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Marco Sferini

Il panico totale per una timidissima patrimoniale

Agita sempre i sonni sia della destra sia del centro politico la questione dell’introduzione di una tassa patrimoniale in Italia. Uno spauracchio vero e proprio che, in parte, è logico che sia così, visto che si tratta soprattutto di un punto che ha qualcosa in più del solo principio: si tratta di una discriminante ideologica che riguarda il tema del prelievo fiscale e, pertanto, del dovuto da parte di chi ritiene di non dover dare più di tanto, quando di non dover dare proprio e proteggere grandi capitali di beni immobiliari e grandi capitali finanziari dalla mano dello Stato nel nome del contributo all’interesse collettivo.

Dunque, la tassazione dei patrimoni è qualcosa di diverso dallo spettro, già peraltro molto temuto dai paperoni di casa nostra (e non solo), dell’aumento della progressività fiscale. Solitamente, nel corso della Storia, quando si è radicalmente cambiato l’impianto generale della tassazione, ciò ha coinciso con un mutamento radicale della struttura economica di uno o più paesi e, quindi, anche della complessità del quadro sociale. Si può affermare, seguendo i cambiamenti di secolo in secolo, che le più grandi rivoluzioni sono avvenute proprio in relazione alle rivendicazioni sociali che, in prima istanza, erano richieste di pagamenti minori o, addirittura, di esenzioni da esose tassazioni.

Questo è avvenuto con una completa costanza e una ripetitività che lasciano intendere ciò che realmente è l’imposta fiscale: un qualcosa che ha a che fare con il ragionamento squisitamente politico, con la proposta di organizzazione di una società che, fino ad un certo momento, ha assunto una sorta di equilibrio nel rapporto tra le classi sociali. Quando la classe immediatamente sottoposta a quella dominante non riesce più a reggere il peso della frustrazione materiale e rischia la retrocessione verso la classe che le sta immediatamente alle spalle, allora emergono le tensioni sociali e prende corpo quella che Marx ed Engels hanno individuato come il motore della Storia stessa: la lotta di classe.

Dal tempo dei Gracchi fino alla prima Rivoluzione inglese, passando per quella francese e poi quella russa, ora i plebei romani, ora i borghesi londinesi insieme i proprietari agricoli, ora quelli parigini e del resto dell’Esagono, per non parlare delle grandi guerre in seno al Sacro Romano Impero durante il Medioevo, si sono mossi nella direzione di potersi emancipare dallo stato di sudditanza fiscale che dovevano subire da parte dei patrizi antichi o dell’aristocrazia dell’Ancien Régime. La Rivoluzione americana si inserisce in questo filone di lotte che pongono la borghesia delle Tredici colonie britanniche in contrasto con la madrepatria, facendosi forti del principio “No taxation without rapresentation“. Non tutte queste rivoluzioni appena citate, tuttavia, sono connotate da un punto di partenza uguale o anche simile.

Ma, in linea di principio, è il legame tra assolutismo monarchico e privilegi aristocratici a determinare l’attacco che la borghesia muove al vecchio regime consolidato in cui anche il clero è esente dal dover pagare le imposte. Una condizione certamente non accostabile in tutto e per tutto ai grandi privilegi fiscali che oggi conservano i super ricchi che fanno super profitti, ma che permette, tuttavia, di operare nel termine di paragone e di comprendere come in ogni epoca esistano sempre delle classi sociali, anche se non sembra che sia così e si voglia tentare il racconto – da parte proprio di chi detiene il controllo economico (e politico) della società – dell’indistinguibilità tra le genti.

Non siamo tutti nella stessa barca, pur vivendo tutte e tutti nello stesso Paese.

Sono proprio le tasse a raccontarci questa realtà oggettiva: la progressività fiscale spesso è enunciata, proclamata, reclamata anche nei programmi politici di partiti tanto di sinistra quanto di destra ma, in particolare in quelli di questi ultimi è uno specchietto per le allodole, un tentativo di captatio benevolentiae che riesce spesso e volentieri perché la si rimanda ad un più generale senso di giustizia fiscale che si dovrebbe, ovvio, accompagnare a quella sociale. Non ci facciamo caso, perché siamo obnubilati dalle terminologie devianti di una politica che esacerba gli animi e anestetizza la materia grigia che possediamo, fin dentro il più recondito senso critico che ci caratterizza, ma la progressività fiscale spesso è una vera chimera.

Sentiamo parlare di scaglioni, di soglie, di tasse flessuose, basse, alte, in base al reddito o all’ammontare del capitale, ma la verità è che in Italia non si è mai avuta in questi ultimi trent’anni nessuna tassazione fortemente progressiva e tanto meno una tassa patrimoniale. Oltrepassando lo sterile dibattito terminologico, è utile provare a comprendere in che diamine di società fiscale si vive provando a capire se le tasse che paghiamo sono proporzionali o progressive. Non ci si deve far ingannare dai termini. Proporzionale qui non vuol dire ciò che state pensando: vuol dire uguale per tutti, vuol dire la tanto famigerata leghistissima e salvinissima “flat tax“. L’aliquota, infatti, è uguale per tutti, prescindendo quindi dal reddito di ognuno.

Così facendo i ricchi pagano meno rispetto ai meno ricchi e tanto più di meno rispetto ai poveri. Naturalmente vale l’inverso: i poveri pagano tantissimo di più rispetto al quasi niente degli straricchi che, se si conta chi detiene un reddito annuo di oltre due milioni di euro, sono appena mezzo milione di italiani su sessanta milioni. Gli economisti iperliberisti potranno garantire la giustezza delle norma sulla base di poche aliquote e, quindi, reclamando per essa una sorta di criterio “progressivo“, ma il giochetto non funziona alla fine della fiera; questo perché poi, al redde rationem (letteralmente…), lo Stato moderno – come ha opportunamente notato un grande studioso della materia come Thomas Piketty – non adotta quasi mai il criterio progressivo nel prelievo fiscale ma quasi sempre invece quello, per l’appunto, proporzionale.

Stiamo parlando degli “Stati fiscali moderni” e non del passato. Stiamo quindi parlando di come il capitalismo finanziario reagisce alle crisi del Novecento e del nuovo millennio, sovvertendo qualunque principio democratico, liberale e costituzionale pur di rimanere a galla nel marasma del multipolarismo incedente che ha, in sostanza, surclassato l’unipolarismo stanco della Repubblica stellata e che, proprio nella seconda fase del trumpismo, mostra tutta la sua inesorabile disperata, annaspante decadenza davanti all’emergere della nuova contesa mondiale con Cina, India, Russia. Meloni e il suo governo, per primo tra i ministri, nemmanco a dirlo il titolare del dicastero dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, lamentano un attacco da parte delle opposizioni che minerebbe la manovra di bilancio.

La “manovrina” 2026, come viene chiamata per la ristrettezza della sua portata numerica, si inserisce in un contesto di malcelabile “regressività fiscale” che è sempre più uno degli elementi di paventato rischio in un ambito di economia di guerra in cui si tagliano ingenti capitoli di investimento e di spesa per il pubblico, per i servizi, per le garanzie più basilari di un bilancio che dovrebbe essere anzitutto sociale, e si aumentano invece, in perfetta consonanza con le richieste impositive dell’Alleanza Atlantica, gli introiti delle spese militari atte a soddisfare l’isteria bellica che anima, più ancora degli Stati Uniti d’America, una Unione Europea sempre più sbiadita, cadavericamente ambulante su un limitare di una fase in cui dominano gli imperialismi contrapposti sulla pelle degli ucraini.

Che cosa ha sostanzialmente proposto la CGIL al governo per bocca del suo Segretario nazionale Maurizio Landini? Di tassare chi possiede non già un reddito, bensì un patrimonio di oltre due milioni di euro, con una aliquota dell’uno o uno e mezzo percento: una proposta di patrimoniale molto flebile, quasi impercettibile e che, non sconvolgendo affatto la vita quotidiana dei benestantissimi possidenti di quelle fortune, non provocherebbe le scintille rivoluzionarie del passato che potrebbero paventare e, nel contempo, farebbe entrare nelle casse dello Stato italiano qualcosa come ventisei, ventisette miliardi di euro. Una cifra tutt’altro che trascurabile, considerando che la “manovrina” 2026, in tutto, è fatta di nemmeno diciannove miliardi.

Con quegli introiti fiscali, per una volta non richiesti a quelli che Rosa Luxemburg chiamava «i milioni del cui lavoro vive l’intera società», ossia i moderni salariati, sfruttati e strasfruttati, si potrebbero iniziare a rifinanziare i comparti sanitari e scolastici dell’intera nazione. Questo sì che sarebbe un gesto altamente patriottico. Ma il patriottismo del governo meloniano è un’esibizione muscolare di forza, un’autocompiacimento neonazionalista che poi diventa scendiletto da camera nei confronti del potentissimo alleato d’Oltreoceano, là dove brillano sempre meno le stelle e le strisce della bandiera di una libertà altrettanto sofferente, di una democrazia in assoluta fame d’aria.

La richiesta di Landini e di parte dell’opposizione (Conte se ne è smarcato, figurarsi il centro renziano e calendiano) è nel solco di un principio anticipazione di una regressività fiscale che, se non presa per tempo, travolgerà ancora di più le magre risorse salariali di milioni di lavoratrici e lavoratori, di altrettanti pensionati e impoverirà i già miseri finanziamenti ai settori strategici di uno stato-sociale il cui piano inclinato è, se non uguale, certamente simile a quello di una democrazia repubblicana sotto attacco proprio per ridurre gli spazi di protesta anche e soprattutto in questo frangente. Non è facile stabilire una diretta connessione tra imposta progressiva sul reddito, tassazione patrimoniale e tenuta forte di una democrazia. Non è così diretto il rapporto.

Ma certamente, là dove un governo si impegna su un fronte di maggiore perequazione delle differenze sociali, muove anche nel senso di un riconoscimento più ampio di diritti fondamentali che sono sanciti, oltre che dalla Storia, dalle rivoluzioni che si sono susseguite nei secoli, anche dalle costituzioni che ne sono state il prodotto più utile e genuino. La stessa progressività fiscale deve essere ripensata a livello non solo nazionale ma globale: va aggiornata ad un sistema capitalistico che muta impetuosamente e lo fa con una rapidità che surclassa i ragionamenti fatti fino ad oggi in importanti convegni internazionali di una sinistra che, troppe volte, si compiace dei più che giusti assalti al cielo novecenteschi e dimentica, purtroppo, le sconfitte storiche attuali.

A questo punto una domanda, come direbbe qualcuno, sorge spontanea: può la democrazia, oggi in fortissima crisi planetaria, essere un freno all’aggressività, alla prepotenza del mercato iperliberista, al turbocapitalismo che estende la forbice delle diseguaglianze a più non posso? La prima impressione è che manchino proprio degli strumenti adeguati ai tempi, di livello non solo locale, ma pensati per essere proposte su una più vasta scala. Piketty ha formulato una proposta in questa direzione che meriterebbe una attenzione, un approfondimento serio: una imposta globale sul capitale, così come delle imposte continentali sui redditi più abnormi rispetto alla media di società largamente impoverite (ed ancora impoveribili).

Senza una seria considerazione in merito, comunque, la spirale delle diseguaglianze aumenterà a dismisura e i progressisti e le sinistre di tutto il mondo non sapranno come affrontare la tremenda questione che gli porranno i tempi futuri perché saranno rimaste troppo a lungo a guardarsi l’ombelico nazionale, smettendo di camminare domandando e lasciandosi irretire da un gioco del potere che non risolverà i problemi epocali che abbiamo davanti. La responsabilità già oggi è anche nostra. Non solo del capitale.

MARCO SFERINI

15 novembre 2025

foto: screenshot ed elaborazione propria

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