Marco Sferini
Il progetto del Corridoio E1: la fine del “sogno palestinese”?
Non solo Smotrich. L’intero gabinetto di guerra israeliano, ad iniziare da Benjamin Netanyahu, non fa più alcun mistero del fatto che l’impedire la nascita di un qualunque Stato di Palestina è l’obiettivo di tutta questa campagna genocidiaria contro il popolo di Gaza e contro quello della Cisgiordania. I supersionisti iper-religiosi, razzisti, imperialisti e disumani all’ennesima potenza non si celano più dietro nessun velo. Ormai, apertis verbis, dichiarano quello che abbiamo sempre saputo: il 7 ottobre 2023 è stata la triste, orrorifica opportunità per le destre estreme israeliane di mostrare i muscoli e di farla finita con il concetto politico ed etnico stesso di Palestina.
Sono pronte oltre tremila nuove colonie da piazzare nella West Bank, per separarla in due tronconi, per isolare Gerusalemme Est, per annettere definitivamente il territorio ad Israele. Sorte simile, se non peggiore, avrà la Striscia di Gaza o, per meglio dire, quel che ne resta. Il vento criminale della pulizia etnica soffia ovunque e il genocidio in corso lascia interdetti anche i governi che più recalcitravano nell’ammettere il piano sanguinario del governo di Tel Aviv. Il piano E1, l’insediamento colonico tra Gerusalemme e Ma’ale Adumim, è, secondo Smotrich, la pietra tombale definitiva su qualunque ipotesi di nascita di uno Stato palestinese.
Vecchi progetti come questo, dichiarati un tempo persino da Israele “colonie illegali“, ora possono tornare in auge ed essere anzi la punta di diamante di una avanzata dei peggiori elementi fanatici della destra ultrareligiosa: un po’ come se si fosse davanti ai dei reparti speciali di Tsahal che, invece, è occupato nell’inferno di Gaza a mettere in pratica i piani di controllo militare, civile e politico della Striscia. Già detto, scritto e affermato, eccolo il “Grande Israele” che questi energumeni hanno sognato per decenni. I fronti esterni e quelli interni hanno messo lo Stato ebraico nella condizione di essere il dominus di un’area mediorientale incapace di trovare un equilibrio e, quindi, altamente destabilizzabile e per lungo tempo.
Senza mezzi termini, eccolo qui Smotrich: «Dopo decenni di pressioni e blocchi internazionali, stiamo infrangendo le convenzioni e collegando Ma’ale Adumim a Gerusalemme. Questo è il sionismo al suo meglio: costruire, insediare e rafforzare la nostra sovranità nella Terra d’Israele». Infrangere trattati internazionali, infischiarsene dell’altrettanto diritto, irridere e sbeffeggiare l’ONU, rispondere quindi soltanto a sé stessi e, tutt’al più, ascoltare quello che hanno da dire Trump e i sauditi, affaristi con cui si può mettere di nuovo in piedi il tri-quadrilateralismo di un tempo per gestire gli affari della regione convulsamente divisa tra crisi interne, rapporti bilaterali frantumati e tanti conflitti aperti da nord a sud, dal Kurdistan al deserto arabico.
La mossa dell’insediamento E1 è emblematicamente iconica: la separazione territoriale della Cisgiordania, la sua fine come unità continua del territorio abitato dai palestinesi consente a criminali fascisti come Smotrich di proclamare una “realtà israeliana” che incede, avanza prepotentemente sulla scorta del massacro di Gaza e che, parimenti, sconfigge il “sogno palestinese” di una terra libera, di uno Stato, di una nazione nel senso più etnico del termine. Non c’è più nulla che possa fermarli, semplicemente perché non c’è nessuno che tenta di fermarli con sanzioni internazionali di grande portata, con limitazioni tanto economiche quanto politiche.
Israele oggi è stato trasformato in un vero e proprio Stato dominante che si separa dal resto della comunità internazionale. Intriso solo di arroganza, prepotenza e vigliaccheria, il governo di Netanyahu, Smotrich e Ben-Gvir è la quintessenza di un vero e proprio terrorismo di Stato contro i popoli che sono limitrofi ad Israele e che sono minacciati dalla sua voglia di dominio, di espansione a scapito di tutto e di tutti. La democrazia del Medio Oriente è tramontata da tempo, ma oggi è soltanto un ricordo. Decine di migliaia di persone scendono in piazza contro il governo che, però, finge di non vedere, di non sentire e va avanti nella realizzazione dei suoi piani genocidiari.
C’è chi ritiene, anche in Italia, che parlare di riconoscimento dello Stato di Palestina sia, più che una proposta politica o una provocazione altrettanto tale (vista l’inesistenza dello Stato in questione), «una ipocrisia, micidiale innanzitutto per i palestinesi». Esiste questo pericolo. Anzi, probabilmente è così: ma si tratta di una menzogna che ci si racconta non per illuderci di qualcosa che invece non c’è e non ci potrà essere quanto meno in tempi brevi. Semmai ha più che altro il colore misto di un tratto melanconico rivolto al passato e di una grande voglia nel presente di farsi sentire da una comunità mondiale ampiamente divisa tra sostenitori e detrattori della libertà dei palestinesi di poter anzitutto vivere nella loro terra e, quindi, di avere uno Stato.
Quando si richiede ai governi dei singoli Stati di riconoscere lo Stato di Palestina lo si fa prima di tutto per domandare che i palestinesi stessi siano riconosciuti come entità nazionale. Il simbolico, per l’appunto, ha qui una grande valenza, essendo consapevoli che i rapporti di forza attuali sono tutti, ma proprio tutti a sfavore, contro anche la sola idea di poter assistere ad una proclamazione della Repubblica palestinese che dovrebbe avere come precondizione l’accettazione del tutto da parte del collimante Stato ebraico. E l’Israele di oggi, come si è potuto evincere, si trova al punto più alto di ostilità nei confronti dell’anche sola vagheggiata idea e possibilità di avere accanto un’altra entità statale, la Palestina nei confini stabiliti nel 1967.
Dobbiamo porre attenzione al grido di allarme di chi afferma che rincorrere l’idea dello Stato palestinese oggi può voler dire allungare il conflitto, sacrificare inutilmente tante altre vite di gazawi e di cisgiordani. Non è un urlo astratto, gettato lì tanto per distinguersi dalla vulgata dei “due popoli, due Stati“. I commentatori esperti di Limes sono tra i più accesi sostenitori di questa critica ragionata e molto pragmaticamente espressa. Tuttavia, come affermavano i rivoluzionari irlandesi nella loro lotta contro l’impero britannico, bisogna a volte agire pensandosi come un esercito, come se lo Stato che si reclama indipendente e non c’è, ci fosse davvero.
Questo non solo per avere dalla propria un sufficiente bagaglio di entusiasmo e di capacità resiliente rispetto ai drammi che si incontrano ogni giorno. Ma soprattutto per pensarsi differentemente da come il nemico vorrebbe che che ci si pensasse. Le parole di Smotrich sono veramente molto emblematiche a questo proposito: sono chiarissime nell’asserire perentoriamente che non esiste e non esisterà non solo lo Stato di Palestina, ma nemmeno l’idea dello stesso. La cancellazione anche della sola ipotesi rafforza l’intento imperialista di Israele che, oramai, è considerabile come uno Stato terrorista, uno Stato che, spargendo terrore in una popolazione costretta all’apartheid e al confinamento sempre più ristretto nella Striscia, è alla mercé del conquistatore.
Le cifre sono impietose: dal 7 ottobre 2023 i palestinesi uccisi da Israele sono circa 61.000. Il cardinale Matteo Zuppi ha dato vita ad una maratona di letture dei nomi di oltre 12.000 bambini uccisi nella Striscia di Gaza dall’inizio della guerra di conquista, che tale si è rivelata quasi fin da subito rispetto alla rappresaglia per l’atto terroristico di Hamas, come millantato dal governo di Netanyahu. Di vera e propria “rivoluzione” parla uno Smotrich infervorato più del solito, sostenendo di avere, nemmeno a dirlo, il pieno appoggio del primo ministro e dell’intero governo. La rivoluzione dei coloni che si preparano a separare la West Bank e a concretizzare così l’oggettiva fine della continuità territoriale della Cisgiordania (per Israele è la provincia di Giudea e Samaria).
Gaza è, tra le altre del Medio Oriente, una città che affonda le sue radici e il suo stesso nome in tempi lontanissimi, ultramillenariamente crocevia di interessi tra i più disparati: dall’Africa alla Mezzaluna fertile, dal Mediterraneo alle regioni più lontane ancora dell’Asia. Un punto di raccordo di così tante civiltà da dover essere preservata anzitutto per il suo valore di interscambiabilità delle culture, oltre che delle economie. Invece, oggi, ne resta solo un paesaggio desolantemente lunare, pieno di cadaveri, macerie, crateri creati dalle bombe e dai missili lanciati dai droni e dagli aerei israeliani. Ed Hamas detiene, inspiegabilmente (si fa per dire…), un certo potere politico e militare. Il terzo esercito più potente al mondo non è in grado di stroncare questo gruppo organizzato di terroristi?
La domanda è, da un po’ di tempo, divenuta retorica: la volontà del gabinetto di guerra israeliano si manifesta, oltre che nel proposito di conquista totale del Territorio occupato palestinese, soprattutto nello sterminio del popolo palestinese. E per avere un qualche pretesto da adoperare innanzi ad un mondo che inizia a prendere le distanze dall’orrorificio israeliano, il prolungamento della guerra è stato possibile proprio utilizzando Hamas come invincibile forza finanziata e protetta da Iran, Qatar, Hezbollah… Ma sappiamo bene che, oramai, a Gaza da più di un anno, non entra e non esce niente e nessuno. Come possa Hamas riarmarsi continuamente è un mistero. Come non riesca Tsahal a sgominarla, lo è altrettanto, se non si prende in considerazione la tesi di cui sopra…
Il programma politico dei sionisti religiosi di Smotrich e del potere ebraico di Ben-Gvir si sta realizzando proprio grazie alla guerra e, dunque, perché mai interromperla? Le ultime parole del giornalista Anas al-Sharif, giornalista di Al Jazeera assassinato dall’esercito dello Stato ebraico, sono state queste: «Vi affido la Palestina, non dimenticate Gaza». Il pericolo è che la guerra lunga ci renda complici di una assuefazione già piuttosto diffusa; ci renda quindi piano piano sempre più concilianti con una “normalità” degli eventi che tutto sono tranne che normali.
Dei grandi crimini che sta perpetrando, Israele dovrà rispondere davanti ad una comunità internazionale che dovrà presiedere un giorno un nuovo tribunale di Norimberga, perché ciò che accade a Gaza non ha dell’orrore meno di quello che accadeva nel Terzo Reich. Be-Gvir ha affermato che chi ha ucciso gli ebrei, chi ha colpito gli israeliani va “sterminato“. Lo ha detto sprezzantemente in faccia a Marwan Barghouti, prigioniero politico del governo di Tel Aviv ed emblema della resistenza palestinese, mettendo in pratica una provocazione cui il ministro israeliano non è nuovo.
Molte riflessioni su questo quadro di instabilità permanente devono essere fatte, evitando scorciatoie tanto illusorie (come paventano gli studiosi di Limes) ma evitando anche l’illusione uguale e contraria: ossia che tutto ormai sia perduto e che per i palestinesi e per la Palestina vi sia ben poco da fare. C’è invece tantissimo da fare. Da ognuno secondo le sue possibilità: dal più piccolo comune alla più grande comunità internazionale.
MARCO SFERINI
16 agosto 2025
foto: screenshot ed elaborazione propria














