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Politica e società

Il quadro immobile del consenso annuncia tempesta

A distanza di un anno, le principali forze politiche nei sondaggi oscillano di pochi decimali. Non è un segnale incoraggiante per l’opposizione, ma non lo è neppure per la politica

I numeri della supermedia Agi/YouTrend, calcolati sulle intenzioni di voto registrate dai sondaggi nazionali nel corso del 2025, restituiscono un’immagine eloquente: a distanza di un anno le principali forze politiche oscillano di pochi decimali, raramente superando la soglia dell’1%.

Fratelli d’Italia resta stabilmente sotto il 30%, con un lieve incremento (+0,7%) che conferma la solidità del partito di Giorgia Meloni pur in assenza di capacità espansiva. Il Partito democratico arretra di oltre un punto (-1,4%), confermando la difficoltà nel trasformare l’opposizione in consenso. Il Movimento 5 Stelle cresce (+1,2%), ma senza segnare un vero cambio di passo.

Il resto del quadro è fatto di micro-variazioni: Forza Italia e Lega in lieve calo, Verdi/Sinistra che crescono marginalmente dopo aver consolidato un posizionamento consistente, il cosiddetto Terzo Polo – mitologica creatura a tre teste mai veramente esistita e idealmente composta da Azione, Italia Viva e Più Europa – che sostanzialmente non si muove. La sintesi politica è presto detta: il 2025 non ha cambiato i rapporti di forza, almeno per come espressi dalle intenzioni di voto.

La stabilità non è un segnale incoraggiante per l’opposizione, dal momento che normalmente la lontananza dal governo spinge il consenso. Ma non lo è neppure per la politica. La calma piatta assomiglia sempre più a un sintomo di disaffezione, come se una parte crescente dell’elettorato avesse smesso non solo di modificare le intenzioni di voto, ma di concepire il voto come possibile strumento di cambiamento.

A rafforzare questo giudizio contribuisce un dato che ha accompagnato tutti i cicli elettorali più recenti: l’astensione. Come confermato da gran parte delle tornate regionali del 2025, dove l’astensione ha superato il 50%. Elezione dopo elezione, una quota sempre più ampia di cittadini sceglie di non partecipare, portando l’Italia su livelli di non voto che fino a pochi anni fa sarebbero sembrati impensabili. Il consenso non si muove anche perché una parte crescente dell’elettorato esce dal campo di gioco per guardare la partita dagli spalti.

In questo scenario occorre interrogarsi non tanto sull’opposizione e sul suo stallo, o su una maggioranza che rimane salda senza crescere, quanto su quale forma stia assumendo la politica. Le analisi più recenti sulla trasformazione della sfera pubblica – come quelle che ruotano attorno all’idea di iperpolitica elaborata dallo storico belga Anton Jäger – mettono a fuoco un paradosso: mai come oggi il discorso politico appare onnipresente, iper-visibile, carico di conflitti simbolici, polemiche quotidiane e prese di posizione su qualsiasi questione. La politica è ovunque, meno dove dovrebbe effettivamente essere.

La sovraesposizione della politica non si accompagna a una maggiore capacità di incidere sulla vita quotidiana. Le persone, di conseguenza, se ne allontanano o decidono di non investire energia nel cambiamento. Una politica che si consuma vuoi nello spettacolo, vuoi nel commento permanente e che, anche grazie ai social media, diventa una mobilitazione estemporanea sempre più lontana dai processi di trasformazione collettiva.

Non sorprende, quindi, che la dinamica del consenso si traduca in un pentagramma senza note: quando il voto non è più percepito come un mezzo per incidere sulla qualità della vita e sulla capacità collettiva di affrontare problemi quotidiani, allora smette anche di essere un terreno di speranza e cambiamento. Nell’iperpolitica tutto appare politicizzato ma poco è davvero trasformabile. Così, l’astensionismo crescente diventa il complemento del consenso immobile.

Del resto, la calma è solo apparente. Il non-cambiamento potrebbe essere il prodromo di qualcosa che sta per accadere. La quiete prima della tempesta. Quando l’elettorato smette di pensare che la politica serve a qualcosa, cessa anche di ancorare le proprie scelte a progetti collettivi che parlano a un futuro in comune. Il risultato è una ulteriore individualizzazione dei meccanismi del consenso, che conferma l’inutilità della politica come strumento di “governo dell’adiacente possibile”.

La calma piatta dei sondaggi è il marcatore di una politica che risponde al desiderio individuale, senza più presa sui bisogni e sui progetti collettivi. Un terreno che la destra ha imparato a presidiare bene e che la sinistra, ovunque essa sia, dovrebbe percorrere diversamente tessendo i fili che uniscono desideri e bisogni, aspirazioni individuali e soluzioni collettive.

Il dato politico della “supermedia” non è tanto chi sale o chi scende di mezzo punto, quanto che le persone appaiono sempre meno disposte a credere che votare diversamente possa fare una qualche differenza. È questa la vera tempesta che si prepara sotto la superficie piatta delle intenzioni di voto: una democrazia sempre più scollegata dalle aspettative di chi dovrebbe sostenerla.

FILIPPO BARBERA

da il manifesto.it

Foto di Tara Winstead

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