Il mattatoio e l’asservimento della vita al profitto

Cinema. A DocLisboa «Regeln am Band» di Yulia Lokshina, nel focus sulla rappresentazione del lavoro nei film di ieri e oggi

Il macello è il luogo paradigmatico del sistema capitalista, dove anche il corpo si trasforma in merce. Fu infatti la razionalità del sistema di trasformazione dei maiali in carne nelle industrie di Chicago d’inizio Novecento a ispirare in Henry Ford l’idea della catena di montaggio. Non è dunque un caso se il macello è doppiamente presente nel cinema sia come rifrazione simbolica di ogni forma di sopraffazione – da Un anno con 13 lune di Fassbinder a Corpo e anima di Ildikó Enyedi – sia come luogo reale in cui gli esseri umani massacrano le bestie e si massacrano gli uni con gli altri. Si pensi a come nel 1976, Meat di Frederick Wiseman documentava il processo di trasformazione industriale del bestiame in cibo addentrandosi in un sistema in cui il lavoro è tangibile in tutta la sua crudezza.

Ed è proprio un film che chiama in causa le condizioni di vita di chi lavora nell’industria della carne, Regeln am Band, bei hoher Geschwindigkeit (Regole alla catena di montaggio, ad alta velocità) di Yulia Lokshina, ad aver vinto in questi giorni il premio dell’Agenzia Europea per la Sicurezza e la Salute sul Lavoro (EU-OSHA) attributo all’ultimo DocLisboa nell’ambito di un focus tematico sulla rappresentazione del lavoro nel cinema di ieri e di oggi. Il film si è aggiudicato il premio ex-aequo con Automotive di Jonas Heldt, passato all’ultima Berlinale, con protagoniste due lavoratrici dell’Audi.

Quest’anno, DocLisboa ha deciso di diluire le proiezioni, generalmente concentrate in dieci giorni tra ottobre e novembre, in sei momenti nel corso di tutto l’anno. Al primo momento, appena conclusosi e intitolato Sinais (segnali), si è affiancato il focus sul lavoro Corpo de Trabalho con film del passato e del presente. Il titolo del focus è un gioco di parole: in portoghese significa «gruppo di lavoro» ma allude ai corpi al lavoro e può evocare anche il «corpo di ballo» perché anche l’arte e la cultura sono lavori in cui i corpi vengono impiegati e piegati. E in effetti, tra i film proposti sia in presenza sia online, si è potuto rivedere Véronique Doisneau (2005) di Jerôme Bel e Pierre Dupouey che documenta l’ultima performance di una ballerina dell’Opéra di Parigi.

Tra gli altri film del passato, visibili su dafilms.com, il festival ha selezionato, per esempio, Les prostituées de Lyon parlent di Carole Roussopoulos, California Company Town di Lee Ann Smith, i ritratti di lavoratrici di Alain Cavalier, la riflessione di Harun Farocki sull’uscita dalla fabbrica dei Lumière, Nippon Sengoshi di Shohei Imamura, Lotta di classe del Gruppo Medvedkin di Besançon. Su questo orizzonte storico e formale di riferimento, si è stagliata la selezione dei film contemporanei, alla ricerca di un linguaggio per raccontare le nuove forme di sfruttamento e precarizzazione della manodopera, l’estetica del consumo e della produzione low cost, la digitalizzazione e le logiche spietate delle piattaforme, i costi sociali della deindustrializzazione, il dissidio tra salute e lavoro, la fine delle campagne in alcune zone e il ritorno alla terra in altre.

Regeln am Band, bei hoher Geschwindigkeit di Yulia Lokshina documenta le storie di alcuni abitanti della cittadina tedesca Rheda Wiedenbrueck dove ha sede una delle più vaste aziende di carne della Germania, la famigerata Tönnies. Come Chicago un secolo fa, si tratta di una specie di «Porcopolis» verso cui convergono ogni giorno 26000 maiali destinati all’industria conserviera. All’inizio della scorsa estate, l’azienda è stata costretta a una chiusura temporanea dopo aver registrato più di 1500 contagi di coronavirus tra i 7000 dipendenti e anche se il film non parla del virus racconta comunque l’asservimento della vita al profitto.

Nella prima scena, alcuni maiali si contendono una palla incatenata alla parete della gabbia in cui attendono di essere macellati. Una voce off racconta un incidente mortale sul lavoro che ricorda una scena di Santa Giovanna dei Macelli di Brecht mentre il Fandango di Scarlatti allude a quant’è barocca la cultura di morte del capitalismo. Lokshina cuce insieme testimonianze di lavoro e di lotte sociali alla Tönnies con sequenze che documentano l’allestimento della Santa Giovanna di Brecht in un liceo di Monaco: che cosa possono l’arte e l’educazione di fronte alla durezza della vita quotidiana? Forse, come la religione, sono atti di speranza?

Alla Tönnies sono impiegati un gran numero di lavoratori immigrati dall’Est Europa con contratti temporanei e salari che permettono di pagare a malapena l’affitto di una roulotte in campi dove ci si fa la guerra tra disperati. Alcuni operai raccontano di come la sopravvivenza sia sempre in pericolo. Quando non rischiano di perdere un braccio o la vita triturati dalle macchine della catena produttiva, uomini e donne rischiano di perdere il lavoro: «Ahimè! Anche l’inferno ci chiude in faccia le porte!» potrebbero ancora urlare ripetendo quanto scriveva Brecht.

Un’operatrice sociale racconta, nei luoghi stessi in cui è avvenuto, un episodio di cronaca che ha sconvolto la regione: un’operaia rumena ha nascosto la sua gravidanza per non essere licenziata e quando una domenica mattina sono arrivate le contrazioni, è scesa per strada a cercare aiuto. Non trovando nessuno, ha partorito in un garage. Poi, sola e in stato di shock, ha abbandonato il bambino in un giardino ed è fuggita. Quando è tornata a cercarlo, lui non c’era più. La ragazza è passata dalla fabbrica al carcere dove ora sconta la sua pena. Nessuno, invece, pagherà per tutto il suo dolore.

SILVIA NUGARA

da il manifesto.it

foto: screenshot e adattamento da il manifesto.it

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