Il “manifesto Draghi” per l’era iperliberista italiana

Più che un discorso politico, quello di Draghi, nella presentazione del programma di governo al Parlamento, è un discorso tecnico con farcitura di tanta retorica, gentilmente e cortesemente esposta...
Mario Draghi tra i dialoganti Giancarlo Giorgetti (Lega) e Luigi Di Maio (M5S)

Più che un discorso politico, quello di Draghi, nella presentazione del programma di governo al Parlamento, è un discorso tecnico con farcitura di tanta retorica, gentilmente e cortesemente esposta con pacatezza e toni che tradiscono oggettivamente una emozione che il Presidente del Consiglio segnala fin dalle sue prime parole.

Vi sono alcuni concetti che corrono e ricorrono da subito nel suo rivolgersi al Senato. Quelle di Draghi sono parole istintive, che provengono dalla sua storia di banchiere internazionale, di uomo dell’alta finanza europea, di risolutore delle gravi fluttuazioni dei mercati e delle crisi di instabilità tanto delle monete quanto dei flussi finanziari tra i poli del capitalismo globale.

L’ex governatore della BCE si addentra nella politica italiana rimarcando per il suo governo un carattere comune e, dopo un ringraziamento di prammatica per Conte, è probabile che si rivolga alla parte più sostanziosa della ex maggioranza, quando letteralmente afferma: «Prima di ogni appartenenza viene il dovere della cittadinanza. Noi che formiamo questo esecutivo siamo semplicemente cittadini italiani. Questo è lo spirito repubblicano del mio governo». La Repubblica dei cittadini, il governo per i cittadini: nessun riferimento giacobineggiante, ma soltanto un provare a tratteggiare uno specchietto per le allodole, per avvicinare le istituzioni alla gente comune, spolverando quella patina di freddo tecnicismo che non aiuta a diventare “governo delle soluzioni“.

Draghi tenta la proposta di un impossibile umanesimo egualitarista sul piano istituzionale, passando dalla dipintura del reale, del governo dell’unità padronale, confindustriale e finanziaria, ad un esecutivo per cui è chiara la consapevolezza che «il tempo del potere può essere anche sprecato nella sola voglia di conservarlo». Dunque, nessun algoritmo politicista, ma molto pragmatismo che, classisticamente, il banchiere affida a concetti che esaltano le virtù del liberismo: “competitività“, “risorse“, “capitale umano“, “valorizzazione“.

Non c’è passaggio del suo discorso che non abbia un esplicito riferimento economico: «Ogni spreco oggi è un torto che facciamo alle giovani generazioni, una sottrazione dei loro diritti». In realtà servirebbe un dizionario che permettesse una traduzione “proletaria” del discorso draghiano. Laddove il Presidente del Consiglio parla di “spreco“, intende ogni occasione mancata per far fruttare al meglio la forza lavoro tanto intellettuale quanto materiale al fine di potenziare il ruolo economico del Paese nel contesto europeo. Un contesto che ribadisce con forza essere il luogo in cui il governo si muove e per cui si muove.

Draghi ne fa una cornice entro la quale inserire il suo programma, rispondendo così a Salvini: il suo esecutivo «nasce nel solco della tradizione europea, atlantica e chi lo sostiene si muove nella consapevolezza dell’irrevversibilità della scelta dell’Euro, in un’Unione Europea sempre più integrata che approderà ad un bilancio pubblico comune, capace di sostenere i Paesi membri nei periodi di recessione».

Rumoreggiano i sovranisti che Draghi non tarda a rassicurare: gli Stati nazionali rimarranno il punto di riferimento di tutti i cittadini, ma laddove per debolezza lo Stato italiano non arriva, giunge pronto il soccorso continentale. La definisce una “solidarietà condivisa“, ma a ben vedere i trascorsi di Grecia, Spagna, e Portogallo, la solidarietà è protagonista solo se non vi sono debiti di Stato che possano far decelerare la locomotiva europea. Altrimenti fa capolino nuovamente la Troika con le sue misure da strangolamento antisociale.

Sperando forse nel voto di astensione della Meloni e dei suoi fratelli italiani, il neo Presidente del Consiglio considera un nazionalismo de facto, più che di diritto europeo: «Nell’appartenenza convinta al destino d’Europa, siamo ancora più italiani. Orgogliosi del fatto che senza l’Italia non c’è l’Europa», per ammonire: «Non c’è sovranità nella solitudine, c’è l’oblio di ciò che siamo stati e di ciò che potremmo essere».

Non si tratta di un discorso neutrale. Tutt’altro. Potrebbe adattarsi tranquillamente alla forma di una relazione da esporre al Parlamento europeo come supervisore economico della condizione italiana nel biennio pandemico, ma è un discorso che fa della politica una subordinata della struttura dominante dei mercati. Anche quando tratta il tema del volontariato, Draghi lo incasella perfettamente nella “compatibilità” di un ricchezza che è sociale soltanto in quanto è elemento di sostegno allo sforzo economico generale del Paese.

L’analisi della fase di emergenza sanitaria è richiamo alla collaborazione unitaria per il solito “bene del Paese“: i numeri impietosi sui morti, sui contagi e sulle terapie intensive (piccolo inciampo del banchiere che scambia 2.000 posti in terapia intensiva per 2.000.000!) ma nessun riferimento ad un rilancio pubblico della sanità. Per quasi un’ora, nemmeno una volta Draghi inserirà l’aggettivo che rimanda al bene sociale e comune nei capitoli di programma che si prefigge di attuare.

Accontenta, così, tanto Forza Italia, che parla di incentivi alle imprese come all’unica ricetta possibile per la ripresa economica italiana, quanto il Partito democratico che si lancia in un anatema verso le “categorie novecentesche“, che devono essere superate: l’antitesi è di classe. Pubblico e privato vanno sostituiti con “produttivo e improduttivo“, termini che ben si accoppiano con la proposta iniziale del neo Presidente del Consiglio sul distribuire i soldi del Recovery Fund solo alle imprese grandi, quelle che si possono salvare per rientrare nei virtuosi circuiti economici nazionali e internazionali.

Le medie e piccole strutture produttive vengono inserite in un purgatorio dove rischiano oltre all’oblio burocratico anche quello politico. Del resto, Apuleio sosteneva che bisogna guardarsi da chi «Niveo denticulo atrum venenum ispirat» («Inietta con il candido dente il nero veleno»). Qui non si parla di un intervento governativo da classico “comitato d’affari della borghesia“.

Qui siamo in sfere molto più alte, ma tutt’altro che celestiali e chi è al di fuori dei grandi interessi internazionali, pur facendo parte della grande famiglia dell’imprenditoria e del padronato, rischia di essere tagliato fuori dalla spartizione della grande torta europea: un po’ come un allevatore di pecore nella California dell’800 che tentava di inserirsi nelle grandi valli dove gli ovini erano assimilati alla peste nera, perché privavano le mandrie dell’erba fresca dei prati. Chi mangia più a fondo, arrivando alle radici delle piante (come fanno infatti le pecore), anche se arriva prima di altri finisce per  perdere il diritto di brucare, per diventare l’ultimo della filiera se turba l’equilibrio economico dei grandi accumulatori di capitale.

Non a caso, Draghi si rivolge al mondo delle imprese parlando di “capacità di adattamento” per le medesime: è vero che parla di protezione eguale per tutti i lavoratori, ma come ben si sa la forza lavoro è legata al destino dei centri produttivi dove si esprime producendo quel “plusvalore” che immette nelle merci e che deriva dallo sfruttamento stesso del lavoratore (sottraendogli parte del salario). Per cui, il Presidente del Consiglio può anche mostrare quel lato sociale che non possiede e riferirsi al mondo dei salariati come ad un unicum da proteggere e tutelare. Ma se uguale tutela non riguarda l’intero mondo imprenditoriale, è evidente che vi sarà una parte di operai e lavoratori più tutelata di tutta un’altra parte.

Di più ancor, la richiesta di Confindustria è chiara: si proroghi lo stop dei licenziamenti solo per le imprese che si sono fermate. Le altre devono essere libere di licenziare e tagliare i costi per livellare i profitti e farli crescere nuovamente nel più breve tempo possibile. Avremo così aziende in perdita costrette a mandare a casa decine di migliaia di lavoratori ed aziende in attivo che licenzieranno, del tutto tranquillamente, per mancanza dello stop sui licenziamenti. Davvero un gran bel programmino antisociale!

Lo stillicidio contro il disagio comune e la crisi più nera che riguarda gli strati deboli della popolazione si chiude (si fa per dire…) con la promessa di una energica politica italiana di respingimento dei migranti irregolari, facendo riferimento alle normative europee. Salvini applaude e per ora non morde molto. Magari lo farà quando si apriranno le campagne elettorali per le elezioni amministrative: serve pure qualcuno che faccia finta di essere opposizione in maggioranza, per evitare di regalare troppi consensi a Fratelli d’Italia.

E’ stato un martedì nebbioso, grigio, mortifero, in un Senato dove il mono-tono degli interventi era frustrante: acquiescenza a tutto spiano da Forza Italia al PD, con qualche rilievo critico dei Cinquestelle e con uno srotolamento dei tappeti rossi di Italia Viva davanti al governo e all’uomo che «ha cambiato tutto» in un mese. Uno spera, dopo dodici ore di dibattiti, di aver accidentalmente cambiato canale e di essere davanti a qualche spettacolo comico, magari pure di intelligente satira. Niente da fare: è l’Alta Camera della Repubblica Italiana, dove i giochi si riaprono, gli appetiti pure e il bene del Paese, così tanto citato, viene ora messo dietro delle impietose quinte.

MARCO SFERINI

18 febbraio 2021

foto: screenshot

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