La condanna in primo grado degli esponenti di Casa Pound per l’aggressione mossa contro manifestanti che si opponevano alla presenza di Salvini in quel di Bari il 21 settembre 2018, offre l’occasione per rileggersi la Legge 20 giugno 1952, n. 645, comunemente conosciuta come “Legge Scelba“. A proporla, per l’appunto, fu Mario Scelba, esponente di spicco della Democrazia Cristiana in un periodo non certamente semplice della primissima storia della neonata Repubblica Italiana. Per i più attempati e per quelli che ancora rientrano nella finestra temporale della mezza età, quando si parla del Ministro degli Interni originario di Caltagirone, si fa sempre riferimento al potenziamento del corpo di polizia della Celere in vista di possibili insurrezioni da parte della sinistra e dei comunisti.
Gli anni che vanno dal 1948 al 1953 sono solcati da grandi sommovimenti di piazza, da un avvicinamento sempre più progressivo dell’Italia agli Stati Uniti, di cui proprio Scelba fu tra i protagonisti. Si parla di un esponente democristiano tutt’altro che tenero nei confronti delle sinistre e, quindi, di una importante parte del settore democratico tanto della Costituente prima, quanto del Parlamento repubblicano poi. Il suo nome, del resto, è pure legato alla firma della cosiddetta “Legge truffa” che il governo di De Gasperi voleva introdurre portando il sistema elettorale da proporzionale a nettamente maggioritario, introducendo un premio di maggioranza del 65% dei seggi per liste o aggregati di liste che avessero ottenuto la metà più uno dei voti validamente espressi.
Quindi, detta molto francamente, Mario Scelba non era un politico moderato nella sua lotta contro le sinistre, contro il comunismo, contro i comunisti. Ma era, come molti suoi colleghi della DC, un antifascista che, oltre tutto, si era battuto affinché il suo partito si esprimesse, nel referendum del 2 giugno 1946, per la repubblica piuttosto che optare per la scelta monarchica: pare che la motivazione risiedesse nel fatto che anche i cattolici democratici dovevano avere un protagonismo nella fondazione della nuova forma dello Stato, qualora avesse prevalso; scostandosi così da un regime sabaudo che aveva ampiamente compromesso le libertà dell’Italia liberale di inizio Novecento: prima non impedendo ai fascisti di occupare la capitale e poi condividendo molte delle scelte mussoliniane degli anni Venti e Trenta.
La Costituzione della Repubblica prevede al primo comma della XII disposizione finale che «È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista». Si è dibattuto in quei primissimi anni del secondo dopoguerra cosa si intendesse nel concreto, nella vita di tutti i giorni, per “riorganizzazione” e, quindi, quando si era in presenza di un nuovo grumo di autoritarismo politico, di un tentativo di riemersione del sudiciume antipolitico, antidemocratico e incivile riconducibile al PNF o al PFR dell’ultimo periodo della repubblichina di Salò. La risposta venne proprio dalla legge che porta il nome di Scelba ma che, per lo meno negli intenti che gli storici hanno saputo mettere a nudo, aveva una finalità di contenimento dei moti di piazza più generalmente intesi.
A fare un paragone azzardato, eppure in qualche maniera non così balzano, si potrebbe affermare che, come Mussolini intese la sua legge contro la Massoneria come una legge speciale per la chiusura di tutte le organizzazioni più o meno segrete, ma in realtà andrò a colpire le opposizioni e a reprimere tutte le associazioni e i partiti di opposizione, così Scelba e i democristiani di destra, nonché i liberali del PLI, caldeggiarono una normativa di applicazione della disposizione costituzionale nello specifico fingendo di voler evitare qualunque ricostituzione anche parziale e sotto falso nome del disciolto partito fascista, ma nei fatti si proponevano una ennesima, feroce offensiva anticomunista. Per la verità il testo della Legge Scelba è piuttosto esplicito e non lascia adito a grandi interpretazioni almeno nella sua applicazione.
Rimaneva anche allora da comprendere il confine tra espressione delle idee, anche antidemocratiche e liberticide, illiberali e quindi non consone allo spirito della Repubblica antifascista, e la loro concretizzazione in una forma organizzativa che, partendo per l’appunto dal presupposto di sovvertire le istituzioni, mirasse alla reintroduzione non solo di riti esteriori ma di vere e proprie pratiche tipiche del fascismo, della dittatura, del regime mussoliniano. La differenza tra la legge sulla Massoneria e su quella di Scelba è evidente: la prima era un voluto pretesto da legge chiaramente “speciale” in un contesto di evoluzione di un regime dittatoriale; la seconda prende a svilupparsi invece in un contesto completamente opposto, almeno sul terreno istituzionale, e fa i conti con l’allargamento del respiro democratico della Repubblica.
Il problema fu, semmai, il contesto più strettamente vicino in chiave temporale alla formulazione del dispositivo normativo in questione: si darebbe oggi per scontato che nel dibattito parlamentare di allora ne fossero pienamente convinti, e per primi, socialisti e comunisti che furono, come del resto i popolari e molti altri antifascisti, perseguitati dal regime di Mussolini. Invece tanto il PSI quanto il PCI, più che naturalmente, lessero in questo quadro di norme quell’ennesimo tassello di accanimento antiprogressista e, più nello specifico, ferocemente anticomunista che esponenti come Scelba intendevano perseguire. Sono gli anni in cui l’America di Eisenhower preme, anche attraverso l’ambasciatrice Clare Boothe, affinché il governo italiano abbandoni la timidezza degasperiana in tal senso e si imposti su una più risoluta ed energica contrarietà ad ogni attività delle sinistre.
La Legge Scelba nasce, cresce e si forma in questo contesto: il ring su cui si disputa la contesa politica è anzitutto sociale. Le organizzazioni delle lavoratrici e dei lavoratori crescono, si consolidano e i sindacati divengono, insieme ai partiti progressisti e alle associazioni culturali, il contraltare del potere di governo che si è atlantizzato, che guarda alla sponda opposta dell’Oceano Atlantico, mentre i socialisti mediano, e i comunisti si rivolgono ad est, a Mosca. In questo difficile contesto di evoluzione della democrazia repubblicana, si garantiscono vicendevolmente maggioranze e opposizioni, forti dei loro apparati, dei riscontri ampiamente popolari: sono i partiti ideologici, fortemente presenti in tutti i territori. Nell’ambivalenza delle posizioni, per quante contraddizioni si possano registrare, la democrazia prende piede ma viene anche minacciata.
I nostalgici del fascismo tentano di sovvertirla tramando unitamente a quelle forze che temono l’egemonia sovietica impiantata nello Stivale. Così si mischiano i piani, si confondono le parti in causa, si finisce per non conoscere più il vero nemico alla frontiera e quello interno che impianta basi militari ovunque per colonizzare l’Italia del secondo dopoguerra. C’è una politica di destra che pretende di essere inserita nell’agone parlamentare e, quindi, seguire le linee della democrazia, pur dichiarandosi conservatrice, pure monarchica. Ce n’è una che, mentre siede in Parlamento, si adopera per tenere i contatti con elementi della peggiora eversione nera. E poi ci sono manifestazioni e agitazioni di piazza che intendono creare le premesse di quella che sarà poi la “strategia della tensione” per tentare di spostare le fondamenta repubblicane dal parlamentarismo al militarismo, ad un regime simile a quello dei colonnelli greci.
La storia della Legge Scelba, in fondo, è la storia di un Paese che non ha mai fatto veramente i conti con il fascismo, pur ammettendo che il fascismo era il male assoluto e che, quindi, per quanto imperfetta e claudicante fosse ancora la giovane Repubblica, meglio era tenerla al riparo da chissà quali tentativi di eversione e sovversione ti natura prettamente autoritaria. Così, l’instabilità politica, che sarebbe durata almeno fino alle prime nascite dei governi di centrosinistra (quindi DC e PSI alleati insieme a repubblicani, socialdemocratici e liberali) intorno ai primi anni Sessanta, è certamente una delle premesse su cui si regge l’ambigua nascita della Legge di Mario Scelba. Rimane, lo si voglio o no, insieme alla Legge Mancino, la norma che meglio specifica il dettato costituzionale in materia di “riorganizzazione del disciolto partito fascista“. I tempi cambiano, le questioni a volte rimangono.
Tanto che ancora oggi, in questo 2026 di epoca meloniana, si torna e ritorna a discutere del se e come sciogliere organizzazioni che sono chiaramente di stampo neofascista e che, proprio per poterlo essere, si mascherano dietro simbologie e nomi che richiamano ad emblemi tal volta runici, altre volte celtici, altre volte ancora a presunzioni di mitologia classica. Oppure riprendono nomi e cognomi di poeti e scrittori per darsi anche un tono di intellettualità che vorrebbe quindi smentire il fatto che la destra autoritaria e fascista non è mai stata capace di costruire una visione ragionata della società: ma solamente ha saputo fare la voce grossa, giganteggiare con la forza mascellare del suo capo, amplificarne la voce fino ad oggi, riproponendone le presuntuose argomentazioni di supremazia italica, etnica, razziale e morale.
La sentenza sui fatti di Bari del 2018 ripropone la questione dello scioglimento delle organizzazioni che hanno inteso, con parole, simboli e metodi, rimettere in campo atteggiamenti squadristici: picchiando gli avversari, usando quella violenza che è la quintessenza impolitica del neofascismo di ieri e di oggi e che si innesta su un profondissimo odio per tutto quello che è altro da loro stessi, dai fascisti del nuovo millennio. La sentenza sui fatti di Bari contesta ai militanti di Casa Pound non solo, ex articolo 5 della Legge Scelba, l’aver compiuto «manifestazioni usuali del disciolto partito fascista» ma pure, rifacendosi all’articolo 1 della medesima legge, l’«aver partecipato a pubbliche riunioni, compiendo manifestazioni usuali del disciolto partito fascista ed in particolare per aver attuato il metodo squadrista come strumento di partecipazione politica».
Qui ci sarebbe tutto un altro capitolo da aprire: non solo nei confronti di movimenti extraparlamentari noti per il loro neofascismo; ma in particolare per partiti che, pur essendo passati da Fiuggi, hanno mantenuto un legame di non poco conto con un nostalgismo autoritario non sottaciuto, non nascosto e, anzi, esibito platealmente. La Legge Scelba all’articolo 1, nel definire quando si ha ricostituzione del disciolto partito fascista, così si esprime nei confronti di chi «svolgendo propaganda razzista, rivolge la sua attività alla esaltazione di esponenti, principii, fatti e metodi propri del predetto partito o compie manifestazioni esteriori di carattere fascista». Qui rientrano senza dubbio i saluti romani ad Acca Larentia e non di meno i busti di Mussolini mostrati come cimeli di famiglia. Qui rientrano le fiamme tricolori inserite in simboli virginalmente rinnovati.
Qui rientrano, o dovrebbero rientrare, le politiche di esclusione dall’universalità dei diritti per tutte e tutti coloro che vivono nel territorio della Repubblica. Dovrebbero rientrare non le minacce comiziali, ma i decreti legge contro i migranti e i blocchi navali, i sequestri di persona sulle navi delle ONG e le restrizioni delle libertà di manifestazione, i “fermi preventivi” che ricordano le “custodie protettive” di nazionalsocialistica memoria… Considerato lo stato delle cose, sarebbe già un miracolo se il ministro dell’Interno sciogliesse Casa Pound seguendo la cronologia delle cause e degli effetti dati dalla storia del riconoscimento della “ricostituzione del partito fascista” fatta dai tribunali con sentenze contro organizzazioni come “Ordine Nuovo” (1973) ed “Avanguardia Nazionale” (1976). Se così fosse sorprenderebbe soltanto perché un governo come quello attuale non verrebbe nemmeno preso in considerazione dagli allibratori in una scommessa del genere.
Ma siamo qui anche per stupirci. Ne facessero almeno una di cosa buona… Difficile poter dire: “Meloni ha fatto anche cose buone“, perché il saldo del confronto tra danni e utilità, tra guasti e riparazioni è negativissimo. Ma c’è sempre tempo per redimersi. Forse qui gli allibratori possono scommettere: andrà tutto come deve andare. Nessuno scioglierà nessun altro: nel nome del vecchio almirantiano motto “Non rinnegare, non restaurare“. Più compatibili di così con il sistema, che si vuole?
MARCO SFERINI
13 febbraio 2026
foto: screenshot ed elaborazione propria















