Connect with us

Il portico delle idee

Il manifesto di noi stessi: condivisione della sfera più intima

Qualche tempo fa una ragazza ha fatto una domanda ad uno scrittore che aveva appena terminato un libro sui fatti del G8 di Genova: «Ma a cosa serve manifestare se poi, nei fatti, non cambia niente?». Al primo impatto un quesito di questo tipo può sembrare tratteggiato da una venatura di populismo o, per meglio dire ancora, di uno scoramento che scivola nella rassegnazione che si nutre di un senso di frustrazione di fronte all’impotenza del singolo e, talvolta, anche delle masse davanti a forze economiche e politiche (nonché militari) molto più potenti della volontà e delle idee che la possono ispirare.

In realtà, la domanda nasconde, ammesso che lo si voglia vedere, una rabbia indomita, un qualcosa che non è poi del tutto derubricabile e accantonabile con uno sfaccendismo di maniera ascrivibile alla imperante dominazione della modernità che fa dimenticare magari anche i valori della condivisione non solo dei piaceri ma pure dei disagi e delle problematiche che, per l’appunto, sono sociali nel momento in cui riguardano ampie fasce di popolazioni e dai punti cardinali più differenti delle mappe del mondo.

Proviamo a rispondere a quella domanda. A cosa serve manifestare, quindi? A nulla? La prima cosa che viene in mente, almeno a me, è che si manifesta per rendersi evidenti, per dire: eccomi, ci sono anche io e sono qui per dire non solo che esisto io, quanto semmai la mia opinione che ha, dunque, una dignità tanto quanto quella dell’essere umano, del cittadino che la rende palese e la condivide con altri. Un secondo motivo per cui bisogna manifestare è proprio la messa in comune delle idee, delle proposte, delle volontà: è un fare filosofia nella pratica, è un rendere concreto il pensiero, è un trasmutare l’idea in qualcosa di oggettivamente tangibile.

Le menti contengono le emozioni o, quanto meno, le producono. Le manifestazioni contengono tanto la fisicità dell’essere quanto la sua espressione più metafisica che, però, non è detto che sia sfuggevole alla considerazione oggettiva, che sia quindi iperuranica, che accompagni il tutto con un afflato più che altro emotivo ed empatico. Esiste la componente del sentimento politico, religioso, anche culturale. Si può, infatti provare passione al di là dell’amore inteso come rapporto tra due persone che sentono di attrarsi e di essere fatte l’una per l’altra. Questa passione è qualcosa di così intimo che è afferente alla nostra sfera più nascosta.

È il fare istintivamente, senza alcuna spinta esterna, senza sollecitazioni: le manifestazioni delle grandi idee che muovono la storia umana sono, in fondo, conglomerati di un senso comune un po’ junghiano, di un inconscio collettivo che contribuisce, a volte inconsapevolmente, proprio perché inconsciamente dato come tale, a dirigere la barca del divenire in una direzione piuttosto che in un’altra. Anche per questo non bisognerebbe mai sottovalutare un movimento sociale, una presa d’atto condivisa tra più persone su un preciso tema su cui viene a svilupparsi una critica.

Parola questa che appartiene molto all’epoca dei cosiddetti “maestri del sospetto“, di ricoeuriana memoria: prima di Marx, di Nietzsche e di Freud la critica è presente soltanto in Kant in modo compiuto. Gli illuministi e tutto ciò che ne è derivato con “il sublime levarsi del sole” rivoluzionario francese (la definizione è di Hegel, pensate un po’…) si sono affidati ad una sistematicità razionale che investisse ogni questione riguardante l’esistente. Ma da qui al passaggio ad un utilizzo della Ragione come un grimaldello con cui sollevare i vecchi orpelli consolidati del passato, sarebbe trascorso ancora parecchio tempo. Un secolo almeno.

Il punto di evidente dicotomia filosofica è l’esaurimento, almeno per quanto riguarda Marx (quindi quello dei tre “maestri” più dedito alla considerazione economicamente strutturale della società), di una pressoché indiscutibile fiducia (per non dire “fede“…) ottimistica nei confronti di un progresso e di una tecnica che avrebbero dovuto condurre l’umanità ad un benessere quasi ideale, ad una nuova età saturniana, alla fine delle diseguaglianze tanto materiali quanto morali. Dov’è che inizia il “sospetto” di Marx? Nel preciso istante in cui intuisce che vi è qualcosa che non torna nel fatto che a grandi ricchezze accumulate da pochi corrispondano grandi povertà patite da molti, moltissimi. Da tutti gli altri che non sono quei pochi.

Marx “manifesta” il suo pensiero come “critica della critica critica” e contesta anzitutto a Bauer e ai neohegeliani un approccio idealistico, privo di consistenza e afferenza con la realtà. In questo caso, la manifestazione del pensiero si traduce ben presto in qualcosa di più di una serie di articoli e di opere che, pure, seguono un filo prettamente logico. Manifestare vuol dire proprio questo: realizzare esternamente a sé stessi, oltre il proprio inconscio soggettivo, ciò che più intimamente si prova nel momento in cui si percepisce, anzi si sente proprio il desiderio essere parte di un tutto che continuamente cambia.

La manifestazione politica è manifestazione di sé stessi, in quanto animali politici poiché spinti alla socialità; in quanto esseri autocoscienti che hanno tutto il diritto di utilizzare questa singolare capacità, unica per ora nella conoscenza limitatissima che noi abbiamo dell’Universo, per migliorare quell’esistenza priva di un senso che Nietzsche rimarca costantemente nelle sue opere. Non esiste manifestazione migliore di sé stessi se non nella decostruzione di ciò che abbiamo sempre pensato di essere: indotti in questo da tutta una serie di convenzioni architraviche che hanno sorretto pregiudizi e apriorismi di ogni tipo nel corso dei millenni.

Ciò che i “maestri del sospetto” fanno è disilludere dalla perfetta occidentalizzazione della vita come unica possibile interpretazione dell’essere per l’esserci solo in quanto cristiani, liberali e soltanto consci, perfettamente ricongiugibili all’esteriorità di quello che ci circonda. Marx, Nietzsche e Freud contestano questa manifesta archetipità della società in cui vivono i loro coevi e iniziano a mettere in dubbio i valori su cui si fonda il tutto. Si tratta di una vera e propria rivoluzione culturale, sociale e civile che non potrà più essere ignorata, attraverso cui si dovrà passare per comprendere tanto le sofferenze materiali quanto quelle psicologiche della cosiddetta era moderna dell’umanità.

Si parte dal fatto che una verità non esiste e che, quindi, tutto può essere rimesso in discussione: esattamente come avevano fatto le rivoluzioni secentesche e settecentesche. In fondo, a qualche sovrano era stata tagliata la testa, i popoli si erano rivoltati e l’istituto monarchico, così come i privilegi ecclesiastici erano stati capovolti, dimostrando che nessuno era stato direttamente fulminato per questo e che quei coronati signori e quei preziosissimi prelati cattolici non erano poi tanto differenti dai popolani trattati come servi della gleba ancora pochi anni prima.

Chi manifesta contro la mancanza del pane, assalta i forni nella Parigi in cui si stanno per riunire (dopo oltre centocinquanta anni) gli Stati Generali, lo fa senza porsi il problema di un cambiamento radicale, generale e, per l’appunto rivoluzionario: i bisogni primari spingono a prendere per il collo il fornaio e tutti gli incettatori di granaglie che gli stanno appresso. Se da quello scaturirà un qualche movimento di più vasta portata è difficile in quel momento poterlo stabilire. La rivoluzione è un processo che non si risolve nella brevità temporale di qualche mese. Eppure, manifestazione dopo manifestazione, si costruisce una sempre maggiore consapevolezza della criticità sociale.

Il popolo forse non lo sa, ma sta facendo la Storia con la esse maiuscola. E la fa proprio quando mette in discussione l’ordine costituito. La sacralità delle istituzioni viene messa in discussione, contestata, appunto criticata aspramente. Non si è più disposti ad obbedire alla rappresentazione plastica di un privilegio e, quindi, si riconosce in lei proprio, soltanto quello che è: una usurpazione di diritti di tutti. Il re è un “ribelle” al contrario, un uomo che ha ereditato un privilegio che non gli spetta. Mentre la gente comune ha ereditato una miseria che non le dovrebbe proprio toccare.

Dagli studi economici marxiani a quelli psicosomatici freudiani, ovviamente passando per il tormentato oltreomismo nietzschiano, la decostruzione dei paradigmi occidentali si rende evidente proprio nello sviluppo di una critica che non è metafisica, nemmeno quando appartiene alla sfera della speculazione filosofica più propriamente intesa come tale (nel senso più classico del termine e della sua storicizzazione). La manifestazione del pensiero diventa così una pratica quotidiana per mutare le condizioni prime di una società che fondava il suo costrutto cultural-antropologico solo quasi esclusivamente sulla metafisica.

La “morte di Dio“, in questo frangente, non è la fine della concettualità dell’eterno che si immagina sovraordinato e sovraordinatore dell’umanità e dell’Universo. Si viene proprio a realizzare il superamento di un dogmatismo indotto, di un diffuso, quasi unanime, comportamento astratto delle masse che seguono la via indicata senza domandarsi il perché tutto questo sia indirizzato in un determinato percorso. Le prime grandi rivolte popolari della Storia umana, a cominciare da quella di Spartaco ma, se vogliamo, pur con tutti i caratteri differenti che vi si possono riscontrare, anche quella del popolo ebraico contro la schiavitù egiziana, hanno come tratto comune il principio della messa in discussione.

Del sovrano a volte, del potere nel suo insieme altre: ma la manifestazione del pensiero è manifestazione della volontà e, a sua volta, questa diviene motore storico, sebbene spesso molto anonimo nell’indistinzione che la caratterizza quando diviene onda propulsiva di massa. Manifestare, dunque, serve sempre. Perché lo scopo è cambiare questa società per renderla più vivibile e meno ingiusta nella sensatezza che pare avere nel microcosmo terrestre, ed il cambiamento non è mai qualcosa di immediatamente visibile in quanto tangibile.

Ma, come il singolo granello di sabbia contribuisce a comporre la spiaggia davanti al mare, così ognuno di noi è parte di una Storia molto più grande di lui ma che senza ciascuno è indubbiamente irrimediabilmente più povera e arida. Gaber aveva ragione: la vera libertà è la partecipazione.

MARCO SFERINI

31 agosto 2025

foto: screenshot ed elaborazione propria

Condividi, copia, stampa l'articolo

1% EQUO

LEGGIBILITÀ

SEGUICI SU

SOTTO LA LENTE

CHI SCRIVE








REFERENDUM

NAVIGA CON

LICENZA

ARCHIVIO