Marco Sferini
Il mendicante di un accordo completamente disonorevole
Nel momento in cui l’ultraconservatorismo a stelle e strisce sembrava aver preso il controllo totale delle redini della nazione, qualcosa non è andata esattamente come avrebbe dovuto. Donald J. Trump non poteva fare altrimenti se non ostentare, con tutta la sua spudorata arroganza e prepotenza, quella sicurezza, quella certezza assoluta che è esclusivamente l’esibizione di una forza che non possiede e che, per questo, è ormai divenuta solamente sinonimo di propaganda politica, nemmeno poi così efficace, visti i sondaggi sul gradimento popolare nei confronti del presidentissimo. La guerra con l’Iran, gigioneggia l’inquilino della Casa Bianca, è praticamente vinta su tutti i fronti. Poco ci mancava che non si prendesse anche qualche isola nello Stretto di Hormuz e avrebbe reclamato nuovamente il Premio Nobel per la pace.
In realtà la guerra con l’Iran non è affatto chiusa e ciò in cui si può sperare, dopo trentanove dichiarazioni di un sopraggiungimento di un accordo, è una sospensione delle ostilità che, invece, Netanyahu avrebbe voluto proseguissero per consentirgli di ampliare ancora di più la sfera di influenza israeliana in Medio Oriente, proseguire con l’invasione del Libano, magari raggiungere Beirut, occuparla e utilizzarla come merce di scambio per strappare altri territori al Paese dei Cedri o alla Siria, nonché – nemmeno a dirlo – al Territorio occupato palestinese. Dall’inizio dell’esplosione della guerra portata da Tel Aviv e Washington contro Teheran si è ampiamente sottovalutato un fatto: la capacità della Repubblica islamica di reggere l’urto, di tenere duro, nonostante le rivolte di piazza che parevano dover far crollare il regime teocratico da un momento all’altro.
La strumentalizzazione della popolazione da parte occidentale, con tanto di entrata in scena del figlio dell’ex scià Mohammad Reza Pahlavi, è riuscita fino ad un certo punto. Ma, di fronte alla ferocia degli attacchi, una parte degli anche più risoluti ribelli ed amici della libertà e della democrazia si è riposizionata sul fronte della difesa della nazione in pericolo. La morte di Alì Khamenei non ha sortito quell’effetto sperato da Trump (ed anche da Netanyahu) di rimescolare le carte del potere neoparsiano e, anzi, ha rinsaldato le posizioni di chi veramente oggi controlla la piramide del potere in Iran: i pasdaran e non gli ayatollah. L’attacco israelo-americano ha letteralmente indotto i vertici della Repubblica iraniana a considerare un cambio di postura proprio nei rapporti interni e, ovviamente, in quelli esterni.
Così, quella che era stata una politica ostile solo a parole nei confronti di Israele, fino a quel momento, ha subito un salto di qualità negativo divenendo una vera e propria risposta bellica alla guerra che, del resto, veniva portata contro uno Stato sovrano che aveva già registrato attacchi alle sue ambasciate e ai suoi consolati, con tanto di assassinio dei comandanti in capo delle truppe sparse per la zona mediorientale. Ciò determina, in sostanza, un cambio paradigmatico nella conduzione delle relazioni anche con i paesi arabi del Golfo Persico: lo si è visto chiaramente nella crisi di Hormuz (tutt’ora in atto) e nella manifesta ostilità iraniana contro Kuwait, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Oman. Sono finiti i tempi in cui Teheran avvisava Tel Aviv delle rappresaglie con lanci di missili sul territorio dello Stato ebraico come rappresaglia per gli attacchi subiti.
Ciò ci dice anche che, Iron Drome o meno, se gli ayatollah e i pasdaran avessero davvero voluto infliggere delle grosse perdite ad Israele, avrebbero potuto farlo: impiegando una potenza di fuoco maggiore e, in particolare, evitando di dichiarare preventivamente di attuare questa tattica con ore e ore di anticipo, così da permettere alla popolazione civile di subire il meno possibile gli effetti dello scontro. La consapevolezza che la maggior parte dei missili inviati sarebbero stati intercettati, e quindi l’impiego di questi come mero atto dimostrativo per fare presa su una popolazione esasperata e dedita alla rivolta, al possibile rovesciamento del regime, è dimostrato dal fatto che in quei raid sono stati impiegati armamenti di vecchia generazione (i droni cosiddetti “suicidi” Shaled-136, i missili da crociera Paveh e altri missili balistici come gli Emad).
È probabile che, nonostante le capacità dei rispettivi servizi segreti tanto israeliani quanto statunitensi, sia sfuggita la potenzialità nascosta di resistenza di uno Stato che è stato supportato nella sua resistenza all’aggressione imperialista occidentale da una comunità molto eterogenea di paesi che, direttamente o meno, anzitutto non lo hanno osteggiato, non gli si sono dimostrati indifferenti e hanno, anche in quelle sedi prive oramai di un vero potere condizionante come l’Assemblea delle Nazioni Unite, solidarizzato soprattutto utilizzando la formula del sostegno al popolo iraniano più che al suo regime teocratico e dittatoriale. Donald Trump oggi dichiara che la guerra è al suo termine e che l’America ha vinto su tutta la linea.
Se davvero di questo si trattasse, non avrebbe bisogno di stipulare un accordo con Teheran, ma di chiederne quella che in gergo si chiama “resa incondizionata“. Nemmeno Trump crede a quello che dice, perché sa benissimo che questa partita con l’Iran, in cui è stato spinto e tenuto dentro da Netanyahu e dal suo governo criminale, è stata persa e che ben presto i termini del probabile accordo lo evidenzieranno in tutta la loro impietosa elencazione. Già se ne citano alcuni preamboli:
1) cessazione immediata della guerra, anche in Libano con la fine immediata dei conflitti su più fronti, con la fine delle interferenze statunitensi negli affari della Repubblica islamica;
2) entro trenta giorni dall’entrata in vigore dell’accordo è stabilita la fine del blocco americano sui porti iraniani e quindi ogni nave da e verso il territorio di Teheran riprenderebbe la sua consueta rotta;
3) ritiro di tutte le truppe statunitensi dall’area interessata dal conflitto;
4) con un accordo con l’Iran, riapertura dello Stretto di Hormuz su cui – a detta del governo della Repubblica islamica – permarrebbero comunque dazi e imposte di transito per le navi;
5) lo sblocco di tutte le risorse iraniane presenti nelle banche estere (si vocifera di circa ventiquattro miliardi di dollari oggi intoccabili da parte di Teheran);
6) spese di riparazione e ricostruzione: la cifra che Stati Uniti e Israele dovrebbero versare all’Iran sarebbe pari a trecento milioni di dollari;
7) la questione nucleare. Rimane il punto più spinoso e meno chiaro: da parte americana si preme per fare sì che l’uranio arricchito venga dismesso; da parte iraniana che venga solamente “diliuto” del 5%, così da evitare il suo impiego per l’arma atomica. Fonti del governo di Teheran sostengono anche l’ipotesi di un rinvio della questione ad un secondo accordo e con una risoluzione delle Nazioni Unite in merito.
Di per sé, questi sette punti, se analizzati nel contesto della fine del conflitto, decretano una sonora sconfitta di Trump, della sua amministrazione che era rinata come l’Araba Fenice forte della promessa di non mandare più militari americani in zone di guerra mediorientali, in conflitti che tutto sarebbero stati tranne un giovamento per una crisi economica strutturale da basso impero. Netanyahu, dal canto suo, tira diritto: Israele non si ritirerà dal Libano meridionale occupato. Se proseguirà nel bombardarlo è ancora incerto. Ma tutto lascia presupporre che oramai le due bellicose nazioni proseguano separatamente la partita dell’egemonia del Medio Oriente. Il tutto mentre in Iran si accresce il potere delle fazioni ultraconservatrici che hanno nelle giovani leve militari uno dei punti della loro forza. Non c’è discussione sul fatto che la seconda generazione di governanti abbia nettamente rivoluzionato la prima.
La stagione della rivoluzione khomeninista è lontana, ma non è solamente una questione di mutamento anagrafico: le tante tensioni internazionali e l’assedio posto nei confronti dell’Iran da un lato offrono alla casta militare dei pasdaran una solidità che si stava piano piano incrinando; dall’altro contribuiscono a ridurre gli spazi di manovra per le forze moderate e riformiste che, infatti, subiscono un arretramento riscontrabile nelle elezioni parlamentari tenutesi nel marzo 2024, quando gli ultraconservatori del partito Paydari (“Fronte della Stabilità della Rivoluzione Islamica“, che potremmo definire il partito più di destra presente in Iran) si sono affermati come forza assolutamente dominante in seno al Majles (il parlamento di Teheran, l'”Assemblea Consultiva Islamica“).
Ciò che Netanyahu e Trump hanno ottenuto è quindi lo sconvolgimento globale, la radicalizzazione delle posizioni interne al regime iraniano, il depotenziamento della rivolta popolare che si è fermata non solo di fronte alle cruenti repressioni messe in pratica dal governo e dai pasdaran, ma anche per via di un richiamo quasi istintivo di difesa della patria in pericolo, della nazione assediata che, se avessero vinto le potenze occidentali, sarebbe stata umiliata ulteriormente. Come ai tempi dello scià. In sostanza, pochissimi hanno davvero fatto conto, alla fine, sul proclamato intento liberatorio da parte di Tel Aviv e di Teheran: alla cruenta dittatura degli ayatollah sarebbe seguito il dominio imperialista di un mondo già conosciuto per le sue efferatezze e per la sua sola voglia di sfruttamento delle ingenti risorse petrolifere e per il nucleare in produzione.
Infine, la questione libanese e degli Stati e popoli che sono afferenti all’Iran: il disappunto israeliano lascia presupporre che Netanyahu, Smotrich e Ben-Gvir non si fermeranno nemmeno in virtù di un accordo firmato e siglato con tutti i crismi del caso. L’Israele dell’ultradestra sionista ha dimostrato di non tenere in nessunissima considerazione il diritto internazionale; figuriamoci un trattato di sospensione delle ostilità che gli risulta, in quanto tale, ostile per i propositi che ancora vuole e quindi pretende di attuare. La tregua è, quindi, appesa ad un filo. Ma Trump la sta in tutta evidenza mendicando e la cerca quindi disperatamente. Ne va del confronto elettorale che avrà con le elezioni di medio termine in autunno. Ne va della stabilità della sua amministrazione. Ne va della sua stessa persona di fronte ad un Congresso cui, prima o poi, dovrà rendere conto.
Questa guerra insensata, priva di una ragione pratica, di un vero motivo se non quello di contribuire all’espansionismo israeliano nella regione, è una delle molte onte che il trumpismo può annoverare. Naturalmente fa e farà finta che sia un successo. Ed è per questo che la si può definire come un qualcosa di altamente disonesto, disonorevole e criminale. Una perfetta ricostruzione di come il mondo MAGA, ai suoi vertici, intende i rapporti di politica internazionale. Un imperialismo fallimentare, una prigione in cui ha chiuso sé stesso, buttando via, nemmeno distrattamente, la chiave…
MARCO SFERINI
13 giugno 2026
foto: elaborazione propria




















