmente, un valore lo ha anche per gli animali che noi non siamo, per quelli che sono esseri viventi e senzienti capaci di provare tutti gli stimoli che gli sono affidati dalla natura e che li mettono in costante contatto con quello che è il limitrofo.

Non sempre per l’essere umano è una città, non sempre per un lupo è una foresta. Gli ambienti mutano ancora di più oggi, ma con grande prepotenza a far data dai primissimi albori delle conquiste coloniali, degli imperi che sorgono e si disfano, delle civiltà presunte o tali che si innalzano antropizzando tutto e tutti, per poi rovinare scagliandosi nella terrestre polvere tanto dei deserti quanto dei suoli più melmosi e maleodoranti. Noi ci siamo messi al di sopra di una scala evolutiva piegandola alle nostre esclusivissime esigenze ed abbiamo “domato” gli animali più liberi: il cavallo, il cane, la mucca, l’asino, persino gli uccelli.

Quelli che non siamo riusciti ad includere al di sotto di noi nella piramide evolutiva antropocentrica, li abbiamo cacciati inventandoci la legge del bastone e della zanna, inducendo coartazione su coartazione mediante la capacità di costruire armi contro cui gli animali non umani non avevano e, tutt’oggi, non hanno scampo. Molti di loro li abbiamo letteralmente strappati dalle loro foreste, dai loro luoghi primordiali, lì dove il richiamo dell’essenza è vivo e fortissimo. Decontestualizzandoli dai loro ambienti, li abbiamo costretti a mutare carattere, a pervertirsi in un tragico percorso di cambiamento radicale, pretendendo che si umanizzassero e sopportassero fatiche che noi non volevamo e anche non potevamo sostenere.

Jack London

Per la sopravvivenza nostra, in mezzo alle aspre condizioni esistenziali sul pianeta, abbiamo soggiogato la loro volontà, spegnendo in milioni, miliardi di loro la voglia di vivere e abbandonandoli ad un’esistenza priva di una qualità naturale che ci è parsa assolutamente trascurabile. Quello che contava è che facessero al posto nostro, che faticassero per noi, che si mettessero anche loro al servizio della sempre più moderna CIVILTÀ. Così, dell’intera Terra noi siamo divenuti i padroni incontrastati, salvo quando qualche vento esattamente naturale non ci impone di ridimensionarci, di ritornare per alcuni attimi più mestamente mansueti: in disgrazia addio orgoglio, quando un terremoto fa crollare intere porzioni di città, devasta quelle che sono le vestigia dei nostri artificialissimi habitat

Oppure quando uno tsunami si abbatte sulle coste di splendide metropoli, di spiagge lussuose e le cancella letteralmente senza opportunità di appello alcuno. Per non parlare della grande, gravissima crisi del cambiamento climatico che imperversa e che è il segnale dell’eccesso oltre l’eccesso stesso, della lancetta di un orologio che si è spinta troppo avanti per poter essere riportata indietro al fine di dare un’ultima occasione ai sapiens per rimettersi in riga con la vera evoluzione naturale della Terra. Jack London fa con “Il richiamo della foresta” (Feltrinelli, 2015) un’operazione unica nel panorama della letteratura pressoché mondiale: ad un primo passo autobiografico nel racconto, sostituisce il divenire lui il cane Buck.

In tutto e per tutto. L’immedesimazione in ciò che può provare, tanto di gioia quanto di dolore, un animale non umano che ci sta tanto appresso, che diviene un amico nel momento in cui viene sottratto alle botte e ai maltrattamenti, affidato al durissimo lavoro del traino delle slitte che portano pesi sempre più intollerabili, è l’intuizione – ci sia permesso affermarlo – antispecista di questo piccolo romanzo di tragica avventura che è a metà tra la poesia e la sublimazione del racconto che, troppo spesso, è stato rubricato solamente come un genere per soli ragazzi. Tutt’altro. Possono leggerlo tutti, perché non è una favola natalizia, non è solo avventura, ma è una riflessione sul rapporto tra animali non umani e umani, tra tutti costoro e la natura nel suo insieme.

London pare trasformarsi, passare dall’antropomorfia solita che si attribuisce al comportamento animale non umano in relazione a noi sapiens, ad una metamorfosi zoofila che gli riesce molto bene anche se, è bene sottolinearlo, si tratta di un giudizio ovviamente umano e, quindi, oggettivamente di parte. Non sappiamo se Buck istintivamente agirebbe così se fosse reale. Ma il tutto trae la sua ispirazione da constatazioni propriamente empiriche: l’esperienza ci suggerisce che il comportamento del cane non obbedisce a mere leggi meccaniche, ma che è influenzato da sentimenti che agli animali non umani venivano negati fino a non molto tempo fa. Si dubitava persino che potessero provare quel dolore che, invece, era sotto gli occhi di tutti…

Locandina del film del 1972 tratta dal libro di London

A questo trattamento schiavistico, frutto dell’antropocentrismo più esasperato, figlio del progresso incedente e moralmente abietto e indecente, si ribella il romanzo di London che, tuttavia, scrivendo “Zanna Bianca” invertirà la rotta e farà fare al suo protagonista il cammino inverso rispetto a quello di Buck. La ricchezza di ricorsi ad archetipi tipici della nostra classificazione dei tanti individui (non considerati tutt’oggi tali dalla maggior parte degli umani) componenti il regno animale, è indispensabile non per alimentare dei pregiudizi plurimillenari, ma per condurre il lettore, attraverso una serie di passaggi intermedi, dal punto di vista dell’essere super-intelligente e, per questo, dominatore, ad un altro punto di vista: quello della ricerca dell’empatia, nonostante l’avidità, la ricerca dell’oro, il contesto sociale del Klondike.

La lettura scorre come scorrono le immagini di paesaggi che pare proprio di vedere, come se ci si trovasse davanti al grande schermo in una sala cinematografica. Ma da soli, davanti ad uno spettacolo tutto nostro, per poterlo vivere con quella necessaria rarissima intimità che regalano i pomeriggi dei giorni feriali in cui, quando proprio non c’è niente da fare, si decide di fare il biglietto e di andarsi a sedere tra centinaia di poltroncine vuote. Buck è la traduzione animalmente non umana dell’animale umano-London. Ma lo scrittore è molto attento nel rapporto che stabilisce in questa mutazione che ha davvero del fantastico (e, per questo, esprime un qualcosa di cristallinamente fiabesco). Tutto ciò che il cane prova è comprensibile umanamente, ma nel provarlo insieme a lui ci si rende conto che l’autore diviene quasi invisibile.

Non solo, ma in particolare nelle ultime scene, in cui il richiamo della foresta diviene intenso, dopo la morte dei suoi amici umani, mentre li vendica facendo strage degli indiani Yeehat, Buck mostra una brutalità che non è estranea nemmeno agli umani ma si comporta da cane che diventerà presto una sorta di mito, di leggenda (il “cane fantasma“) a capo di un brando di lupi in cui, dopo un primo approccio altrettanto difensivo-aggressivo, riconoscerà un vecchio “fratello selvaggio“. Nulla più lega il generoso animale, che aveva per qualche momento fatto le fortune del suo amico John Thornton, al mondo degli umani. Là, dentro l’impenetrabilità della foresta c’è il recupero della propria intima peculiarità.

Può essere che in Buck sia rimasto un qualche riferimento emotivo al fatto che in quell’uomo aveva trovato una disinteressata amicizia. Diversa dal rapporto che gli umani avevano solitamente con i cani da slitta: li tenevano in considerazione solamente per convenienza. Thornton invece tratta i suoi diversamente perché, scrive London «non poteva farne a meno». C’era qualcosa in lui che gli diceva che, nonostante le differenze, nonostante la superiorità mentale umana, non si potevano ritenere quelle bestiole immeritevoli di affetti, di diritti. Non come se ci comportassimo esattamente come facciamo verso i nostri simili, bensì stabilendo un nuovo rapporto tra animalità umana e non umana.

Un nuovo mondo. Un richiamo anche questo di una foresta: quella che ci include tutti e che è l’esistenza su questa Terra in cui non siamo padroni di nulla, anche se pensiamo di doverlo essere per predestinazione divina – come raccontano alcune delle religioni monoteiste – o, molto più laicamente, per naturale e manifesta superiorità intellettiva e manuale. Quella di London è un’epica che ritornerà nella risoluta critica verso un capitalismo predatorio e devastante, capace di egocentrizzare l’essere umano al punto da tramutarlo in nemico della propria specie. Ed è quindi uno sguardo su un mondo che muta profondamente, da cui è stato messo alla prova fin da ragazzo. Da cui non ha mai smesso di essere messo alla prova. Buck, così, fiuta il vento, si guarda intorno e decide di seguire il suo indomito istinto.

Questo romanzo, che diede a London davvero una grande fama internazionale, è un piccolo capolavoro di ricerca delle ragioni prime della convivenza tra tutti gli esseri viventi. Un pensiero che corre e ricorre tra le pagine e che, seguendo comunque anche altri filoni culturali (come il social-darwinismo…), l’autore non rivela ma lascia percepire. Un principio di uguaglianza che, marxianamente, riprenderà in altre sue opere (come in quella certamente più celebre, “Martin Eden“) che confermeranno il suo indiscutibile talento.

IL RICHIAMO DELLA FORESTA
JACK LONDON
FELTRINELLI, 2015
€ 9,00

MARCO SFERINI

10 dicembre 2025

foto: particolare della copertina del libro


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