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Il portico delle idee

Il problema di Erich Fromm: l’utilità della psicoanalisi nella società moderna

Partendo da una riconsiderazione più generale del ruolo e dell’essere della psicoanalisi nel contesto moderno, tutto novecentesco, Erich Fromm muove dal principio freudiano della sessualità come fondamento delle azioni umane per riconoscere in ciò anche un limite che è, per forza di cose, una critica soggettiva calata comunque in un ambito più complessivo: l’indispensabilità per l’essere umano di controllare i propri impulsi, disciplinandoli come se si potesse dare una regola all’istinto e non solo in chiave coercitiva e, se vogliamo, “repressiva“, quanto anche in termini di “sublimazione“, per farne una specie di attività superiore dell’esistenza medesima.

Fromm mette insieme frammenti di varia cultura scientifica e antropologica per rielaborare la psicoanalisi in chiave quasi “rivoluzionaria“, dando a ciò un significato quasi ontologico, una proprietà della disciplina riscoperta da Sigmund Freud, ben sapendo che l’indagine interiore è un qualcosa che viene da lontano, che è una attitudine quasi ancestrale e che, tuttavia, è stata ritrovata grazie all’intuizione e al grande studio del professore viennese. I padri della psicoanalisi in realtà sono tanti: ad iniziare dal mondo della Grecia antica, dalla raffigurazione dell’Olimpo e di quelle divinità che, parte del mito di un ieri molto lontano e presenti tutt’oggi nella nostre tante similitudini e verosimiglianze, rappresentano pregi e difetti assolutamente umani.

Fromm si domanda in che modo la psicoanalisi possa essere di sprone alla costruzione di una società nuova, ad una condivisione della problematiche della vita in cui l’indagine su di esse, sulle loro manifestazioni esterne e sulle tante singolari espressioni occulte dell’inconscio, non sia una semplice analisi delle nevrosi esclusivamente riconducibili ad una interiorità fino in fondo imperscrutabile, ma quanto influisca su di noi quell’IO che è il rapporto tra il soggetto e il mondo fatto di convenzioni, circostanze abbacinanti, sovraordinatrici e delimitanti quella che pare essere la nostra “volontà“. Un qualcosa che ha, pur appartenendo al regno dell’evidenza (ossia delle scelte che sembriamo voler fare), possiede – proprio come la Luna – un lato che non è mai possibile vedere.

L’IO, in quanto strutturazione del soggetto rispetto al limitrofo, è l’organizzazione di noi stessi secondo i crismi sociali, civili, morali. Qui avviene la conformazione della nostra finta essenza, di ciò che riteniamo d’essere e che, invece, è il frutto dei anti-condizionamenti dati dalle convenzioni presenti nella quotidianità: l’allontanamento dalla nostra vera essenza interiore, quella che ogni giorno ci permette di essere sempre nuovi (anche se non ce ne accorgiamo il più delle volte), appartiene al mondo del “possibile“, mentre nell’inconscio, nell’ES, si ritrovano i desideri che sono amorali (non “immorali”), perché prescindono dall’etica, dalla divisione tra bene e male, tra giusto e ingiusto, tra bello e brutto, tra accettabile e inaccettabile, tra condivisibile e incondivisibile.

Siccome proprio nell’inconscio umano sedimenta una sorta di impermeabilità alla supremazia etica della diurnità, della vigilante presenza che esercitiamo su noi stessi nelle ore in cui siamo attivamente presenti a noi stessi (almeno formalmente…),  si può in un certo senso affermare che nell’ES quello che è definibile come un “addomesticamento” dell’essere senziente ed autocosciente non ha spazio e, anzi, fronteggia ogni tentativo tanto dell’IO quanto del SUPER-IO per mantenere intatta la vera primordiale essenza di ciascuno di noi. Istintivamente, quindi d’impulso, puntiamo tutte e tutti ad aspirare a qualcosa di perfetto o, se non altro, di perfettibile. Le stesse nostre emozioni vanno in quella direzione: tanto che sogniamo amori imperturbabili, relazioni stabili, amicizie indelebili.

Così come aneliamo un cambiamento sociale che promuova una uguaglianza che consenta uno sviluppo complessivo dell’umanità (escludendo però, antropocentricamente, tutti gli altri esseri viventi, da alcuni dei quali discendiamo anche noi primati evoluti, noi sapiens…), allo stesso modo ricerchiamo costantemente un equilibrio tra interiorità ed esteriorità: un piano di sostenibilità emotiva, intellettiva, culturale, sociale ed anche politica che è davvero molto difficile poter ottenere. Se non altro perché l’apparato psichico che ci riguarda è continuamente in evoluzione, trasformando le proprie configurazioni nascosta senza un preciso schema ma, ormai piuttosto acclaratamente, rispondendo agli stimoli che ci provengono dall’esterno, dal conscio, dalla nostra vita al di fuori delle immagini che provengono dal buio interiore (senza, per carità, alcuna accezione metaforicamente negativa).

Fromm concorda con gli altri filosofi della Scuola di Francoforte sul fatto che l’attuale strutturazione economica e sociale è un male per uno sviluppo in-cosciente dell’attività umana, dell’essere dell’umano in quanto tale: ma, la soluzione proposta da studiosi come Marcuse, ossia la liberazione dell’istinto e la sua divincolazione da ogni legame e laccio con le moralità, le prescrizioni di ogni ordine e grado (tradizionali come legalmente poste e preposte), non lo persuade fino in fondo. Anzi, potremmo dire senza essere smentiti, che non lo convince proprio. Quando Fromm scrive nel 1970 “La crisi della psicoanalisi“, stigmatizza una visione della società quasi paradisiaca fatta da Marcuse che, quindi, nella sua irrealizzabilità, finisce con l’avere i caratteri di un qualcosa di anti-rivoluzionario. Psicoanaliticamente, vi legge una sorta di ritorno ad un infantile desiderio di sparizione del male dal mondo.

Giustissima aspirazione, ma lì, su quel limitare del desiderio si ferma una voglia che è destinata, purtroppo, a rimanere tale perché non fa nulla per muovere dei rapporti di forza: tanto esteriori, dati dalle circostanze complesse della società, quanto interiori, finendo per idealizzare un mondo da sogno che, per l’appunto, non ha nessuna corresponsione con la realtà cruda dei fatti, con quello che è l’insieme delle problematicità dell’esistente che ci riguarda e che noi riguardiamo per primi con tutte le nostre influenze distruttive, annichilenti e, quindi, malevolmente perniciose. Fromm, invece che abbandonarsi a questa rappresentazione figurativa del mondo migliore, riprende un “istinto di vita” cui si appella, facendone il sostituto dell’istinto puramente sessuale freudiano.

Il suo umanesimo si rifà al Rinascimento, ad un rinnovamento della cultura occidentale che abbandona il tradizionalismo per andare nella direzione del socialismo, della condivisione della prospettazione marxista di un necessario stravolgimento dei rapporti di produzione, quindi della struttura economica della società, per arrivare ad un cambiamento radicale e non più sovvertibile da tensioni e pulsioni neo-conservatrici. Non è, in sostanza, pensabile e realizzabile una trasformazione esclusivamente singola, affidata ad ogni essere umano, quindi alla sua coscienza come elemento dirimente della più generale traduzione dal vecchio al nuovo regime: al pari di tanti altri filosofi dell’animo umano, Marx, che giustamente è ascritto alla categoria degli scienziati dell’economia, punta ad una risoluzione del problema esistenziale partendo da un piano pratico, materialistico.

Tanta parte dell’elaborazione marxista, tesa alla liberazione dell’uomo dall’uomo medesimo, dalla fine dello sfruttamento tra simili (e, aggiungiamo noi, tra simili e dissimili, cercando di innovare un po’ una teorizzazione rinchiusa nella sola sfera dell'”umanità” che, invece, va inclusa nella più generale categoria oggettiva dell'”animalità“) è qui percorsa e ripercorsa in una commistione di istintività e di calcolo non delle probabilità, bensì delle concrete possibilità di fare della vitalità di ognuno una vitalità comune che sia quindi coscienza critica tesa al cambiamento della vita sulla Terra. Differentemente da Marx – un po’ meno rispetto ad Engels – che non arriva all’esplorazione psicoanalitica dell’essere umano e della sua istintività, Fromm indaga questa tipica naturale propensione, apparentemente sganciata da un principio razionale.

Ne consegue un molto articolato ragionamento sull’origine della malvagità, per tanti versi autodistruttiva e certamente autolesionista da parte dei sapiens: argomento questo che si perde nella notte dei tempi e di cui possiamo fare solo un breve cenno citando proprio le parole nell'”Anatomia della distruttività umana” (scritto nel 1973). Scrive Fromm: «L’uomo è l’unico animale per cui l’esistenza è un problema ineluttabile da risolvere». Proprio l’autocoscienza sarebbe una delle protagoniste della destrutturazione dell’armonia interiore che avrebbe dovuto essere un tutt’uno con la realtà, con l’esistente che circonda l’essere umano. Da sempre l’interrogativo degli interrogativi riguarda per l’appunto ciò che noi siamo rispetto a tutto il resto e che cos’è questo resto che c’è? Che cos’è la vita, che cosa sono i pianeti, le galassie, che senso ha l’Universo?

Su queste domande irrisolvibili si è infranta una innocenza che, invece, gli animali non umani posseggono ancora: pur lottando fra loro per la sopravvivenza, non si fanno la guerra per sete di potere, per avidità di denaro, per il controllo di questo o quel territorio al fine di preservare solo una parte della specie, quindi la propria. L’estremizzazione della sensatezza che abbiamo voluto attribuire alla vita è tutta racchiusa nella mediocrità del qui ed ora, di un tempo che fratello di uno spazio in cui ci muoviamo asfitticamente: pur sembrando liberi, siamo sempre prigionieri delle nostre ansie e dei nostri timori e di un nonsenso dell’esistenza a cui non possiamo dare una soluzione per liberarci dal peso che ci opprime.

Fromm sottolinea la contraddizione che vive l’essere autocosciente umano: siamo consapevoli dell’inconoscibile che riguarda ciò che ci sta accanto se paragonato al resto dell’esistente, mentre se separato dall’universalità del problema, tutto appare allora sotto una luce differente. Ma ingannatrice. La conflittualità quindi è permanente in noi e genera delle vere e proprie esigenze che si contrastano e che, quindi, danno adito tanto alla tollerabilità dell’esistenza, quanto alla sua intollerabilità e, quindi, alla malevolenza, all’autodistruzione, al conflitto continuo che finisce con l’assumere i connotati di uno scopo: senza un nemico, spesso lo si sente dire, non c’è nemmeno ragione per l’amor patrio. L’essere umano dunque, ama la vita e allo stesso tempo la odia, la disprezza perché non la capisce.

Banalizzando un po’ si potrebbe affermare che, ogni volta che non capiamo qualcosa, istintivamente siamo portati a stare sulla difensiva, spinti in ciò dal timore che ce ne venga qualcosa di male e che la nostra tragica condizione di insensati nell’insensatezza pesi ancora di più sulle nostre in-coscienze. Argomentazioni queste su cui varrà la pena soffermarsi ancora perché Fromm individua un aspetto del problema esistenziale che proviene anche dal nostro angolo buio e recondito ma che, in fin dei conti, ha un riscontro obiettivamente oggettivo nel qui ed ora, come in tutto il corso della Storia dell’animalità umana.

MARCO SFERINI

12 aprile 2026

foto: screenshot ed elaborazione propria

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