Marco Sferini
Il punto di osservazione marxista sulle crisi del capitale oggi
Anche il più spregiudicato e interessato politico iperliberista dovrebbe badare, se vuole mantenere sostanzialmente intatto o, quanto meno, contendibile il suo consenso elettorale, alla tenuta di quello che è uno degli elementi forse più trascurati nel panorama economico tanto nazionale quanto globale: la massa delle crescita. Si sente spesso citare, infatti, il tasso di crescita come segnale di buona, media o pessima salute di un paese a seconda della sua salita, del suo stabilizzarsi o della sua, invece, pericolosa discesa. Ma – come insegnano prima di tutto gli economisti che fanno riferimento al liberalismo e ad una sorta di autoregolamentazione possibile del processo mercatista e del capitalismo in chiave più ampia – va considerata anzitutto la massa stessa della ricchezza prodotta.
Non è sufficiente affidarsi esclusivamente al dato in percentuale. Per comprendere se vi è una vera crescita sociale si deve indagare in che condizione si trovi la forbice tra la domanda presente nei ceti più poveri e tra quella nei minuscoli numeri riguardanti i più ricchi, i grandi benestanti: imprenditori, speculatori finanziari, anzitutto. I governi tendono a negare che stia qui il principale segnale di progresso o di regresso delle loro economie interne e, in molti casi, continentali. Ma tutti i riscontri, in particolare quelli forniti dagli studi effettuati dal Fondo Monetario Internazionale (che non è certamente una associazione di filantropi e tanto meno un qualcosa di riferibile all’alternativa socialista e comunista), decretano che la massa della crescita ci dice con estrema chiarezza in che direzione andiamo.
Su come si strutturi una crisi del sistema capitalistico esiste una letteratura piuttosto corposa, a far data dall’analisi del terzo libro de “Il capitale” di Marx: la dinamica esatta (o pressapoco tale) della composizione degli elementi che determinano una fluttuazione dei mercati tale da innestare evidenti segni di indebolimento dell’intero sistema, è e rimane un qualcosa di oggettivamente poco incasellabile, molto dipendente da fattori troppo eterogenei e con una chiara propensione ad una eterogeneità dei fini. La tendenza alla “caduta del saggio di profitto” riguarda esattamente questi processi di crisi e non si potrebbe nemmeno escludere oggi, in tempi in cui la chiusura dello Stretto di Hormuz sta provocando il rallentamento stesso della vita (e dunque della produzione della ricchezza) in moltissimi paesi.
Non c’è dubbio sul fatto che la prima risposta liberista (borsistica e finanziaria) alla guerra israelo-americana contro l’Iran sia stata di chiaro segno speculativo. Ma oggi, mano a mano che il conflitto prosegue e non accenna a fermarsi nemmeno per un attimo, si vengono determinando nuovi elementi di sovvertimento delle previsioni che, fino a poco tempo fa, era possibile fare in una condizione indubbiamente mutata dal multipolarismo ma, tuttavia, corrispondente a schemi che avevano già interessato il sistema capitalistico nel corso della sua evo-involuzione (a seconda non tanto dei punti di vita, ma delle vere e proprie condizioni di esistenza di miliardi di proletari di ieri e di oggi). Marx guarda alla caduta generale del saggio di profitto osservando una controtendenza.
Si sarebbe portati a pensare, infatti, che con meno domanda si abbia anche una minore occupazione, un restringimento quindi dei numeri degli occupati nelle grandi aziende che sono, alla fine, il centro della produzione mondiale (e che quindi condizionano tutti gli altri settori produttivi). Invece, sostiene il Moro: «…il numero dei lavoratori occupati dal capitale, cioè la massa assoluta del lavoro messo in moto dal capitale, quindi la massa assoluta del lavoro eccedente assorbito, quindi la massa assoluta del plusvalore che produce, quindi il valore assoluto ovvero la massa del profitto prodotto, quella massa perciò può crescere progressivamente, nonostante la caduta progressiva del saggio del profitto. Non solo può, ma deve essere cos’ per la base del modo capitalistico di produzione».
Questa analisi, che corrisponde effettivamente alla reazione che il capitale ha nei confronti dei propri grandi cicli di crisi, osserva una delle caratteristiche contraddizioni del sistema: per arginare le perdite deve massivizzare tanto l’impiego di forza lavoro quanto quello, dunque, di produzione delle merci e di immissione sui mercati che possono essere già (relativamente) saturi. Marx si domanda da cosa dipenda questa enorme insensatezza, questa sorta di idiosincrasia che si va stagliando sullo sfondo della formulazione delle crisi del capitale che, invece di decelerare, accelera e che, invece di risparmiare, non fa che divorare ulteriormente i beni fondamentali, partendo da quelli ovviamente naturali. La contraddizione quindi consiste nella caudata del saggio di profitto a cui corrisponde non una caduta della sua massa, bensì una sua crescita.
Se anche oggi, dunque, si vogliono osservare con oculatezza i processi di crisi in corso, partendo da quelli che sono gestiti tramite l’innesco di guerre devastanti intere regioni del pianeta, bisogna tenere conto di tutta una serie di evidenti ritorsioni contraddittorie generate da un’economia assolutamente globale e i cui effetti, dunque, sono distribuiti su scala planetaria, ma la cui sorgenza può determinare sviluppi incalcolabili da nazione a nazione, da polo economico ad altro polo economico: questo perché dal momento in cui parte una caduta del saggio di profitto non è affatto detto che a questa corrisponda una eguale o anche soltanto simile caduta della massa del profitto medesimo. In altri termini, se in anni passati la Cina aveva mostrato qualche cedimento proprio riguardo le percentuali del proprio prodotto interno lordo, si era potuto constatare, in un breve lasso di tempo, che la sua produzione non era calata.
La mancata preoccupazione del governo cinese riguardo il calo dei punti del PIL aveva destato qualche scalpore tra gli economisti occidentali, tanto europei quanto americani. Alla domanda riguardante il perché Pechino non temesse quella contrazione della ricchezza e non avesse grande ansia nell’immediato futuro, i portavoce del governo rispondevano che il loro interesse riguardava, anzitutto, l’assorbimento lavorativo come investimento esattamente opposto riguardo proprio agli anni che sarebbero seguiti. In quel periodo (2018), gli Stati Uniti avevano il potenziale per far registrare un aumento della forza lavoro di tre milioni di unità in un anno. La Cina – fatte certamente le debite proporzioni riguardo la sua popolazione – aveva un potenziale di assorbimento nel processo produttivo invece di ben dieci milioni. Il tutto con un tasso di crescita, per l’appunto, inferiore a quello degli States.
La grandezza dell’economia, dunque, non è di per sé una garanzia del tasso di crescita e viceversa. Per leggere con queste lenti dell’analisi marxista l’oggi, chi si affanna a muovere guerra con pretesti più o meno vari contro nazioni che erano un pezzo delle garanzie della stabilità di una determinata area (in questo caso l’esempio dell’Iran, visto dall’osservatorio privilegiato dei paesi della regione e da quelli arabi in senso più lato), non dimostra di essere il più forte e il più dominante, ma non fa che evidenziare problematiche crescenti proprio a riguardo della massa della crescita, pur avendo magari un PIL annualizzato aumentato dell’1,4% nel 2025, dimostrazione comunque di un progressivo rallentamento se si guarda al terzo trimestre dell’anno citato. Gli economisti e i grandi banchieri tendono a minimizzare.
Lo fanno sempre citando gli aumenti della ricchezza pro capite ed evitando di citare invece la massa complessiva della ricchezza: un paese come la Gran Bretagna può essere oggi più ricco rispetto a ieri in quanto a raffronto delle percentuali sulla ricchezza prodotta, ma può registrare, nel corso del tempo, una minore distribuzione della ricchezza nel suo insieme. Ciò dimostra che la legge generale sulla caduta del saggio di profitto ha un doppio taglio che Marx sottolinea con abbondanza per mostrare come non vi sia stabilità per il capitale nemmeno nello sviluppo delle sue stesse dinamiche: non c’è certezza alcuna tanto del progresso quanto del regresso. Spesso si magnificano – come ha fatto anche il governo Meloni di recente – gli aumenti pensionistici o salariali di poche decine di euro (quando non anche di pochi euro stessi!) come un dato oggettivo della crescita nel suo insieme. L’Italia si starebbe riprendendo.
Questo nonostante le crisi endemiche del capitale, nonostante l’impostazione antisociale dell’economia di guerra che fa aumentare i profitti stratosferici delle industrie delle armi e impoverisce nel suo complesso il resto dell’economia nazionale. Ma è una falsissima speranza: la massa della ricchezza, per l’appunto, aumenta solo se la si guarda nella piccola percentuale dei possidentissimi, dei stra-miliardari che pagano una inezia di tasse rispetto ai profitti che ottengono dalle instabilità sociali, da quelle più generalmente globali. Se oggi i governi europei corrono ai ripari per cercare di far riaprire Hormuz e per far passare le petroliere e le navi gasiere, non è fondamentalmente per uno spirito di umanitarismo: questo è assodato. Ma è per evitare il crollo verticale di regimi economici che non potrebbero più chiedere sacrifici ai popoli se non al prezzo di vere e proprie rivolte.
Rivolte che sarebbero innescate da mutamenti di stili di sopravvivenza già piuttosto precari. Si prospettano, sul medio e lungo periodo, veramente degli scenari peggiori rispetto a quanto si è assistito durante il biennio pandemico. Non verranno a mancare i generi di prima necessità, ma si dovranno razionare i carburanti, si dovranno limitare gli usi dei trasporti, si dovrà quindi gestire una emergenza che, pur vedendo le nostre presunte civiltà crescere nella loro ricchezza percentuale, almeno fino ad un certo momento, saranno estremamente più povere nella considerazione della massa della loro ricchezza vera, oggettiva, tangibile e quindi (in)distribuibile rispetto al periodo antecedente il conflitto. Trump, Netanyahu e le loro cerchie di potere fanno grandissimi affari sulla pelle di miliardi di persone.
Il progetto del Board per Gaza ne è uno degli esempi più clamorosi e resi manifesti con la squallida spavalderia di chi si può permettere di sbattere in faccia al mondo l’ostentazione di una ricchezza che si erige sulle macerie materiali di intere città, su quelle fisiche di montagne di cadaveri. Siamo, rispetto alla fine del secolo scorso e agli inizi del nuovo millennio, in una fase di imbarbarimento del capitale: ad un punto tale che è tollerabile il peggio della prepotenza al potere. Da Milei a Trump, da Putin ad Orbán, da Netanyahu a vecchi leader jihadisti che prendono il potere grazie ai Vietnam che non abbiamo saputo vedere in tutti questi anni di presunta lotta al terrorismo: Afghanistan da un lato, Siria dall’altro. La redistribuzione della ricchezza in questo contesto è qualcosa di più della “semplice” strutturale ineguaglianza del capitale di un tempo.
Non conta, per la povera gente, se la guerra la si perde o la si vince: perché è un conflitto causato da una alterazione di un presunto equilibrio multipolare che pareva, fino qualche anno fa, fino a poco prima delle seconda presidenza di Trump, fino a prima dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia e fino, ovviamente, prima del 7 ottobre 2023, in qualche modo tenere in una dimensione di sviluppo sbilanciato ma non così diretto al disastro come oggi. Un disastro da cui il capitalismo neoliberista cerca di salvarsi sopravvivendo a scapito di un intero mondo. Il fallimento del sistema è l’unica buona notizia, certificata ancora una volta dai fatti. La cattiva è che il costo non lo pagheranno coloro che ne sono i principali responsabili.
MARCO SFERINI
3 aprile 2026
foto: screenshot ed elaborazione propria














