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Corso Cinema

Il postino. L’ultima poesia di Massimo Troisi

L’incontro con Michael Radford e l’immortalità

Nel 1983 il giornalista britannico John Francis Lane, collaboratore di “The Guardian” e volto ricorrente in diversi film italiani (Il sorpasso, , Lucky Luciano), si avvicinò a un attore che stava lavorando sul set per proporgli il progetto di un amico regista esordiente. Il regista gli scrisse anche personalmente, ma la pellicola si sarebbe dovuta girare in Scozia e l’attore rifiutò: “Ma perché devo andare a girare in Scozia, quando posso girare a Procida? In Scozia piove sempre, fa freddo e poi… come parlano? Non si capisce niente!”. Negli anni si pentì di quel rifiuto, ma regista e attore erano destinati a lavorare insieme, dieci anni dopo, stavolta al caldo. Meglio. Perché il regista era Michael Radford, l’attore Massimo Troisi, e il film era Il postino.

STRADE PARALLELE, DA NAPOLI A OCEANIA

Il postino visto da Davide Sacco

Il postino visto da Davide Sacco

Dopo lo straordinario successo di Ricomincio da tre, 43 settimane consecutive nei cinema record imbattuto e, probabilmente, imbattibile (per fare un paragone Buen Camino di Checco Zalone è rimasto nei cinema 9 settimane), il film d’esordio di Troisi venne distribuito anche all’estero. In Gran Bretagna arrivò col titolo I’m Starting from Three, ma venne considerato troppo radicato nella lingua e nella cultura napoletana per piacere al grande pubblico (per poi essere riscoperto negli anni). Ma a qualcuno era piaciuto fin dal 1981. Si chiamava Michael Radford.

Era nato a Nuova Delhi il 24 febbraio 1946, all’epoca India Britannica, da padre scozzese e madre austriaca. Voleva cimentarsi nel mondo del cinema. Nel 1980 aveva diretto il documentario Van Morrison in Ireland, con alcune esibizioni del musicista nordirlandese a Belfast e Dublino. L’anno successivo al London Film Festival vide I’m Starting from Three e rimase subito colpito dall’umorismo dell’attore napoletano. Così, due anni dopo, per la realizzazione del suo primo lungometraggio, chiese all’amico giornalista Lane di fare da “intermediario”. Il film si sarebbe intitolato Another Time, Another Place e avrebbe raccontato la storia di tre prigionieri italiani che, sul finire della Seconda guerra mondiale, vengono sistemati presso una famiglia di agricoltori scozzesi.

Massimo Troisi

1. Massimo Troisi

Nel frattempo Troisi era tornato sul set per il suo secondo film, Scusate il ritardo, la storia di un giovane napoletano ingenuo e disoccupato, Vincenzo (Massimo Troisi), la cui vita si divide tra le pene d’amore dell’amico Tonino (Lello Arena) e l’amore che prova per Anna (Giuliana De Sio). Venne qui raggiunto da Lane.

Scusate il ritardo uscì nelle sale il 10 marzo 1983, mettendo al centro della narrazione il complesso rapporto con l’universo femminile. Lontano da qualsiasi stereotipo della maschera comica tradizionale, Troisi riuscì a far riflettere sui limiti profondi e sulle fragilità del cosiddetto “maschio mediterraneo”. Rispetto all’esordio folgorante di Ricomincio da tre, i momenti che suscitano la risata aperta si fanno qui più rari e rarefatti, cedendo il passo a una dimensione decisamente più intimista e pensosa. Ciò nonostante, il film ha regalato scene memorabili entrate di diritto nell’immaginario collettivo, come l’iconico dialogo sotto la pioggia in cui, alla crisi esistenziale dell’amico, Vincenzo risponde con fulminante ironia: “Meglio un giorno da leone o cento giorni da pecora? […] Fai cinquanta giorni da orsacchiotto!”. Nonostante lo straordinario valore della pellicola, all’epoca l’opera fu parzialmente sottovalutata dalla critica cinematografica, che non ne colse immediatamente la reale profondità psicologica e sentimentale.

Michael Radford

2. Michael Radford

Due mesi dopo, nel maggio 1983, Another Time, Another Place, nato come film per la TV, venne presentato a Cannes. I ruoli dei prigionieri di guerra italiani furono interpretati da Claudio Rosini, Gianluca Favilla e Giovanni Mauriello in quello inizialmente pensato per Troisi. Per sintetizzarlo con le parole del critico Paolo Mereghetti: “un saggio delicato e dolceamaro sulla difficoltà delle relazioni tra uomini di culture lontane e sulla difficoltà di agire al di fuori dei condizionamenti sociali”. Un bel film che uscì in Italia il 13 settembre del 1984 col titolo Another Time, Another Place – Una storia d’amore.

Il 1984 fu anche l’anno di uscita di altre due opere importanti per le loro carriere. Il 10 ottobre uscì Nineteen Eighty-Four (Orwell 1984) diretto da Radford. Nel 1980 la vedova di George Orwell aveva accettato che il celebre romanzo distopico del marito venisse portato sul grande schermo. Non poteva che uscire nel 1984.

Nineteen Eighty-Four

3. Nineteen Eighty-Four (1984)

Nel mondo totalitario di Oceania, dominato dal Partito Ingsoc e dall’occhio onnipresente del Grande Fratello, ogni libertà individuale è annientata. Winston Smith (John Hurt), impiegato del regime, tenta una silenziosa ribellione annotando pensieri proibiti e vivendo una relazione clandestina con Julia (Suzanna Hamilton). Ma il sistema è ovunque: scoperti, i due vengono annientati psicologicamente dal funzionario O’Brien (Richard Burton).

Un film che rinuncia a ogni concessione poetica per restituire un incubo lucido e opprimente. La regia di Radford è essenziale e implacabile, sostenuta dalla fotografia livida di Roger Deakins e da scenografie post-industriali che danno forma a un mondo senza speranza. Memorabile la lunga sequenza della tortura, così come l’interpretazione di Burton, intensa e inquietante nella sua ultima apparizione sullo schermo.

A fine anno, il 21 dicembre, nelle sale italiane arrivò Non ci resta che piangere il folle e irresistibile progetto che unì Massimo Troisi e Roberto Benigni.

Negli anni successivi Michael Radford e Massimo Troisi rimasero in contatto e l’attore e autore italiano pensò spesso a quel rifiuto, soprattutto quando nel 1987 andò per la prima volta all’estero per recitare nel film Hotel Colonial diretto da Cinzia TH Torrini, tra gli altri al fianco di Robert Duvall.

Poi altri grandi film che segnarono non solo la carriera di Troisi, ma un pezzo di storia del cinema. Da Le vie del Signore sono finite (1987), un’opera che mescola abilmente la sua tipica malinconia a una satira storica più raffinata, alle tre collaborazioni con Ettore Scola che fecero raggiungere a Troisi una nuova dimensione attoriale, meno solitaria e più corale.

4. Che ora è (1989) di Ettore Scola

Nacquero due gioielli come Splendor e Che ora è (entrambi del 1989), dove il destino di Troisi si intrecciò con quello di Marcello Mastroianni. Un passaggio di testimone storico, capace di regalare momenti di una tenerezza disarmante, coronati dalla Coppa Volpi vinta da entrambi a Venezia per Che ora è. Quindi Il viaggio di Capitan Fracassa (1990), un omaggio al teatro e alla finzione dove Troisi veste i panni di Pulcinella, quasi a chiudere un cerchio con le sue radici.

Poi Troisi tornò nuovamente alla regia, accompagnato una volta di più dalle musiche dell’amico Pino Daniele, per Pensavo fosse amore… invece era un calesse (1991). Negli stessi anni Radford firmò White Mischief (Misfatto bianco, 1988), dramma giudiziario ambientato in Kenya e tratto dall’omonimo libro del giornalista James Fox. Ma i due stavano finalmente per incontrarsi.

L'”INCONTRO” TRA TROISI E NERUDA

Nel gennaio del 1985 lo scrittore cileno Antonio Skármeta aveva dato alle stampe il romanzo “Ardiente Paciencia” nato da un suo omonimo spettacolo teatrale portato in scena in Argentina due anni prima. Già, perché lo scrittore legato politicamente al Presidente Salvador Allende era stato costretto all’esilio come il protagonista del suo romanzo Pablo Neruda che nel ricevere il Premio Nobel per la letteratura nel 1971 citando il poeta Arthur Rimbaud parlò di Ardiente paciencia (nell’originale francese: “A l’aurore, armés d’une ardente patience, nous entrerons aux splendides Villes”).

Il libro venne pubblicato in Italia per la prima volta nel 1989 da Garzanti col titolo tradotto “Ardente Pazienza”. Il volume fu regalato qualche anno dopo a Massimo Troisi da Nathalie Caldonazzo, all’epoca compagna dell’artista. La storia raccontava la nascita di una grande amicizia tra Pablo Neruda e un postino.

Pablo Neruda

5. Pablo Neruda

Massimo Troisi, lettore spesso pigro ma capace di entusiasmi improvvisi, ne rimase folgorato. Decise di opzionare e poi acquistare i diritti nel 1992, con l’idea di spostare l’azione nel Sud Italia e interpretare personalmente il postino. Per la regia decise di fare un passo di lato. Da una parte per far sì che il film, quel film, avesse un respiro internazionale, meno contaminato dalla commedia italiana, dalla parola e dalla scuola napoletana, dall’altra perché il suo cuore stava presentando il conto. Sentiva che sarebbe stato il suo ultimo film e la sua fragilità sarebbe servita per dare forza al protagonista del romanzo che ormai, soprattutto in Sud America, era stato ribattezzato “Il postino di Neruda”.

Nel 1993 Massimo Troisi chiamò Michael Radford per proporgli la regia, convinto che la sua sensibilità britannica e la sua formazione rigorosa, sarebbero stati perfetti per il film.

Esattamente dieci anni dopo il loro primo mancato incontro fu Radford a rifiutare “non voglio girare in Italia, nel Sud fa troppo caldo!”. Troisi non demorse e provò persino a “ingannare” l’amico dicendogli di essere in contatto anche con Giuseppe Tornatore, fresco di Oscar per Nuovo Cinema Paradiso. Era già tutto scritto.

I due si incontrarono in un hotel romano. Bastò uno sguardo per superare le differenze di lingua e di cultura; Troisi era figlio del proletariato campano, Radford di un diplomatico scozzese. Ma fu un altro hotel in cui venne letteralmente riscritto il romanzo di Antonio Skármeta, era lo Shutters Hotel di Santa Monica dove i due, insieme a Furio Scarpelli, una delle grandi penne del nostro cinema (quasi sempre al fianco di Age, Agenore Incrocci), scrissero la sceneggiatura che aveva molte differenze col romanzo. Tre le principali: lo spostamento geografico e temporale, dal Cile degli anni ’70, ad un’isola del Sud Italia nel 1953; l’età e il nome del postino, dal diciassettenne Mario Jiménez, al quarantenne Mario Ruoppolo; all’essenza stessa della storia, meno politica e più poetica.

L’AMORE DI TROISI, IL SET, IL SACRIFICIO

Troisi approfittò del viaggio per recarsi a Houston ed eseguire un controllo nell’ospedale dove, diciassette anni prima, il famoso cardiochirurgo Michael E. DeBakey gli aveva innestato una valvola artificiale. Il responso dei medici statunitensi fu infausto: le valvole al titanio si erano completamente deteriorate e l’attore fu obbligato a sottoporsi a un nuovo intervento cardiochirurgico d’urgenza.

Durante l’operazione l’attore ebbe un infarto e i medici riuscirono a tenerlo in vita solo fortunosamente. Dopo un mese e mezzo di ricovero e una delicata convalescenza, i medici gli prospettarono il trapianto di cuore come unica vera soluzione. Consapevole della gravità della situazione, ma guidato da un coraggio straordinario, Troisi scelse di rimandare il trapianto a dopo la fine del film, preferendo prolungare la convalescenza il tempo strettamente necessario a permettergli di stare sul set.

Gerardo Ferrara e Massimo Troisi

6. Gerardo Ferrara e Massimo Troisi

Per questo venne ingaggiata una controfigura o meglio un “sosia” di Troisi per sostituirlo in molte scene del film. Si chiamava Gerardo Ferrara, trentunenne di Sapri in provincia di Salerno, che, stando al regista fu scelto oltre che per il suo aspetto, per le sue orecchie. Lo sostituì in tutte le scene in bicicletta, tutti i controcampi, in ogni ciak che esigesse il minimo sforzo.

C’era la sceneggiatura, il regista, il postino (che erano addirittura due), ma mancava Pablo Neruda. La prima scelta fu quella di Gian Maria Volonté che per accettare una parte doveva essere convinto al cento per cento ed era, ovviamente, più legato all’immagine politica di Neruda, al militante comunista. Coerente con se stesso. Inoltre stava per girare Lo sguardo di Ulisse di Theo Angelopoulos. Morirà praticamente sul set il 6 dicembre del 1994. Ci fu poi la “suggestione” di Marcello Mastroianni, ma fu archiviata per evitare che il film fosse semplicemente il terzo della “coppia” Mastroianni-Troisi.

Quindi emerse il nome di Philippe Noiret che offriva una combinazione di elementi irripetibile: aveva una grande confidenza col cinema italiano (La grande abbuffata, Amici Miei, La famiglia, Nuovo Cinema Paradiso), aveva una fisicità imponente e uno sguardo sornione. Ad oggi rimane il più grande Neruda mai visto su uno schermo.

Nel cast, tra gli altri, anche Renato Scarpa, che aveva già lavorato con Troisi in Ricomincio da tre (il mitico Robertino) e la debuttante Maria Grazia Cucinotta (per il ruolo venne inizialmente scritturata la cantante Mietta).

Le condizioni di salute di Massimo Troisi, a lungo ricoverato anche a Londra, fecero slittare l’inizio delle riprese, originariamente previsto per l’autunno del 1993, al marzo del 1994 (vennero girate alcune brevi scene preliminari a Pantelleria nel giugno del 1993). Il primo ciak scattò nei teatri di posa di Cinecittà il 14 marzo, per poi spostarsi prima a Salina e infine a Procida – l’isola che Troisi considerava perfetta per suscitare “le emozioni giuste attraverso i suoi posti e la sua gente” – prima di concludersi nuovamente a Roma. L’ultimo ciak si svolse a Cinecittà il 3 giugno.

Massimo Troisi

7. Massimo Troisi si spense dodici ore dopo la fine delle riprese

Dodici ore dopo Massimo Troisi morì, ad appena 41 anni, stroncato nel sonno nella villa della sorella Annamaria, all’Infernetto, da un infarto cardiaco conseguente a un episodio di febbre reumatica. Il postino fu il suo ultimo atto d’amore.

Come scrisse Luca Delgado “Un vero napoletano ti saprà dire che cosa stava facendo e dove si trovava quello sciagurato pomeriggio del 4 giugno del 1994, il giorno in cui si apprese della morte di Massimo Troisi”.

Venne allestita la camera ardente in Campidoglio. I familiari decisero di appoggiare la storica bicicletta d’epoca e la borsa di cuoio usate da Massimo sul set de Il Postino.

Il 6 giugno oltre diecimila persone parteciparono al suo funerale, celebrato nella chiesa di Sant’Antonio a San Giorgio a Cremano. Tra i presenti anche Lello Arena ed Enzo Decaro, i compagni storici del trio La Smorfia, Roberto Benigni col quale aveva realizzato quell’unico folle film, l’amico Pino Daniele. E poi Carlo Verdone, Renzo Arbore, Marisa Laurito e la sceneggiatrice ed ex compagna Anna Pavignano.

Massimo Troisi è sepolto nel cimitero comunale di San Giorgio a Cremano. La sua tomba, meta ancora oggi di un incessante pellegrinaggio di fan da tutta Italia, è decorata con installazioni che richiamano la sua ironia e la sua poesia, un luogo dove la gente comune continua a lasciare lettere, poesie e biglietti, proprio come se lui fosse ancora il “postino” pronto a riceverle.

IL FILM

Non deve essere stato semplice per Michael Radford terminare Il postino, ma ci riuscì. Il film venne presentato al Festival di Venezia il primo settembre 1994 per poi essere distribuito nelle sale italiane dal 22 settembre. Il film testamento di Troisi, accreditato nei titoli come co-regista, ottenne un grande successo di pubblico e di critica.

Il postino

8. Il postino (1994)

Nell’estate del 1952, su una piccola isola del Sud Italia abitata quasi esclusivamente da pescatori analfabeti, il timido Mario Ruoppolo (Massimo Troisi) vive con il padre vedovo e rifiuta di seguire la dura vita del mare. La possibilità di cambiare esistenza arriva quando l’ufficio postale cerca un postino che sappia leggere e possieda una bicicletta. Pur avvertito dal direttore Giorgio Serafini (Renato Scarpa), convinto comunista, che il lavoro sarà pesante e malpagato, Mario decide di accettare. Il suo incarico consiste nel consegnare la grande quantità di lettere indirizzate a Pablo Neruda (Philippe Noiret), il celebre poeta cileno rifugiatosi in Italia dopo aver ottenuto asilo politico per sfuggire alle persecuzioni anticomuniste nel proprio Paese.
Giorno dopo giorno, percorrendo in bicicletta la strada che conduce alla casa affacciata sul mare, Mario resta colpito dal fascino del poeta e dalle numerose donne che gli scrivono, tanto da chiedergli persino un autografo su una raccolta di poesie. Tra i due nasce rapidamente un’amicizia sincera: durante le passeggiate sulla spiaggia, Neruda introduce il postino al linguaggio delle metafore e della poesia, mentre Mario, grazie alla sua semplicità e sensibilità, si avvicina sempre di più agli ideali della sinistra. La sua vita cambia definitivamente quando incontra nell’osteria del paese la splendida Beatrice Russo (Maria Grazia Cucinotta). Colpito dalla ragazza ma bloccato dalla propria timidezza, Mario si rivolge a Neruda per riuscire a conquistarla. Dopo qualche esitazione, il poeta gli dona un taccuino e lo accompagna all’osteria, riconoscendo pubblicamente la loro amicizia.
Nei giorni seguenti Mario riesce a conquistare Beatrice recitandole le poesie di Neruda, fino a dedicarle versi particolarmente sensuali scritti originariamente per la moglie del poeta, Matilde Urrutia (Anna Bonaiuto). Quando la severa zia della ragazza, Donna Rosa (Mariella Valentini), fa leggere il testo al parroco, reagisce indignata per il contenuto esplicito e diffida Neruda, arrivando a minacciare Mario di morte se si avvicinerà ancora alla nipote. Quella stessa sera, però, Beatrice fugge di casa per incontrare il postino e i due si scambiano il loro primo bacio. Decidono così di sposarsi, con Neruda nel ruolo di testimone, riuscendo a superare anche le iniziali obiezioni del sacerdote. Durante il ricevimento di nozze, tuttavia, giunge un telegramma dal Cile: il mandato d’arresto contro il poeta è stato annullato. Il giorno seguente Mario, rifiutando con dignità del denaro offertogli, saluta Neruda con un affettuoso abbraccio.
Rimasto senza lettere da consegnare, Mario comincia a scrivere poesie proprie e aiuta Beatrice nell’osteria, frequentata dagli operai impegnati nei lavori per un acquedotto avviati dal politico democristiano Di Cosimo (Mariano Rigillo) soltanto per ottenere consenso elettorale prima di abbandonare il progetto. Nel frattempo Beatrice resta incinta e Mario sogna di chiamare il figlio Pablito, in omaggio all’amico poeta. Tuttavia soffre sempre di più per la nostalgia e per il silenzio di Neruda, impegnato nei suoi viaggi e apparentemente dimentico di lui. La delusione cresce ulteriormente quando riceve una lettera impersonale firmata da un segretario, che gli chiede di spedire in Cile gli ultimi effetti personali rimasti nella vecchia casa del poeta. Riordinando l’abitazione, Mario ritrova il registratore a nastro di Neruda e decide di usarlo per incidere i suoni della sua isola – il mare, il vento, persino il battito del bambino che deve nascere – trasformandoli in un ultimo dono poetico per il suo maestro.
Cinque anni più tardi Pablo Neruda e la moglie fanno ritorno sull’isola. Entrando nell’osteria, il poeta incontra un bambino che gioca sul pavimento: Beatrice lo chiama Pablito. Con grande dolore, la donna racconta che Mario è morto poco prima della nascita del figlio. Invitato a Roma per leggere una sua poesia durante una manifestazione comunista, era rimasto vittima degli scontri provocati dalle cariche della polizia poco prima di salire sul palco. Nel finale, Beatrice fa ascoltare a Neruda la registrazione dei suoni dell’isola: un lascito poetico e spirituale che conserverà per sempre il ricordo di un amico capace, grazie alla poesia, di trovare finalmente la propria voce.

Un film delicatissimo, sospeso tra realtà e poesia. La regia di Radford accompagna senza invadere, lasciando spazio alla grazia malinconica di Troisi, qui al suo vertice espressivo: ogni pausa, ogni sorriso trattenuto diventa linguaggio. Il rapporto con Neruda è il cuore pulsante del racconto, un dialogo tra innocenza e consapevolezza che trasforma la vita quotidiana in qualcosa di universale. Un finale già scritto nella storia e reso ancora più struggente dalla morte di Troisi.

IL SUCCESSO INTERNAZIONALE

Dopo il trionfo in Italia, il film venne distribuito all’estero riscuotendo ovunque un enorme successo di critica e di pubblico. Il 16 giugno 1995 debuttò negli Stati Uniti con il titolo The Postman, mentre il 23 agosto uscì in Francia come Le facteur alla presenza del regista Michael Radford e di Philippe Noiret. Nell’ottobre dello stesso anno arrivò in Gran Bretagna, per poi toccare Spagna, Germania e Russia. La pellicola approdò ovviamente anche in Cile, dove fu distribuita con il titolo El cartero de Neruda e proiettata spesso nei luoghi storicamente frequentati dal poeta. La stampa internazionale ne fu conquistata: Le Monde lo descrisse come una favola poetica di rara delicatezza, mentre El País parlò di un miracolo di spontaneità e Malinconia. Fu però soprattutto negli Stati Uniti che il film lasciò il segno.

Il postino

9. Il postino divenne negli Stati Uniti la pellicola in lingua straniera più vista di sempre

Grazie alla straordinaria campagna promozionale della Miramax, Il postino riuscì a incassare la cifra record di oltre 21 milioni di dollari nel solo mercato nordamericano, superando gli 80 milioni a livello globale. Si trattò di un risultato clamoroso per l’epoca, considerando la storica fatica dei film stranieri sottotitolati nel superare la nicchia dei cinema d’essai. Negli Stati Uniti la pellicola divenne così il film in lingua straniera più visto di sempre, un primato eccezionale che sarebbe stato battuto solo anni dopo da La vita è bella dell’amico Roberto Benigni e da La tigre e il dragone di Ang Lee. Ma i record al botteghino erano solo l’inizio.

Il 13 febbraio 1996, alle 20.38 di Los Angeles (le 5.38 del mattino a Napoli), vennero annunciate le nomination agli Oscar. Il postino conquistò ben cinque candidature, comprese quelle pesantissime per il Miglior Film, la Miglior Regia a Michael Radford e il Miglior Attore Protagonista postumo a Massimo Troisi. La notte del 25 marzo 1996 a vincere furono, tuttavia, Braveheart, Mel Gibson e Nicolas Cage. Il postino conquistò “solo” la statuetta per la Miglior Colonna Sonora, indimenticabile la melodia del tema principale firmata da Luis Bacalov (successivamente riconosciuta, dopo un lungo contenzioso legale, come co-firmata insieme a Sergio Endrigo, Riccardo Del Turco e Paolo Margheri per il brano “Nelle mie notti”), ma Troisi era ormai entrato nel cuore degli americani.

Il mese successivo, il 23 aprile, arrivò la consacrazione definitiva in terra britannica: il film vinse ben tre British Academy Film Awards (BAFTA), aggiudicandosi i premi per la Miglior Regia a Michael Radford, la Miglior Colonna Sonora e il Miglior Film non in lingua inglese, oltre a decine di altri riconoscimenti in tutto il mondo. Il lungo viaggio, iniziato con un rifiuto dieci anni prima, si era chiuso nel modo più grande e immortale possibile.

L’EREDITÀ DI TROISI

Massimo Troisi ha lasciato un segno indelebile nel cinema del nostro Paese, e al contrario di altri autori formatisi tra anni Settanta e Ottanta, non è invecchiato, non ha deluso le attese e le aspettative. Considerato da molti l’unico vero erede della grande tradizione comica napoletana, è stato capace di inventare una lingua fatta di farfugliamenti, pause e parole trascinate, incomprensibile ai più a un primo ascolto e proprio per questo universale. A lui sono stati dedicati canzoni, piazze, vie, scalinate, diversi documentari, una laurea honoris causa alla memoria in Discipline della Musica e dello Spettacolo, e un intero album del grande amico Pino Daniele (“Ricomincio da 30”). A San Giorgio a Cremano si svolge inoltre il Premio Massimo Troisi, un concorso dedicato alla comicità e allo spettacolo. A dieci anni dall’uscita de Il postino, venne organizzata una grande festa celebrativa a cui parteciparono gli amici di una vita e i protagonisti del film.

Philippe Noiret

10. Philippe Noiret, il miglior Neruda mai visto sullo schermo

Ma che fine hanno fatto? Philippe Noiret continuò ad alternare con successo i set italiani e quelli francesi. Tra le sue interpretazioni successive da citare almeno Facciamo paradiso (1995), diretto da Mario Monicelli, e Soleil (1997), al fianco di Sophia Loren. Del suo compagno di scena ne Il postino ricordò: “Una cosa che mi faceva sorridere era la sua maniera di parlare: io recitavo in francese, lui né in italiano né in napoletano; recitava come solo lui sapeva fare”. Il grande attore francese si è spento il 23 novembre del 2006.

Maria Grazia Cucinotta continua tuttora a lavorare tra palcoscenico e set. Nel tempo è diventata anche un’apprezzata produttrice cinematografica, ma la sua immagine, in Italia e all’estero, resterà per sempre legata all’indimenticabile Beatrice del film.

Anche Michael Radford ha proseguito la sua importante carriera cinematografica. Tra le sue regie più note vanno citate almeno The Merchant of Venice (Il mercante di Venezia, 2004) con Al Pacino e Flawless (Un colpo perfetto, 2007) con Demi Moore e Michael Caine. Il 4 giugno del 1994, non appena appresa la notizia della tragedia mentre si trovava in un hotel romano, il regista corse a salutare per l’ultima volta Massimo Troisi. Come ha ricordato lo stesso Radford, si avvicinò e gli sussurrò: “Ti avevo promesso che ce l’avremmo fatta, e ce l’abbiamo fatta”.

John Francis Lane

11. John Francis Lane

C’è infine un ultimo, fondamentale protagonista da ricordare: John Francis Lane. Il giornalista che per primo aveva messo in contatto Radford e Troisi. Scrisse di cultura, teatro e cinema italiani per testate prestigiose come “The Times”, “The Guardian” e infine “The Economist”, venendo anche nominato Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana nel 1975. Amava talmente il nostro Paese che, dopo aver vissuto a lungo a Roma, una volta andato in pensione decise di trasferirsi definitivamente a Cosenza. Il 6 giugno del 1994, firmò su “The Guardian” un toccante necrologio per Massimo Troisi.

Il postino non era ancora stato distribuito e quel testo rappresentò il primo, grande riconoscimento internazionale per l’attore e autore napoletano: “Per il pubblico internazionale, il personaggio napoletano è sempre stato associato alla teatralità esuberante, alle canzoni appassionate, ai gesti ampi e alle grida. Troisi ha fatto l’esatto contrario. Ha introdotto sul grande schermo un napoletano timido, introverso, quasi tormentato da un senso di inadeguatezza. La sua forza non risiedeva nella sicurezza del palcoscenico, ma nel mostrare la fatica di vivere, l’esitazione prima di parlare, l’incapacità di dare risposte pronte. […] Sebbene fosse spesso paragonato a Totò o a Eduardo De Filippo, Troisi non era un imitatore. Era l’erede di quella tradizione, ma l’aveva portata in una nuova dimensione. Se Eduardo rappresentava l’autorità paterna e la saggezza amara, Troisi rappresentava la vulnerabilità della nuova generazione, l’incertezza cronica dell’uomo moderno di fronte ai sentimenti. […] C’era qualcosa di poetico nell’incontro tra l’anima malinconica di Troisi e la regia misurata, tipicamente britannica, di Radford. Nel film, Troisi interpreta un uomo semplice che scopre la poesia attraverso l’amicizia con Pablo Neruda; nella realtà, Massimo ha infuso in quel personaggio tutta la poesia della sua stessa imminente fine. La sua performance non è solo recitazione: è un commovente atto di generosità artistica, lasciato a noi mentre la sua stessa vita scivolava via”.

Massimo Troisi

12. Il postino, l’ultima poesia di Massimo Troisi

John Francis Lane si è spento il 15 gennaio 2018. Per l’occasione il suo vecchio giornale, “The Guardian”, ne ha celebrato la straordinaria vita e i profondi legami con la cultura italiana, ricordando, tra i suoi meriti più grandi, proprio quello di aver fatto incontrare Michael Radford e Massimo Troisi per quell’ultima indimenticabile struggente poesia.

MARCO RAVERA

redazionale
27 maggio 2027


Bibliografia e Sitografia
“Storia del cinema e dei film” di David Bordwell e Kristin Thompson – Lindau
“Storia del cinema” di Gianni Rondolino – UTET
“Il Mereghetti. Dizionario dei film 2023” di Paolo Mereghetti – Baldini & Castoldi

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